Il ruolo del vescovo di Roma nella Chiesa è causa di una grave divergenza tra i cristiani. Nell'enciclica sull'ecumenismo, Giovanni Paolo II ha ribadito la convinzione che la Chiesa cattolica ha conservato l'autenticità del ministero del vescovo di Roma. Ma ha anche dichiarato la consapevolezza che tale posizione di fede della Chiesa cattolica "costituisce una difficoltà per la maggior parte dei cristiani" (Ut Unum Sint, 88). Nella stessa enciclica il Papa ha intuito una domanda diffusa che gli viene rivolta di "trovare una forma di esercizio del primato che, pur non rinunciando in nessun modo all'essenziale della sua missione, si apra ad una situazione nuova". Giovanni Paolo II ha quindi chiesto a pastori e teologi, particolarmente ortodossi, di instaurare un dialogo fraterno e leale "affinché possiamo cercare, evidentemente insieme, le forme nelle quali questo ministero possa realizzare un servizio di amore riconosciuto dagli uni e dagli altri" (UUS, 95).
Oggi
la questione del ruolo del vescovo di Roma tra le Chiese è all'ordine del
giorno nel dialogo teologico ufficiale tra cattolici e ortodossi, attraverso la Commissione Mista
Internazionale, che ne ha trattato nelle due ultime sessioni plenarie di
Belgrado (2006) e di Ravenna (2007) approvando il suo quinto documento, "Comunione ecclesiale, collegialità e
autorità", vale a dire sull'esercizio del primato nell'ambito della collegialità/sinodalità
a servizio e consolidamento della comunione ecclesiale.
Le
fasi precedenti
La
discussione sul primato è ovviamente inserita in un contesto teologico più
ampio che tiene conto del lavoro svolto in precedenza dalla Commissione Mista Internazionale
che ha già pubblicato altri quattro documenti. Questi, nella prospettiva generale,
ricercano una concordanza tra cattolici e ortodossi sulla nozione di comunione
(koinonìa, communio). Dall'insieme
della ricerca fatta (1980-2005) è emerso l'orientamento che l'unità della
Chiesa si fonda sull'unità di fede, di vita sacramentale e di ministero
pastorale.
La
Commissione Mista
Internazionale è stata istituita in occasione della visita di S.S. Giovanni Paolo
II al Patriarca Ecumenico a Costantinopoli nel 1979. Essa è composta da 30
membri ortodossi e 30 membri cattolici (cardinali, metropoliti, vescovi, docenti
di varie discipline ecclesiastiche, laici, uomini e donne). Attualmente è
presieduta dal metropolita di Pergamo, Joannis Zizioulas (Patriarcato
Ecumenico) e dal cardinale Walter Kasper (Pontificio Consiglio per la
promozione dell'unità dei cristiani), coadiuvati da due co-segretari: il metropolita di
Sassima, Gennadios Limouris, e l'autore di questa nota.
La
Commissione ha
pubblicato in tutto 5 documenti.
·
I primi tre
riguardavano i seguenti temi:
·
"Il mistero della Chiesa e dell'Eucaristia, alla luce
del mistero della Santa Trinità"
(Monaco di Baviera, 1982);
·
"Fede, sacramenti e unità della Chiesa" (Bari, 1987);
·
"Il sacramento dell'Ordine nella struttura sacramentale
della Chiesa, in particolare l'importanza della successione apostolica per la
santificazione e l'unità del popolo di Dio" (Valamo, Finlandia, 1988).
Partire
dagli elementi comuni di fede per il ristabilimento della piena comunione era
stato un metodo indicato dal documento preparatorio del dialogo in questi
termini: "Il dialogo deve prendere avvio dagli elementi che uniscono le Chiese
ortodossa e cattolica romana". E si attirava l'attenzione sul significato vero
di tale procedimento dialogico: "Ciò non significa in modo assoluto che sia
preferibile o persino possibile evitare i problemi che dividono ancora le due
Chiese. Ciò significa che il dialogo deve avere inizio in uno spirito positivo
e che tale spirito deve prevalere nel trattare i problemi accumulatisi durante
una separazione di diversi secoli". Quel documento dava inoltre una norma fondamentale.
e cioè: "Quando si esaminano i problemi esistenti, bisogna distinguer tra le
divergenze compatibili con la comunione nell'Eucaristia e quelle non
compatibili, che esigono una soluzione e un comune accordo". In altre parole
bisogna avere chiaro quelle che sono vere divergenze e quelle invece che sono diversità
legittime e perfino complementari.
