cupola.jpgTratto dalla rivista Jesus, Aprile 2008: in edicola in questi giorni.
Esclusiva di Jemi.it 
Una piccola diocesi, con una lunga storia e un grande patrimonio spirituale. È questo l’identikit dell’eparchia di Lungro: in questa porzione della provincia cosentina, infatti, vive da seicento anni una comunità di origini albanesi la cui fede, di tradizione bizantina, si è conservata e integrata nella Chiesa cattolica.
.
Una diocesi a macchia di leopardo. Fisicamente dispersa, ma compatta attorno alle tradizioni, alla lingua, ai valori, alla fede. L’eparchia di Lungro, istituita nel 1919, raccoglie un popolo, quello italo-albanese, sbarcato in Italia nella seconda metà del 1400. «Con l’avanzata dei turchi», spiega papàs Sergio Lanza, parroco del Santissimo Salvatore a Cosenza e rettore del seminario arbresh, «i nostri avi hanno attraversato lo Jonio per salvare la vita e la fede». Un popolo fiero e coriaceo che ha la liturgia bizantina come collante principale e la lingua albanese antica come segno di riconoscimento.

«La nostra eparchia, come si chiamano le diocesi greco-cattoliche», aggiunge Angela Castellano Marchianò, per molti anni dirigente di Azione cattolica e attualmente direttrice dell’Ufficio diocesano per la cooperazione missionaria, «in realtà si caratterizza per l’uso di due lingue: l’albanese antico come lingua parlata e il greco come lingua rituale. I nostri avi erano gli esuli albanesi, dopo l’invasione dell’impero bizantino da parte dei turchi e la morte dell’eroe nazionale Skanderberg. I discendenti di quegli uomini e di quelle donne hanno sempre mantenuto lingua e rito con convinzione e caparbietà, anche nei secoli in cui la diocesi non era stata ancora istituita».

 

L'abside della chiesa di Santa Maria Assunta, a Civita.
L’abside della chiesa di Santa Maria Assunta, a Civita.

 

È monsignor Giovanni Mele, primo vescovo di Lungro, che cerca di ritessere una tela tra le tante comunità disperse. Sebbene, infatti, il popolo avesse mantenuto in comune molte delle tradizioni antiche, mancava una uniformità anche esteriore nelle pratiche religiose. Le influenze latine, in più di una occasione, si erano fuse con le tradizioni bizantine tanto che il vescovo nel 1922 dovette scrivere una lettera di "Disposizioni per il clero", un testo breve nel quale dettava le prime regole comuni per le comunità parrocchiali.

 

Monsignor Mele, a dorso di mulo, girò tutta la sua diocesi: paesini di montagna quasi inaccessibili, comunità isolate, paesi più grandi, piccoli insediamenti. Si spinse anche in Puglia e Basilicata. «Nacque in quegli anni l’idea di costruire una rete che tenesse in collegamento le persone in un territorio così frammentato», spiega l’avvocato Giuseppe Capparelli, ex presidente dell’Azione cattolica diocesana. «Proprio per questo motivo quel vescovo e poi i suoi successori vollero promuovere fortemente l’associazione. Qui non ci sono movimenti o altri gruppi ecclesiali. I vescovi hanno puntato sull’Ac per costruire un collegamento. L’esperienza è stata positiva tanto che, anche se geograficamente dispersi, oggi siamo spiritualmente compatti».

 

Una panoramica delle campagne intorno a Lungro, sede della eparchia greco-cattolica.
Una panoramica delle campagne intorno a Lungro,
sede della eparchia greco-cattolica.

 

A nutrire questa compattezza, da qualche anno c’è anche la scuola di formazione teologica. Nata a Lungro ufficialmente nel 1989 – anche se tanti incontri si erano già tenuti – è divenuto punto di riferimento e di approfondimento della propria fede e della propria tradizione. «Sono soprattutto i laici che la frequentano», aggiunge l’attuale presidente dell’Ac, Luigi Viteritti, «ed è un bene riscoprire, approfondire e valorizzare la nostra teologia e la nostra liturgia. Per noi il rito è proprio una questione ontologica». Di questa importanza sono convinti tutti, anche coloro che praticano meno, anche i giovani «che si vedono a Messa solo nei momenti più forti dell’anno come Pasqua, Epifania e Natale», dicono i sacerdoti.

