Dialogo teologico cattolico-ortodosso

Esegesi del Quinto Documento della Commissione Mista Internazionale

Conferenza tenuta nella badia di Grottaferrata il 20 gennaio 2008 

 La Commissione Mista Internazionale per il dialogo teologico fra la Chiesa cattolica romana e la Chiesa ortodossa ha pubblicato il suo quinto documento sulle "Conseguenze  ecclesiologiche e canoniche  della natura sacramentale della Chiesa: comunione ecclesiale, conciliarità e autorità". Si tratta di un documento giudicato positivo e costruttivo in questo importante dialogo e rappresenta un significativo progresso e costituisce la base di una nuova fase di dialogo.

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 Nell'introduzione i membri della Commissione Mista guardano positivamente verso il futuro tenendo anche presente la complessità del nostro tempo: "Siamo consapevoli - affermano - che il nostro dialogo prende un nuovo avvio in un mondo che nei tempi recenti è profondamente cambiato" (Ravenna n.1). E aggiungono: "Il processo di secolarizzazione e di globalizzazione...richiede con rinnovata urgenza ai discepoli di Cristo di dare testimonianza della loro fede, del loro amore e della loro speranza" (n. 1). Nella conclusione del testo, i membri si dicono consapevoli che "sulla base dell'accordo raggiunto sarà possibile progredire  ulteriormente" Ravenna n. 46).

 

Di questo documento presenterò le linee generali.

 

Il Documento di Ravenna: "Comunione ecclesiale, conciliarità e autorità"

 

Il Documento di Ravenna parte proprio dai risultati già registrati da questo dialogo e dalle sue affermazioni considerate come un insieme coerente. Nell'introduzione afferma: "Sulla base di tali affermazioni comuni della nostra fede, dobbiamo trarre ora le conseguenze ecclesiologiche e canoniche derivanti dalla natura sacramentale della Chiesa" (n. 3). Didatticamente pone alcune domande a cui si intende rispondere:

Ø   In che modo le strutture istituzionali riflettono visibilmente il mistero della koinonia?

Ø  In che modo la vita della Chiesa manifesta la sua struttura sacramentale?

Ø  Qual è la relazione tra l'autorità, inerente ad ogni istituzione ecclesiale e la conciliarità, che deriva dal mistero della Chiesa come comunione?

Il Documento, dopo l'introduzione (nn. 1-4), è strutturato in due parti:

Ø  I:        I fondamenti della conciliarità e dell'autorità (nn. 5-17),

Ø  II.       La triplice attualizzazione della conciliarità e dell'autorità (nn. 8-44),

Ø  Conclusione (nn.45-46).

 

I. I fondamenti della conciliarità e dell'autorità (nn. 5-17),

 

Innanzitutto il documento spiega i concetti di collegialità e di autorità nella Chiesa. Concetti che si trovano applicati e adattati ai vari livelli nella seconda parte.

 

  • Conciliarità

Il termine conciliarità o sinodalità deriva dal termine "concilio" ("concilium" in latino o "synodos" in greco). Denota soprattutto un'assemblea di vescovi: concili locali, concili regionali, concili ecumenici. "I concili costituiscono il principale modo di esercizio della comunione tra i vescovi" (Documento di Valamo, n. 52, riportato in Ravenna n. 9).

Tuttavia è anche possibile comprendere il termine conciliarità in un'accezione più ampia nel senso che "ciascun membro del corpo di Cristo, in virtù del battesimo, ha il suo spazio e la sua responsabilità nella Comunione ecclesiale (Koinonia-Communio)". "La conciliarità riflette il mistero trinitario e ha il suo fondamento ultimo in tale mistero" (Ravenna n. 5).

 

  • Autorità

Quando si parla di autorità nella Chiesa ci si riferisce all'exousia, come la descrive il Nuovo Testamento. Essa è esercitata come diakonia, come servizio. "L'esercizio dell'autorità propria agli Apostoli e successivamente ai vescovi, comprende la proclamazione e l'insegnamento del Vangelo, la santificazione attraverso i sacramenti, in particolare l'eucaristia e la guida pastorale di coloro che credono" (cfr. Lc 10,16) (Ravenna n. 12).

