La Sede di Roma è diventata la Cathedra magisteriale più alta del mondo per quanto riguarda l'aspetto religioso. Essa però è oggetto di discussione tra i cristiani. Ortodossi e protestanti, pur riconoscendole un ruolo storico e morale di importanza singolare, non credono di poter accettare che, come dichiara la Costituzione dogmatica sulla Chiesa del Concilio Vaticano II, Dio ha costituito il vescovo di Roma successore di S. Pietro, quale "perpetuo e visibile principio e fondamento di unità" (Lumen Gentium, 23) e che egli, a questo titolo, gode di un primato di giurisdizione sulla Chiesa di Dio.
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Il ruolo del vescovo di Roma nella Chiesa è causa di una grave divergenza tra i cristiani. Nell'enciclica sull'ecumenismo, Giovanni Paolo II ha ribadito la convinzione che la Chiesa cattolica ha conservato l'autenticità del ministero del vescovo di Roma. Ma ha anche dichiarato la consapevolezza che tale posizione di fede della Chiesa cattolica "costituisce una difficoltà per la maggior parte dei cristiani" (Ut Unum Sint, 88). Nella stessa enciclica il Papa ha intuito una domanda diffusa che gli viene rivolta di "trovare una forma di esercizio del primato che, pur non rinunciando in nessun modo all'essenziale della sua missione, si apra ad una situazione nuova". Giovanni Paolo II ha quindi chiesto a pastori e teologi, particolarmente ortodossi, di instaurare un dialogo fraterno e leale "affinché possiamo cercare, evidentemente insieme, le forme nelle quali questo ministero possa realizzare un servizio di amore riconosciuto dagli uni e dagli altri" (UUS, 95).


Oggi la questione del ruolo del vescovo di Roma tra le Chiese è all'ordine del giorno nel dialogo teologico ufficiale tra cattolici e ortodossi, attraverso la Commissione Mista Internazionale, che ne ha trattato nelle due ultime sessioni plenarie di Belgrado (2006) e di Ravenna (2007) approvando il suo quinto documento, "Comunione ecclesiale, collegialità e autorità", vale a dire sull'esercizio del primato nell'ambito della collegialità/sinodalità a servizio e consolidamento della comunione ecclesiale.


 


Le fasi precedenti


 


La discussione sul primato è ovviamente inserita in un contesto teologico più ampio che tiene conto del lavoro svolto in precedenza dalla Commissione Mista Internazionale che ha già pubblicato altri quattro documenti. Questi, nella prospettiva generale, ricercano una concordanza tra cattolici e ortodossi sulla nozione di comunione (koinonìa, communio). Dall'insieme della ricerca fatta (1980-2005) è emerso l'orientamento che l'unità della Chiesa si fonda sull'unità di fede, di vita sacramentale e di ministero pastorale.


La Commissione Mista Internazionale è stata istituita in occasione della visita di S.S. Giovanni Paolo II al Patriarca Ecumenico a Costantinopoli nel 1979. Essa è composta da 30 membri ortodossi e 30 membri cattolici (cardinali, metropoliti, vescovi, docenti di varie discipline ecclesiastiche, laici, uomini e donne). Attualmente è presieduta dal metropolita di Pergamo, Joannis Zizioulas (Patriarcato Ecumenico) e dal cardinale Walter Kasper (Pontificio Consiglio per la promozione dell'unità dei cristiani), coadiuvati  da due co-segretari: il metropolita di Sassima, Gennadios Limouris, e l'autore di questa nota.


La Commissione ha pubblicato in tutto 5 documenti.


·           I primi tre riguardavano i seguenti temi:


·           "Il mistero della Chiesa e dell'Eucaristia, alla luce del mistero della Santa Trinità" (Monaco di Baviera, 1982);


·           "Fede, sacramenti e unità della Chiesa" (Bari, 1987);


·           "Il sacramento dell'Ordine nella struttura sacramentale della Chiesa, in particolare l'importanza della successione apostolica per la santificazione e l'unità del popolo di Dio" (Valamo, Finlandia, 1988).


Partire dagli elementi comuni di fede per il ristabilimento della piena comunione era stato un metodo indicato dal documento preparatorio del dialogo in questi termini: "Il dialogo deve prendere avvio dagli elementi che uniscono le Chiese ortodossa e cattolica romana". E si attirava l'attenzione sul significato vero di tale procedimento dialogico: "Ciò non significa in modo assoluto che sia preferibile o persino possibile evitare i problemi che dividono ancora le due Chiese. Ciò significa che il dialogo deve avere inizio in uno spirito positivo e che tale spirito deve prevalere nel trattare i problemi accumulatisi durante una separazione di diversi secoli". Quel documento dava inoltre una norma fondamentale. e cioè: "Quando si esaminano i problemi esistenti, bisogna distinguer tra le divergenze compatibili con la comunione nell'Eucaristia e quelle non compatibili, che esigono una soluzione e un comune accordo". In altre parole bisogna avere chiaro quelle che sono vere divergenze e quelle invece che sono diversità legittime e perfino complementari.


