La globalizzazione è una sfida che dobbiamo saper cogliere, anche per inserirvi principi di governabilità che ne modifichino i tratti di capitalismo selvaggio e miope, teso solo al profitto, all’ipersfruttamento dei più deboli e irriguardoso dell’ambiente. Così come occorre saper contrastare la tendenza all’uniformità, alla omologazione, alla “mcdonaldizzazione”, conservando (nella integrazione) la diversità e l’identità.
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L’adattabilità è una delle proprietà fondamentali di ogni sistema vivente. La capacità di adattare se stesso all’ambiente (ma, di converso, anche di adattare l’ambiente a se stesso) garantisce il premio che l’evoluzione attribuisce al sistema che la possiede: la sopravvivenza.
Ma non è con le chiusure che si sopravvive, anzi…
E’ tempo di rinunciare alle certezze, all’idea di un progresso costante e lineare, all’idea che il nostro sia il migliore dei mondi possibili.
E’ tempo che la gente cominci a riflettere sul senso delle proprie cose, a pensare sul proprio pensiero, a riappropriarsi del proprio pensiero.
E’ tempo di sviluppare una nuova razionalità e una nuova saggezza, che valorizzi il senso insieme al significato e al concetto, il simbolo insieme al segno, che ponga il divenire (il mutare delle cose) e la relazione come fondamento del Mondo, che percepisca l’interdipendenza di tutte le cose.
E’ tempo di colmare la separazione tra sapere umanistico e sapere scientifico.
E’ tempo di rimettere l’uomo al centro di ogni discorso: l’uomo in tutte le sue dimensioni (fisica, biologica, psicologica, affettiva, intellettuale e spirituale); l’uomo come essere naturale, inserito come parte integrata in una eco-organizzazione naturale e culturale da cui gli proviene ogni sostentamento.
E’ tempo che un’etica della responsabilità si affermi su un’etica dei principi: responsabilità per se stesso, che diventa, nello stesso tempo, responsabilità per gli altri nel momento in cui il se non è separato dall’altro; dunque: comprensione, tolleranza, solidarietà, fratellanza, libertà auto-disciplinata.
Occorre adottare una logica vitalistica, assumendo non la visione darwiniana, basata sull'idea che l'evoluzione si muova verso stati di equilibrio crescente(venendo premiati solo i migliori e più competivi), ma l’idea (sistemica e complessa) che l'evoluzione opera allontanandosi dall’equilibrio e l'attenzione è spostata sulla coevoluzione di organismo più ambiente, verso un aumento progressivo di complessità, coordinazione e interrelazione (venendo scartati solo i peggiori).
Questa lunga premessa giustifica e introduce i temi di quello che possiamo chiamare il “Pensiero complesso”, che implementa a livello mentale (conoscitivo ed epistemologico) ed etico i principi della Teoria della Complessità.
Questa Teoria (o Scienza, come talvolta viene indicata) oggi appartiene ancora ad una ristretta elite di pensiero, ma io sono convinto (e non sono il solo) che la sua valenza vada ben oltre i limiti e i significati di una nuova disciplina scientifica, in quanto possiede tutto il potenziale di un nuovo paradigma culturale e sono, altresì, convinto che essa debba diventare patrimonio comune e diffuso, costituendo quella piattaforma di saperi, idee, interpretazioni, approcci, atteggiamenti, sensibilità, visioni indispensabile per affrontare in modo adeguato le immani sfide che ci attendono.
Ne riparleremo nei prossimi appuntamenti.
Gianfranco Pugliese
L’adattabilità è un aspetto funzionale di una più generale caratteristica di un sistema vivente chiamata auto-organizzazione, che consiste nella capacità di un sistema di ristrutturare in modo autonomo le relazioni che intercorrono tra le sue componenti interne, in modo da mostrare all'esterno, come unità, nuove e diverse proprietà. Possiamo, quindi, definire l’adattabilità di un sistema come “integrazione tra auto-organizzazione ed eco-organizzazione”, essendo l’eco-organizzazione l’insieme dei legami tra tutti i sistemi che costituiscono l’ambiente.
L’insufficiente integrazione di un sistema vivente alla sua mutante eco-organizzazione ne determina, nel tempo, la scomparsa (vedi l’esempio dei dinosauri).
Posta in questi termini, l’adattabilità riguarda anche i (sotto)sistemi culturali e socio-economici locali e particolari nei confronti dell’eco-organizzazione sociale, economica e culturale complessiva che li contiene.
Il processo che va sotto il nome di globalizzazione costituisce un momento evolutivo, irreversibile, dell’eco-organizzazione umana. Esso si connota, ad oggi, come esplosione incontrollata delle connessioni economiche e finanziarie, ma anche come fenomeno culturale, a causa della estensione planetaria della rete delle comunicazioni e del fenomeno sempre più marcato delle migrazioni, con le conseguenti contaminazioni culturali.
E’ un processo generale che tende ad un aumento della complessità, a cui il locale sottosistema sociale, economico e culturale che ci contiene deve sapersi adattare (e, adattandosi, influenzare) per non fare la fine dei suddetti dinosauri.
La globalizzazione mostra rischi ed opportunità: i rischi sono connessi alla chiusura e al mancato adattamento, le opportunità sono tutte da inventare, ma presuppongono apertura e flessibilità.
La globalizzazione è una sfida che dobbiamo saper cogliere, anche per inserirvi principi di governabilità che ne modifichino i tratti di capitalismo selvaggio e miope, teso solo al profitto, all’ipersfruttamento dei più deboli e irriguardoso dell’ambiente. Così come occorre saper contrastare la tendenza all’uniformità, alla omologazione, alla “mcdonaldizzazione”, conservando (nella integrazione) la diversità e l’identità.