·
Il suo quarto
documento concordato tratta: "L'uniatismo,
metodo di unione del passato e l'attuale ricerca della piena unità" (Balamand, Libano, 1993)
La
trattazione di questo tema particolare è stata richiesta con urgenza dagli
ortodossi. Eravamo nel 1990. Dopo la caduta dei regimi comunisti, erano state
restituite alla libertà le Chiese greco-cattoliche (particolarmente in Ucraina
e in Romania), e gli ortodossi vi vedevano e temevano una rinascita dell'antico
metodo dell'uniatismo, cioè di tentare di unire alla Chiesa cattolica parti
delle Chiese ortodosse.
Attualmente
invece il metodo del dialogo prevede una conversazione fra tutta la Chiesa
cattolica (nella componente latina e in quella orientale) e la Chiesa ortodossa
nel suo insieme, vale a dire con la partecipazione di tutte le Chiese ortodosse
autocefale riconosciute, per una unione globale.
Dal punto di vista
dottrinale, questo quarto documento pone il fondamento per la soluzione della
vertenza e, dal punto di vista pratico, offre diversi orientamenti per una
"purificazione della memoria" in vista di una convivenza animata dal reciproco
rispetto e da una auspicabile cooperazione pastorale. Quantunque il testo
lasciasse aperti diversi problemi, che causavano insoddisfazione tanto in
ambito ortodosso quanto nella Chiesa cattolica, in realtà costituiva un
elemento positivo per le relazioni fra cattolici e ortodossi.
Il documento si
fonda su tre principi:
a) L'inviolabile libertà delle
persone e l'obbligo universale di seguire le esigenze della propria coscienza (n. 15);
b) Il riconoscimento del diritto di
esistenza e di azione pastorale delle Chiese orientali cattoliche (n. 3 e n. 16);
c) La dichiarazione che il metodo
dell'uniatismo, metodo di unità del passato, non corrisponde all'attuale
ricerca dell'unità. Il metodo di ricerca della piena unità fra cattolici e
ortodossi oggi è il metodo del dialogo fra tutta la Chiesa cattolica e tutte le
Chiese ortodosse insieme (n. 2 e n. 12).
L'affermazione di
questi principi è essenziale per una soluzione definitiva. Questa, in realtà, è
legata alla questione, che resta aperta con gli ortodossi, del ruolo del Papa
nella Chiesa. La caratteristica delle Chiese orientali cattoliche, provenienti
dall'Ortodossia, è appunto il fatto che, ad un certo momento della storia, esse
hanno ristabilito la piena comunione con la Sede di Roma, aspetto essenziale
dell'ecclesiologia cattolica e dell'ecclesiologia del primo millennio. L'enciclica
di Giovanni Paolo II Ut Unum Sint
(1995) ha ribadito che, per la piena comunione, tutte le Chiese locali devono
essere in comunione con la Sede
di Roma. Con le loro unioni, le Chiese orientali cattoliche hanno messo in
rilievo un principio teologico che non si può eludere per la ricomposizione
dell'unità di tutti i cristiani.
Il
primato del vescovo di Roma
Dopo
la pubblicazione del documento sull'uniatismo, la Commissione ha
attraversato serie difficoltà per continuare. Nel 2000 la sessione plenaria di
Baltimora (Usa) non raggiunse alcun accordo. Finalmente nel 2005, il Comitato
di Coordinamento della Commissione mista Internazionale si è potuto incontrare
a Roma e concordare il riavvio del dialogo sul tema già scelto nel 1990.
La Commissione si è finalmente e felicemente incontrata
a Belgrado (18-25 settembre 2006) e a Ravenna (8-15 ottobre 2007) discutendo e
concordando un documento comune.
· Il quinto
documento tratta le «Le conseguenze ecclesiologiche e canoniche
della natura sacramentale della Chiesa: Conciliarità ed autorità nella Chiesa».
Il
documento esamina le questioni riguardanti l'esercizio dell'autorità nella
collegialità a livello locale (Diocesi, Metropolia, Patriarcato) e in particolare
la collegialità e l'autorità nella comunione ecclesiale a livello universale,
dove si incontra la questione del ruolo specifico del Papa.