 

«Il rito non è solo forma, ma è sostanza, è cultura», sottolinea papàs Antonio Trupo, direttore della Caritas. Da Civita, un paesino di mille abitanti a sud del Pollino, guida da anni i volontari e gli operatori Caritas. Mostra, con orgoglio, il piccolo museo che raccoglie la storia di questo popolo, i vecchi utensili, i vestiti da sposa delle donne, antiche fotografie e disegni. «Gli abiti più preziosi sono andati persi», spiega, «perché per tradizione le donne vengono sepolte con l’abito da sposa, quello più bello e prezioso, spesso ricamato in oro».

 

Papàs Andrea Quartarolo durante la celebrazione della Messa nella chiesa di S. Demetrio Megalomartire, a San Demetrio.
Papàs Andrea Quartarolo durante la celebrazione della Messa
nella chiesa di S. Demetrio Megalomartire, a San Demetrio.

 

Ci fa vedere, compiaciuto, la chiesa del paese e poi raggiungiamo attraverso le stradine strette il punto più alto. Da qui guarda in giù, verso la gola profonda scavata dal fiume Raganello. «Gli arbresh sono un po’ come questo paesaggio», spiega: «Duri come la roccia, ma accoglienti come una culla, vitali come il fiume, silenziosi e affascinanti come queste gole». Sono tra le più profonde d’Europa e ogni anno 30 mila turisti si muovono per vederle. Quando arrivano qui trovano un paese accogliente. Una disponibilità di cui non usufruiscono solo i viaggiatori. Durante la guerra in Kosovo, i profughi cercarono innanzitutto i loro antichi "fratelli". Vicini per lingua e tradizione, si sono trovati a loro agio fra gli arbresh. Che li hanno accolti anche in casa: «Solo a Civita», dice papàs Trupo, «oltre cento».

 

Molti di quegli immigrati sono poi partiti per il Nord Italia alla ricerca di lavoro. «Alcuni sono rimasti e si sono integrati al punto da rinunciare alla loro lingua per parlare l’albanese antico. Noi, però, li incoraggiamo, anche a scuola, a non perdere le loro tradizioni», aggiunge Viteritti. «Siamo convinti che ogni cosa va conservata e tutelata perché fa parte dell’identità di un popolo. L’integrazione non può essere a scapito della propria cultura. Noi lo sappiamo per esperienza e, anche in questa capacità di restare noi stessi, risiede la nostra originalità».

 

L'esterno della chiesa di Sant'Adriano, a San Demetrio Corone.
L’esterno della chiesa di Sant’Adriano, a San Demetrio Corone.

Pure Viteritti, come quasi tutte le persone che si incontrano in queste terre, ci tiene a sottolineare che «siamo rimasti quel che eravamo. Non abbiamo mai abiurato all’Ortodossia e mai abbiamo fatto adesione al cattolicesimo. Siamo stati naturalmente riuniti al Papa, restando fedeli alla nostra tradizione bizantina». Una tradizione che si esprime non solo con una liturgia molto ricca, ma anche con i colori, l’arte, i mosaici. E soprattutto con le icone: «Le immagini sono una strada per arrivare al mistero attraverso la bellezza, sono una manifestazione anche della misericordia di Dio», spiega l’archimandrita Mario Pietro Tamburi, parroco di San Nicola di Mira, a Lungro. «Dio si rivela attraverso le immagini e l’immagine è un linguaggio non solo umano».

 

Nelle ricchissime chiese di questa diocesi le icone hanno sempre un posto in primo piano, sebbene in talune si ritrovino pure un certo numero di statue. È una delle influenze latine, che però i greco-cattolici rispettano. Una delle norme, infatti, prescrive che non si introducano nuove statue nelle chiese, ma che si conservino quelle che già si trovavano nel luogo sacro.

 

La celebrazione di un battesimo a Lungro.
La celebrazione di un battesimo a Lungro.