Altra poderosa sfida è la compatibilità del sistema produttivo e di consumo con l’ecosistema naturale, il cui limite di sfruttamento è ormai prossimo agli attuali ritmi. Ciò comporta una profonda revisione del modello economico fin qui perseguito, per evitare il rischio di immani catastrofi naturali e lo scontro tra opposti interessi per l’accesso alle residue risorse, che renderebbe plausibile, nella demenzialità dell’escalation, addirittura il ricorso all’arma nucleare, con il conseguente olocausto dell’intera umanità.
Altre sfide sono connesse al bisogno di una maggiore responsabilizzazione della scienza (per quanto riguarda, ad esempio, la manipolazione genetica), alla necessità di un maggiore controllo democratico della tecnologia e della sua sempre più spiccata tendenza a violare la privatezza degli individui e a manipolarne il consenso, alla urgenza di una forte resistenza ai fondamentalismi di varia origine.
Questo scenario lascia chiaramente intravedere la tendenza alla complessificazione della società e dell’economia: una vera e propria metamorfosi socio-economica è in atto e acquisterà una dinamica sempre più accelerata nel prossimo futuro.
Una metamorfosi a cui le persone normali non sono preparate culturalmente.
Da qui la paura, l’ansia, lo stress da cambiamento, la nebulosità delle prospettive della gente e la voglia di molti di chiudersi in arcigne e arroccate posizioni difensive (anche per proteggere qualche vero o presunto privilegio).
Ma non è con le chiusure che si sopravvive, anzi…
Metamorfosi significa distruzione creativa, disgregazione e ristrutturazione su un piano di maggiore complessità e libertà; il bruco diventa farfalla con la metamorfosi, con un notevole miglioramento sul piano estetico, ma, soprattutto, con l’acquisto delle ali e quindi di un grado di libertà in più.
Per eliminare la paura e queste pericolose tendenze antistoriche è necessaria una nuova mentalità, un nuovo paradigma culturale, nuovi “occhiali mentali” che permettano di “vedere” e interpretare le cose in modo diverso e stimolino nella gente un atteggiamento non difensivistico e conservativo, ma aperto, coraggioso, proattivo, cioè in grado di recepire senza traumi, anzi anticipandole, le nuove tendenze sociali.
Certo, cambiare mentalità non è processo di breve periodo né, tantomeno, facile e indolore, tuttavia è quanto mai necessario e urgente por mano a una revisione fondamentale delle nostre categorie conoscitive ed esistenziali.
E’ tempo di rinunciare alle certezze, all’idea di un progresso costante e lineare, all’idea che il nostro sia il migliore dei mondi possibili.
E’ tempo che la gente cominci a riflettere sul senso delle proprie cose, a pensare sul proprio pensiero, a riappropriarsi del proprio pensiero.
E’ tempo di sviluppare una nuova razionalità e una nuova saggezza, che valorizzi il senso insieme al significato e al concetto, il simbolo insieme al segno, che ponga il divenire (il mutare delle cose) e la relazione come fondamento del Mondo, che percepisca l’interdipendenza di tutte le cose.
E’ tempo di colmare la separazione tra sapere umanistico e sapere scientifico.
E’ tempo di rimettere l’uomo al centro di ogni discorso: l’uomo in tutte le sue dimensioni (fisica, biologica, psicologica, affettiva, intellettuale e spirituale); l’uomo come essere naturale, inserito come parte integrata in una eco-organizzazione naturale e culturale da cui gli proviene ogni sostentamento.
E’ tempo che un’etica della responsabilità si affermi su un’etica dei principi: responsabilità per se stesso, che diventa, nello stesso tempo, responsabilità per gli altri nel momento in cui il se non è separato dall’altro; dunque: comprensione, tolleranza, solidarietà, fratellanza, libertà auto-disciplinata.
“Il futuro appartiene a chi sa immaginarselo”, “il cammino si fa andando”, non c’è alcun sentiero precostituito; è, dunque, il tempo del coraggio, della scommessa, del rischio, della creatività, del tentativo che, anche se errato, non scoraggia ma insegna.
Non ci sono formule, non ci sono schemi, non c’è programma da applicare con risultati certi, ma solo una strategia di sopravvivenza, basata su conoscenza, flessibilità, prontezza a cogliere le opportunità, attenzione ai segnale deboli, cooperazione, connessione, tensione alla qualità.
Occorre adottare una logica vitalistica, assumendo non la visione darwiniana, basata sull'idea che l'evoluzione si muova verso stati di equilibrio crescente(venendo premiati solo i migliori e più competivi), ma l’idea (sistemica e complessa) che l'evoluzione opera allontanandosi dall’equilibrio e l'attenzione è spostata sulla coevoluzione di organismo più ambiente, verso un aumento progressivo di complessità, coordinazione e interrelazione (venendo scartati solo i peggiori).
Questa lunga premessa giustifica e introduce i temi di quello che possiamo chiamare il “Pensiero complesso”, che implementa a livello mentale (conoscitivo ed epistemologico) ed etico i principi della Teoria della Complessità.
Questa Teoria (o Scienza, come talvolta viene indicata) oggi appartiene ancora ad una ristretta elite di pensiero, ma io sono convinto (e non sono il solo) che la sua valenza vada ben oltre i limiti e i significati di una nuova disciplina scientifica, in quanto possiede tutto il potenziale di un nuovo paradigma culturale e sono, altresì, convinto che essa debba diventare patrimonio comune e diffuso, costituendo quella piattaforma di saperi, idee, interpretazioni, approcci, atteggiamenti, sensibilità, visioni indispensabile per affrontare in modo adeguato le immani sfide che ci attendono.
Ne riparleremo nei prossimi appuntamenti.
Gianfranco Pugliese