È in gamba sai, legge Edgar Lee Masters. Francesco Guccini
Doppiamente in gamba è chi ha letto l’Antologia di Spoon River e gli epitaffi sepolclari degli antichi greci, che ispirarono Edgar Lee Masters a comporre la sua celebre opera, poc’anzi menzionata. Tale singolare raccolta di poesie, in versi liberi, per volere di Cesare Pavese e Fernanda Pivano, in qualità di traduttrice, venne pubblicata in Italia, solo nel 1943, dopo ben più di cinque lustri dalla prima edizione statunitense.
E, negli anni settanta, Fabrizio de André, per primo, e Francesco Guccini, in seguito, divulgarono, attraverso la musica, la conoscenza e i versi dello scrittore americano in mezzo ai giovani ribelli, e non solo, di quel fervente periodo. Uno di questi ragazzi, che aveva studiato anche gli epitaffi greci, era Adriano Mazziotti, originario di un paese albanofono della provincia di Cosenza, esattamente: Shën Mitri (San Demetrio Corone), dove aveva frequentato il Liceo Classico del Collegio di Sant’Adriano, uno di più prestigiosi centri scolastici d’Italia; rinomato, soprattutto, per le attività inerenti alla cultura classica e, in modo particolare, a quella greca. Affascinato dalle epigrafi di Edgar Lee Masters, dopo una vita dedicata agli studi della cultura anglosassone e di quella arbëreshe, l’ex liceale e docente, di lingua e letteratura inglese, e ora in pensione, nel gennaio dello scorso anno pubblica un interessante libro, come dal sottotitolo, sulle epigrafi funerari presenti nel territorio comunale di San Demetrio Corone intitolato GURËT ÇË NA FJASËN Pietre che ci parlano. In questo meticoloso lavoro, l’autore, prima di esporre la campionatura delle varie iscrizioni da lui raccolte, esegue un pregevole excursus sulle tradizioni delle comunità albanofone argomentando, in modo chiaro, l’antropologia della morte, che tuttora contraddistingue questa minoranza etnico linguistica, e riportando alla luce le ragioni di alcune antiche usanze. Per gli arbëreshë il giorno della commemorazione dei defunti, che in realtà si ricordano due volte all’anno (il sabato antecedente la domenica che precede di due settimane la prima domenica di Quaresima e il sabato prima di Pentecoste) è una vera festa! Una festa mobile, naturalmente! Non tuttavia intesa alla maniera di Hemingway, che colgo l’occasione di ricordare proprio in questa settimana dedicata ai defunti (Java e Prigatorëvet) nelle comunità arbëreshe.
Come ci ricorda il sociologo americano Lewis Mumford “le città dei morti sono molto antecedenti a quelle dei vivi”, e risultano essere i luoghi “urbani” primari, pertanto i sepolcri là presenti sono delle vere abitazioni. Ed è proprio in queste dimore che il professor Mazziotti si reca per ascoltare la voce delle pietre e poi trascrivere le parole sulla carta. E anche qui, come in un agglomerato, si parlano lingue diverse. Vi sono, infatti, epigrafi in arbëresh, italiano, tedesco, spagnolo ecc. che, come quelle inventate di Lee Masters, raccontano storie di vita e di morte, in questo caso, reali.
L’intento di Adriano Mazziotti è ben riuscito e a conclusione riporto l’epitaffio che lui ha inserito all’apertura del pregevole volume, con la prefazione del Dott. Ernesto Madeo, Sindaco di San Demetrio Corone, e la presentazione del Professore Francesco Altimari dell’Università della Calabria.
Dugheni mirë ju çë prapa qëndroni
Sembre bashk nëngë mundë rrimi
Gjithë ktë udhë na kem bëmi
Sperënc të priremi nëngë kemi
Si je ti u qeva si jam u ti bëghe
Vogliatevi bene voi che dietro di noi rimanete
Sempre insieme non possiamo stare
Tutti dobbiamo fare questa strada
Speranza di tornare indietro non ne abbiamo
Come sei tu ora io sono stato, come sono io adesso tu diventerai.
Termino con la benedizione che, tra gli arbëreshë, si usa per ricordare, solitamente con un bicchiere di vino innalzato al cielo, i propri defunti…
NdjeZot!
Perdona, o Signore!
17 FEBBRAIO MMXXV
Lucio Franco Masci