 

«È una forma di estremo rispetto per le tradizioni degli altri», aggiunge l’archimandrita, «anche se per noi le icone hanno un valore molto diverso da quello delle statue. Per noi esse sono un sacramento, una manifestazione precisa che il Signore fa. Ci sono dei criteri anche scientifici e geometrici molto precisi per dipingere un’icona. Per esempio, nella tradizione bizantina le spalle devono essere due volte il capo e l’altezza nove volte. La distanza tra gli occhi corrisponde alla larghezza di un occhio. E così via. Nonostante questi criteri così precisi, però, ogni icona è diversa dall’altra perché, poiché è Dio che si comunica, il mistero si rinnova ogni volta».

Una speciale rilevanza viene data all’iconostasi. Le tre porte che separano l’altare dai fedeli sono un vero trattato di teologia. A destra è sempre il Cristo pantocratore. Dalla porta centrale entra solo il sacerdote, mentre dalle porte laterali entrano i diaconi. Lo spazio è interdetto alle donne. Possono entrarvi soltanto le suore o le mogli dei preti. «Questo non significa che le donne abbiano un ruolo inferiore nella nostra Chiesa», spiega papàs Sergio Lanza, «anzi, al contrario. La donna da noi è molto valorizzata». La Chiesa greco-cattolica, infatti, ammette il matrimonio per i propri preti, che però può essere celebrato soltanto prima dell’ordinazione sacerdotale, e questa può essere ricevuta dopo un periodo di formazione comune e dopo espresso consenso della moglie. «Ed è una benedizione», sottolinea il rettore del seminario, sacerdote sposato e padre di tre figlie. «È una vocazione che si porta avanti insieme. Penso che la gente ci veda più vicini alla loro vita quotidiana, è portata anche a fidarsi di più», dice.

 

Alcuni abitanti di Civita sul corso principale del paese.
Alcuni abitanti di Civita sul corso principale del paese.

A Cosenza, dove papàs Lanza è stato nominato parroco da pochi anni, la sua è l’unica chiesa di rito bizantino e lui è l’unico sacerdote sposato. «All’inizio, vedermi per strada con la mia famiglia creava qualche curiosità. Ma è durato poco. Per la gente oggi è normale considerare me e mia moglie una normalissima coppia. E non c’è più chi resta sorpreso se, telefonandomi a casa, si sente rispondere da una delle mie figlie "papà torna più tardi". Non c’è stata nessuna difficoltà per questo, anzi credo che l’essere sposato mi sia stato di grande aiuto quando si è trattato di inserirsi in città».

 

Con il resto della Calabria gli arbresh condividono speranze e problemi. «Forse l’unico problema che non ci tocca è la ’ndrangheta», dice papàs Trupo, «siamo comunità molto piccole e il controllo sociale è strettissimo. È difficile che fenomeni come questo possano attecchire da noi. Anche la criminalità comune e lo spaccio di droga sono fenomeni che vengono portati dall’esterno, e comunque restano fenomeni molto circoscritti». A preoccupare, invece, è la partenza dei giovani: «Vanno via per studiare, per trovare lavoro, per vivere meglio. E così i nostri Paesi si spopolano», aggiunge Viteritti, «e questo ci indebolisce. «Anche da qui, da San Demetrio Corone, che è uno dei paesi più grandi della diocesi, i giovani vanno via. Per noi questo è un dramma maggiore rispetto agli altri paesi calabresi, perché se scompare una nostra comunità è un intero mondo che si perde».

 

Camminando per questi paesi si ha l’impressione di essere catapultati in Oriente. «Siamo numericamente insignificanti», aggiunge papàs Trupo, «ma abbiamo una grande importanza. La presenza di due diocesi di rito bizantino (l’altra è Piana degli Albanesi, in Sicilia, ndr) significa nutrire un piccolo lembo di mondo greco in Italia. Prima eravamo appena tollerati se non proprio malvisti. Oggi siamo apprezzati, invogliati ad andare avanti e a recuperare ciò che abbiamo perso. Questa piccola comunità, di fronte alla Chiesa italiana, è un esempio di integrazione, perché non siamo "uniati", ma viviamo integrati con i latini pur conservando le tradizioni ortodosse».