·      Il suo quarto documento concordato tratta: "L'uniatismo, metodo di unione del passato e l'attuale ricerca della piena unità" (Balamand, Libano, 1993)


La trattazione di questo tema particolare è stata richiesta con urgenza dagli ortodossi. Eravamo nel 1990. Dopo la caduta dei regimi comunisti, erano state restituite alla libertà le Chiese greco-cattoliche (particolarmente in Ucraina e in Romania), e gli ortodossi vi vedevano e temevano una rinascita dell'antico metodo dell'uniatismo, cioè di tentare di unire alla Chiesa cattolica parti delle Chiese ortodosse.


Attualmente invece il metodo del dialogo prevede una conversazione fra tutta la Chiesa cattolica (nella componente latina e in quella orientale) e la Chiesa ortodossa nel suo insieme, vale a dire con la partecipazione di tutte le Chiese ortodosse autocefale riconosciute, per una unione globale.


Dal punto di vista dottrinale, questo quarto documento pone il fondamento per la soluzione della vertenza e, dal punto di vista pratico, offre diversi orientamenti per una "purificazione della memoria" in vista di una convivenza animata dal reciproco rispetto e da una auspicabile cooperazione pastorale. Quantunque il testo lasciasse aperti diversi problemi, che causavano insoddisfazione tanto in ambito ortodosso quanto nella Chiesa cattolica, in realtà costituiva un elemento positivo per le relazioni fra cattolici e ortodossi.


Il documento si fonda su tre principi:


a) L'inviolabile libertà delle persone e l'obbligo universale di seguire le esigenze della propria coscienza (n. 15);


b) Il riconoscimento del diritto di esistenza e di azione pastorale delle Chiese orientali cattoliche (n. 3 e n. 16);


c) La dichiarazione che il metodo dell'uniatismo, metodo di unità del passato, non corrisponde all'attuale ricerca dell'unità. Il metodo di ricerca della piena unità fra cattolici e ortodossi oggi è il metodo del dialogo fra tutta la Chiesa cattolica e tutte le Chiese ortodosse insieme (n. 2 e n. 12).


L'affermazione di questi principi è essenziale per una soluzione definitiva. Questa, in realtà, è legata alla questione, che resta aperta con gli ortodossi, del ruolo del Papa nella Chiesa. La caratteristica delle Chiese orientali cattoliche, provenienti dall'Ortodossia, è appunto il fatto che, ad un certo momento della storia, esse hanno ristabilito la piena comunione con la Sede di Roma, aspetto essenziale dell'ecclesiologia cattolica e dell'ecclesiologia del primo millennio. L'enciclica di Giovanni Paolo II Ut Unum Sint (1995) ha ribadito che, per la piena comunione, tutte le Chiese locali devono essere in comunione con la Sede di Roma. Con le loro unioni, le Chiese orientali cattoliche hanno messo in rilievo un principio teologico che non si può eludere per la ricomposizione dell'unità di tutti i cristiani.


 


Il primato del vescovo di Roma


 


Dopo la pubblicazione del documento sull'uniatismo, la Commissione ha attraversato serie difficoltà per continuare. Nel 2000 la sessione plenaria di Baltimora (Usa) non raggiunse alcun accordo. Finalmente nel 2005, il Comitato di Coordinamento della Commissione mista Internazionale si è potuto incontrare a Roma e concordare il riavvio del dialogo sul tema già scelto nel 1990.


 La Commissione si è finalmente e felicemente incontrata a Belgrado (18-25 settembre 2006) e a Ravenna (8-15 ottobre 2007) discutendo e concordando un documento comune.


·       Il quinto documento tratta le «Le conseguenze ecclesiologiche e canoniche della natura sacramentale della Chiesa: Conciliarità ed autorità nella Chiesa».


Il documento esamina le questioni riguardanti l'esercizio dell'autorità nella collegialità a livello locale (Diocesi, Metropolia, Patriarcato) e in particolare la collegialità e l'autorità nella comunione ecclesiale a livello universale, dove si incontra la questione del ruolo specifico del Papa.