 

II. La triplice attualizzazione della conciliarità e dell'autorità

 

Conciliarità/sinodalità sono caratteristiche della comunione ecclesiale e l'autorità opera nella comunione ecclesiale e a servizio di essa. In che modo conciliarità e autorità si coordinano nella vita della Chiesa?

Per rispondere a questo problema - che ha a che fare con la vita di ogni singola Chiesa e con la prospettiva ecumenica - il Documento di Ravenna distingue ed esamina tre livelli delle istituzioni ecclesiali: "il livello della Chiesa locale attorno al suo vescovo; il livello di una regione che comprende un certo numero di Chiese locali limitrofe; e il livello dell'intera Terra abitata (oikoumene) che abbraccia tutte le Chiese locali" (Ravenna n. 17).

 

1. Il livello locale

 

Il livello locale è quello della diocesi, presieduta dal vescovo, in comunione ed in collaborazione con il clero e i laici, tutti membri attivi. Il Documento afferma: "La Chiesa di Dio esiste laddove vi è una comunità radunata dall'eucaristia, presieduta direttamente o attraverso i suoi presbiteri, da un vescovo legittimamente ordinato nella successione apostolica, il quale insegna la fede ricevuta dagli apostoli, in comunione con gli altri vescovi e con le loro Chiese" (Ravenna n. 18). E aggiunge  la Chiesa locale, attraverso la comunione "che pone tutti i membri a servizio gli uni degli altri, ... appare già "sinodale" o "conciliare" nella sua struttura" (Ravenna n. 20).

Qui il termine conciliarità/sinodalità è preso nel suo senso più ampio e non in quello specifico di collaborazione tra vescovi. Di questa comunione locale è pastore il vescovo "il quale è il protos e il capo (kephale)" (Ravenna n. 20). Tutti i carismi dei membri della comunità provengono da un solo Spirito e così i vari ministeri "convergono nell'unità sotto il ministero del vescovo, il quale serve la comunione della Chiesa locale" (Ravenna n. 20).

 

2. Il livello regionale

 

La diocesi non è un'isola, ma è in comunione con le Chiese limitrofe e con le Chiese dell'oikoumene. La comunione tra le Chiese è espressa sin dall'ordinazione del vescovo, conferita, secondo l'ordine canonico da tre o più vescovi, o almeno da due, da varie pratiche come lo scambio di lettere pastorali, concelebrazioni, partecipazione reciproca agli eventi maggiori. Le Chiese di una regione, nello sviluppo storico, hanno trovato delle forme e delle strutture di comunione organica, come la metropolia ed il patriarcato. Anche a questo livello, in modo più strutturale, emerge il tema della conciliarità/sinodalità e dell'autorità come interdipendenza nella comunione. In queste entità ecclesiastiche emerge la figura e il ruolo del metropolita e del patriarca come protos tra i vescovi e come capo. Il Documento di Ravenna indica il canone 34 degli Apostoli per esprimere e garantire la comunione con l'esercizio della conciliarità e l'autorità a questi due livelli ecclesiali: la metropolia e il patriarcato. Il canone recita: "I vescovi di ciascuna nazione (ethnos) debbono riconoscere colui che è il primo (protos) tra di loro, e considerarlo come il loro capo (kephale), e non fare nulla di importante senza il suo consenso (gnome);ciascun vescovo può soltanto fare ciò che riguarda la sua diocesi (paroikia) ed i territori che dipendono da essa. Ma il primo (protos) non può far nulla senza il consenso di tutti. Poiché in questo modo la concordia (homonoia) prevarrà, e Dio sarà lodato per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo nello Spirito Santo" (cfr. Ravenna n. 24). Questa norma riaffiora in svariate forme nella tradizione canonica. Il Documento rileva: "La sua pratica applicazione può rilevarsi nei sinodi o concili di una provincia, regione o patriarcato" (Ravenna n. 25). A questo livello è più esplicita e chiara l'articolazione fra collegialità e autorità. Anche la figura del protos  nella comunione è più evidente,