A livello universale, la collegialità è stata espressa
dai concili ecumenici. Il Documento
li descrive così: "Essi radunavano insieme i vescovi di tutte
le regioni e in particolare quelli delle cinque maggiori sedi secondo l'antico
ordine (taxis): Roma, Costantinopoli, Alessandria,
Antiochia e Gerusalemme" (Ravenna
n. 33). Il testo, rilevando che le decisioni di un concilio debbono
essere recepite dal popolo di Dio (cfr. Ravenna n. 37), ne trae la conseguenza
che "la conciliarità o sinodalità implica
molto di più dei vescovi radunati in assemblea. Essa coinvolge le loro Chiese.
I primi sono i depositari della fede e danno voce alla fede delle seconde" (Ravenna n. 38).
Anche qui a livello universale si incontra la presenza
di un protos, esercitata nei concili
ecumenici; implica un ruolo attivo del vescovo di Roma, "quale protos tra i vescovi delle sedi
maggiori, nel consenso dell'assemblea dei vescovi" (Ravenna n. 42).
Arrivati
a questo punto i membri della Commissione Mista hanno formulato una prospettiva
generale del rapporto collegialità/sinodalità
e autorità/primato.
Il
Documento afferma: "Primato e conciliarità sono reciprocamente
interdipendenti. Per tale motivo il primato ai diversi livelli della vita della
Chiesa, locale, regionale, universale deve essere considerato nel contesto
della conciliarità e, analogamente, la conciliarità nel contesto del primato" (Ravenna n. 43).
Come
è noto, la questione del primato di Roma è l'argomento più spinoso tra
cattolici e ortodossi. A Ravenna si è pervenuti ad una dichiarazione veramente
importante.
Si
afferma esplicitamente: "Entrambe le parti concordano che tale taxis canonica era riconosciuta da
tutti all'epoca della Chiesa indivisa". Inoltre
concordano sul fatto che "Roma
- in quanto Chiesa che ‘presiede nella carità' secondo l'espressione di S.
Ignazio di Antiochia (Ai Romani, Prologo) - occupava il primo posto nella taxis
e che il vescovo di Roma è pertanto il protos tra i Patriarchi" (Ravenna n. 41). Ma i membri della
Commissione sono competenti e prudenti.
Immediatamente
aggiungono i punti di dissenso che esigono un ulteriore confronto: "Tuttavia
essi non sono d'accordo sull'interpretazione delle testimonianze storiche di
quest'epoca per ciò che riguarda le prerogative del vescovo di Roma in quanto
protos, questione compresa in modi diversi già nel primo millennio" (Ravenna n. 41). In modo più
preciso i membri aggiungono: "Per quanto riguarda il primato ai diversi
livelli desideriamo affermare i seguenti due punti:
1. Il primato a
tutti i livelli è una pratica fermamente fondata nella tradizione canonica
della Chiesa;
2. mentre il
fatto del primato a livello universale è accettato dall'Oriente e
dall'Occidente, ma esistono delle differenze nel comprendere sia il modo in cui
dovrebbe essere esercitato, sia i suoi fondamenti scritturistici che teologici" (Ravenna n. 43).
Osservazione conclusiva: un dialogo aperto al futuro
In conclusione il Documento afferma: "Resta
da studiare in modo più approfondito la questione del ruolo del vescovo di Roma
nella comunione di tutte le Chiese"
(Ravenna n. 45). Nel comunicato con cui si è informata la stampa del
lavoro svolto a Ravenna si legge che il tema che affronterà la Commissione nella prossima
sessione sarà appunto "Il ruolo del vescovo di Roma nella comunione
della Chiesa nel primo millennio"
(autunno del 2009). In seguito è previsto che si studierà l'evoluzione
dell'esercizio del primato nel secondo millennio. Il Documento di Ravenna
chiede che si studi: "In che modo l'insegnamento sul primato universale
dei Concili Vaticano I e Vaticano II può essere compreso e vissuto alla luce
della pratica ecclesiale del primo millennio" (Ravenna n. 45). Il dialogo è aperto, e aperto in una
prospettiva positiva.
I
membri della Commissione si dicono "convinti" che la dichiarazione espressa
nel documento sulla comunione ecclesiale, la conciliarità e l'autorità, "rappresenta
un positivo e significativo progresso nel nostro dialogo, e che essa fornisce
una solida base per la discussione futura sulla questione del primato sulla
Chiesa a livello universale"
(Besa-Roma).
Nel periodico italo albanese di informazione e di cultura Katundi Ynë, 130,2008/1 è stata pubblicata una sintesi sul dialogo cattolico-ortodosso a firma di mons. Eleuterio F. Fortino.