 

Un'icona nella chiesa di Santa Maria Assunta.
Un’icona nella chiesa di Santa Maria Assunta.

 

Qualche difficoltà la sta creando l’immigrazione rumena. I greco-cattolici che vengono dall’Est, infatti, sono "uniati" e per essere inseriti nella diocesi devono sposare completamente le tradizioni italo-albanesi: «All’inizio», spiega Trupo, «c’è stata una certa diffidenza nei loro confronti. La tensione con gli ortodossi nei loro Paesi di provenienza ha penalizzato anche noi nei rapporti ecumenici con l’Est. Inoltre, il fatto che alcuni dei nostri siano passati al mondo ortodosso ha creato qualche imbarazzo. Abbiamo detto chiaramente che non possiamo programmare incontri ecumenici con chi fino a ieri era da quest’altra parte. Però siamo sicuri che queste difficoltà si possano superare».

 

Tutti insistono sulla grande capacità degli italo-albanesi di essere un ponte tra due sponde. Non solo tra Oriente e Occidente, ma anche tra le persone dei territori in cui vivono. «L’essere così dispersi», dice Angela Castellano Marchianò, «ha comportato molte difficoltà, ma ha anche consentito di non chiudersi in un unico territorio, di aprirsi agli altri e di arricchirsi reciprocamente allargando gli orizzonti». Apertura e fedeltà: «La Chiesa di Lungro assomiglia a un piccolo Israele», conclude papàs Lanza, «dopo cinque secoli, dopo persecuzioni e molto peregrinare, manteniamo ancora vive le tradizioni dei padri, manteniamo la lingua e il rito, manteniamo la fede».

 

 

 

 

Un’eparchia tra tre regioni

La diocesi di Lungro – eparchia, secondo la dizione greco-cattolica – è stata fondata nel 1919. Prima circoscrizione territoriale cattolica di rito bizantino in Italia, si estende su una superficie di 493 chilometri quadrati. L’attuale eparca è monsignor Ercole Lupinacci, che è succeduto a monsignor Giovanni Stamati nel 1987. Il primo vescovo fu monsignor Giovanni Mele. La maggioranza del territorio della diocesi si trova in Calabria, ma ci sono comunità di rito bizantino che dipendono da Lungro sparse anche in Puglia e in Basilicata. In totale, fanno parte della diocesi 29 parrocchie. I fedeli sono poco più di 33 mila, seguiti pastoralmente da 34 sacerdoti e un diacono. Sei sono i seminaristi, di cui tre rumeni e tre italo-albanesi. Il seminario, aperto a Cosenza nel 2006, si appoggia, per la formazione, all’Istituto di Teologia dell’arcidiocesi di Cosenza, che dipende dalla Pontificia Facoltà teologica dell’Italia meridionale.

 

 


di Annachiara Valle - foto di Alessia Giuliani/Catholic Press Photo Jesus Aprile 2008

Ka sënduqi...

EuropaL’esigenza di cambiamenti radicali dell’architettura istituzionale dell’Europa è divenuta improcrastinabile, in specie dopo la Brexit e l’avanzamento dei movimenti sovranisti che, seppure minoritari ed in frizione

...

ATTUALITÀ

Giovedì, Novembre 18, 2004 Luigi Boccia Chiesa e Religione 6302
Discorso pronunciato da S.E. il Card. Camillo...
Lunedì, Gennaio 23, 2006 Luigi Boccia Chiesa e Religione 9488
Secondo la tradizione, i territori dell’attuale...

LA LINGUA - GJUHA JONE

Domenica, Novembre 13, 2005 Luigi Boccia Grammatica 18178
Pagina in allestimento Seleziona la lettera dal menù qui accanto ==> .
Martedì, Marzo 07, 2006 Pietro Di Marco Aspetti generali 9908
E ardhmja e natës agimi. Ti e prite. E ardhmja e agimit dita e plotë. Ti e rrove. E ardhmja e ditës mbrëmja. Ti u krodhe në të. E ardhmja e mbrëmjes...