Con i suoi attuali 329 residenti San Paolo Albanese è il Comune
più piccolo della Basilicata. Nella piccolissima minoranza etnico-linguistica arbreshe,
insediatasi oltre quattro secoli e mezzo fa alle pendici del massiccio montuoso
del Pollino, i bambini di età inferiore a cinque anni sono appena 7.
Sono 46 in
tutto i ragazzi tra i cinque e i ventiquattro anni. Dei 329 residenti la
popolazione tra i venticinque e i sessantaquattro anni è il 43 per cento; il 41
per cento sono ultrasessantacinquenni. Negli ultimi cinque anni gli abitanti
sono diminuiti del 10 per cento. In un territorio di meno di 3.000 ettari, la
densità è scesa a 11 abitanti/ kmq. Il patrimonio abitativo è per metà vuoto. Solo
uno sparuto numero di persone è stabilmente presente durante l'intero arco dell'anno
a difendere la sopravvivenza. Il 6 e 7 giugno scorso sono andati a votare solo
250 dei 371 elettori e nei giorni scorsi si sono insediati il nuovo sindaco e
il nuovo consiglio comunale. Queste cifre rappresentano in sintesi la
dimensione della situazione di estrema debolezza economica, sociale e
territoriale in cui San Paolo Albanese versa. Sanpaolesi e non, tutti, non
possono, perciò, non interrogarsi con preoccupazione sul futuro e sulle vitali necessità
alle quali il paese va sempre più incontro. Il tono "liquidatorio", con il quale
è stata trattata di recente la storia del paese, crea allarme. Siamo, come dire,
all'ultima chiamata. Urge mettere, quindi, sotto i riflettori e sotto la lente di
ingrandimento lo stato di fatto e le residue concrete possibilità di
salvaguardia e di riscatto. È il momento di chiedersi a voce alta, chiara ed
esplicita: cosa ciascun cittadino vuole fare per il paese, non cosa ciascun
cittadino vuole che il paese faccia per lui. Come può e deve San Paolo Albanese
salvaguardare, infatti, le sue risorse e la sua potenzialità di sviluppo,
ancora enormi? In agguato da sempre e, ancor più oggi, in piena crisi economica
mondiale, c'è il rischio dell'asservimento dei diritti di "cittadinanza" degli
ultimi residenti di questo paesino della montagna lucana alle logiche e agli
interessi dominanti delle cosidette "aree forti". Non è un caso, per esempio, se
nel piano turistico regionale, con una visione molto "reaganiana" dello
sviluppo, si è deciso di privilegiare "i centri di gravitazione turistica meglio
posizionati sul mercato". C'è il rischio di una subalternità permanente, senza più
ritorno. Nella realtà dei numeri, delle persone, delle cose, dello stato di
fatto è e diventa sempre più difficile, pertanto, difendersi e conservarsi come
paese e come comunità. La politica locale, perciò, deve pretendere attenzione e
deve stare in costante e vigile allarme, in modo da percepire per tempo
pericoli ed opportunità, prima che il paese si svuoti definitivamente. È il
tempo che i pochi abitanti rimasti a San Paolo e, soprattutto, le nuove
generazioni si prendano delle responsabilità nel gestire risorse ed attività
per migliorare la qualità della vita del paese, per creare opportunità vere di
crescita economica ed occupazionale, per resistere, per reggere alle difficoltà
crescenti, in particolare quelle ultime "liquida - torie", e per progredire
nella massima coesione politica e sociale. Si chiude, ormai, un lungo periodo
iniziato, alcuni decenni fa, con una intensa attività di animazione
socioculturale, di sensibilizzazione, di promozione e di elaborazione di un
progetto culturale, prima che politico, per la comunità sanpaolese. Creando
infrastrutture, servizi ed opportunità e, al tempo stesso, conservando e
difendendo risorse, condizioni e prerogative umane, sociali, culturali, ci si è
preparati, in tutto questo tempo, al futuro, restando accorti a non provocare
strappi con il passato, con le tradizioni, con le peculiarità. Si è agito in
continuità di valori e in profondità di radici, a partire da quelle etniche e
linguistiche, di cui tutti sono rimasti "portatori", anche lontani dal paese. Resta
immutato lo spirito di appartenenza; resta l'orgoglio di aver partecipato con
consapevolezza a un pezzo di storia, che ci ha coinvolti, e di essere stati
capaci di intervenire in modo diretto e significativo in scelte di grande
valore sia culturale sia politico su temi di rilevante interesse, come la
salvaguardia e la tutela delle minoranze linguistiche e degli ambienti
naturali. Le risorse umane, sociali, culturali, economiche, territoriali e
naturali esistenti possono, ora, permetterci di avanzare, con profitto, facendo
investimenti nella messa in valore, gestione e "funzionamento" di tali risorse e
nella manutenzione del territorio e dell'ambiente, nell'agricoltura e nei prodotti
tipici e genuini, nell'artigianato tradizionale, nelle radici, nell'identità etnico-linguistica,
nella cultura materiale, nel museo della cultura Arbreshe, nel centro visita
del parco nazionale del Pollino e nel turismo "consapevole" e di qualità. Il
paese ha bisogno, perciò, di nuove energie, impegnate con entusiasmo e con responsabilità
a misurarsi, ogni giorno, direttamente con la realtà delle cose, dei bisogni,
delle emergenze. Nella situazione di debolezza, in cui siamo caduti, c'è assoluto
bisogno di pensare con sapienza e "alla grande", di gettare, come si dice, la
mente e il cuore oltre la "siepe" e di tradurre, poi, con competenza le buone idee
in fatti. Si sta soffrendo nel mondo un brutto periodo: la "grande recessione".
Alcuni dicono che stia, forse, per concludersi, ma avvertono il pericolo che si
possa concludere prima di imparare a uscirne bene: capirne, cioè, le cause,
individuarne le responsabilità e rimuoverle. L'economia ed il modo di produrre,
si dice infatti, non dovrebbero essere più come prima. La comprensione di una
simile prospettiva deve servire a definire nuove politiche, nuovi obiettivi, nuovi
progetti; deve servire ad orientare la nostra vita e, soprattutto, la vita dei
nostri figli, senza sprecare le nuove opportunità. Con la recessione milioni di
persone stanno perdendo il loro posto di lavoro. Molte persone espulse dal
mercato del lavoro sono destinate a non rientrare più in attività. Si
distruggerà, così, per sempre la loro "capacità di generare benessere". L'economista
Krugman, recente premio Nobel, assicura, però, che "ci sono vaste risorse
inutilizzate che possono essere rimesse al lavoro". Non sono, infatti, le risorse
che scarseggiano, ma la nostra capacità di "comprensione". Il consumismo, che
ha condizionato fin qui il nostro stile di vita, pare sia entrato in crisi. C'è
la possibilità, quindi, di "ritrovare un giusto rapporto con le cose", come
dice Pietro Citati in un suo articolo del 4 dicembre 2008: Addio consumismo, riscopriamo
le cose. Sostiene Pietro Citati: «Abbiamo smarrito la sensazione di come è
fatta una cosa: del suo peso, del suo spessore, dei suoi colori, delle sue ombre
e del valore simbolico che può avere nella nostra vita».. Dobbiamo recuperare
tutti le virtù della civiltà contadina, ritrovando la parsimonia, la sobrietà e
lavorare in modo intelligente e funzionale, prima che tutto vada distrutto per
sempre.
www.annibaleformica.it