A livello universale, la collegialità è stata espressa dai concili ecumenici. Il Documento li descrive così: "Essi radunavano insieme i vescovi di tutte le regioni e in particolare quelli delle cinque maggiori sedi secondo l'antico ordine (taxis): Roma, Costantinopoli, Alessandria, Antiochia e Gerusalemme" (Ravenna n. 33). Il testo, rilevando che le decisioni di un concilio debbono essere recepite dal popolo di Dio (cfr. Ravenna n. 37), ne trae la conseguenza che "la conciliarità o sinodalità implica molto di più dei vescovi radunati in assemblea. Essa coinvolge le loro Chiese. I primi sono i depositari della fede e danno voce alla fede delle seconde" (Ravenna n. 38).


Anche qui a livello universale si incontra la presenza di un protos, esercitata nei concili ecumenici; implica un ruolo attivo del vescovo di Roma, "quale protos tra i vescovi delle sedi maggiori, nel consenso dell'assemblea dei vescovi" (Ravenna n. 42).


Arrivati a questo punto i membri della Commissione Mista hanno formulato una prospettiva generale del rapporto collegialità/sinodalità e autorità/primato.


Il Documento afferma: "Primato e conciliarità sono reciprocamente interdipendenti. Per tale motivo il primato ai diversi livelli della vita della Chiesa, locale, regionale, universale deve essere considerato nel contesto della conciliarità e, analogamente, la conciliarità nel contesto del primato" (Ravenna n. 43).


Come è noto, la questione del primato di Roma è l'argomento più spinoso tra cattolici e ortodossi. A Ravenna si è pervenuti ad una dichiarazione veramente importante.


Si afferma esplicitamente: "Entrambe le parti concordano che tale taxis canonica era riconosciuta da tutti all'epoca della Chiesa indivisa". Inoltre concordano sul fatto che "Roma - in quanto Chiesa che ‘presiede nella carità' secondo l'espressione di S. Ignazio di Antiochia (Ai Romani, Prologo) - occupava il primo posto nella taxis e che il vescovo di Roma è pertanto il protos tra i Patriarchi" (Ravenna n. 41). Ma i membri della Commissione sono competenti e prudenti.


Immediatamente aggiungono i punti di dissenso che esigono un ulteriore confronto: "Tuttavia essi non sono d'accordo sull'interpretazione delle testimonianze storiche di quest'epoca per ciò che riguarda le prerogative del vescovo di Roma in quanto protos, questione compresa in modi diversi già nel primo millennio" (Ravenna n. 41). In modo più preciso i membri aggiungono: "Per quanto riguarda il primato ai diversi livelli desideriamo affermare i seguenti due punti:


1.    Il primato a tutti i livelli è una pratica fermamente fondata nella tradizione canonica della Chiesa;


2.    mentre il fatto del primato a livello universale è accettato dall'Oriente e dall'Occidente, ma esistono delle differenze nel comprendere sia il modo in cui dovrebbe essere esercitato, sia i suoi fondamenti scritturistici che teologici" (Ravenna n. 43).


 


Osservazione conclusiva: un dialogo aperto al futuro


 


 In conclusione il Documento afferma: "Resta da studiare in modo più approfondito la questione del ruolo del vescovo di Roma nella comunione di tutte le Chiese" (Ravenna n. 45). Nel comunicato con cui si è informata la stampa del lavoro svolto a Ravenna si legge che il tema che affronterà la Commissione nella prossima sessione sarà appunto "Il ruolo del vescovo di Roma nella comunione della Chiesa nel primo millennio" (autunno del 2009). In seguito è previsto che si studierà l'evoluzione dell'esercizio del primato nel secondo millennio. Il Documento di Ravenna chiede che si studi: "In che modo l'insegnamento sul primato universale dei Concili Vaticano I e Vaticano II può essere compreso e vissuto alla luce della pratica ecclesiale del primo millennio" (Ravenna n. 45). Il dialogo è aperto, e aperto in una prospettiva positiva.


I membri della Commissione si dicono "convinti" che la dichiarazione espressa nel documento sulla comunione ecclesiale, la conciliarità e l'autorità, "rappresenta un positivo e significativo progresso nel nostro dialogo, e che essa fornisce una solida base per la discussione futura sulla questione del primato sulla Chiesa a livello universale" (Besa-Roma).



Nel periodico italo albanese di informazione e di cultura Katundi Ynë, 130,2008/1 è stata pubblicata una sintesi sul dialogo cattolico-ortodosso a firma di mons. Eleuterio F. Fortino.

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E ardhmja e natës agimi. Ti e prite. E ardhmja e agimit dita e plotë. Ti e rrove. E ardhmja e ditës mbrëmja. Ti u krodhe në të. E ardhmja e mbrëmjes...