 

3. Il livello universale

 

Come la Chiesa locale (diocesi) così la Chiesa regionale (metropolia, patriarcato) non rimane chiusa in se stessa, ma è in comunione con tutte le Chiese locali del mondo. Il Documento dà una ampia, ma precisa descrizione: "Ciascuna Chiesa locale non è soltanto in comunione con le Chiese vicine, ma anche con la totalità delle Chiese locali, con quelle attualmente presenti nel mondo, quelle che esistevano sin dall'inizio, quelle che esisteranno in futuro e con la Chiesa già nella gloria" (Ravenna n. 32). Questa visione viene espressa con una affermazione congiunta. Il Documento dichiara: "Cattolici e ortodossi confessano entrambi, nel credo di Nicea-Costantinopoli, che la Chiesa è una e cattolica" (Ravenna n. 32). Anche a livello universale devono intrecciarsi la collegialità e l'autorità. A questo livello si incontra la questione maggiore tra cattolici e ortodossi, cioè qual è il ruolo del vescovo di Roma nella Chiesa di Cristo.

A livello universale i concili ecumenici hanno espresso la collegialità. Il Documento li descrive così: "Essi radunavano insieme i vescovi di tutte le regioni e in particolare quelli delle cinque maggiori sedi  secondo l'antico ordine (taxis): Roma, Costantinopoli, Alessandria, Antiochia e Gerusalemme" (Ravenna n. 33). Il testo, rilevando che le decisioni di un concilio debbono essere recepite dal popolo di Dio (cfr. Ravenna n. 37), ne trae la conseguenza che "la conciliarità o sinodalità implica molto di più dei vescovi radunati in assemblea. Essa coinvolge le loro Chiese. I primi sono i depositari della fede e danno voce alla fede delle seconde" (Ravenna n. 38). Anche qui a livello universale si incontra la presenza di un protos, esercitata nei concili ecumenici; implica un ruolo attivo del vescovo di Roma, quale protos tra i vescovi delle sedi maggiori, nel consenso dell'assemblea dei vescovi" (Ravenna n. 42).

Arrivati a questo punto i membri della Commissione mista hanno formulato una prospettiva generale del rapporto collegialità/sinodalità e autorità/primato. Il Documento afferma: "Primato e conciliarità sono reciprocamente interdipendenti. Per tale motivo il primato ai diversi livelli della vita della Chiesa, locale, regionale, universale deve essere considerato nel contesto della conciliarità e analogamente, la conciliarità nel contesto del primato" (Ravenna n. 43).

Come è noto la questione del primato di Roma è l'argomento più spinoso tra cattolici e ortodossi. A Ravenna si è pervenuti ad una dichiarazione veramente importante. Si afferma esplicitamente: "Entrambi le parti concordano che tale taxis canonica era riconosciuta da tutti all'epoca della Chiesa indivisa". Inoltre concordano sul fatto che "Roma - in quanti chiesa che ‘presiede nella carità' secondo l'espressione di S. Ignazio di Antiochia (Ai Romani, Prologo) occupava il primo posto nella taxis e che il vescovo di Roma è pertanto il protos tra i Patriarchi"(Ravenna n. 41). Ma i membri della Commissione sono competenti e prudenti. Immediatamente aggiungono: "Tuttavia essi non sono d'accordo sull'interpretazione delle testimonianze storiche di quest'epoca per ciò che riguarda le prerogative del vescovo di Roma in quanto protos, questione compresa in modi diversi già nel primo millennio" (Ravenna n. 41)

In modo più preciso i membri aggiungono: "Per quanto riguarda il primato ai diversi livelli desideriamo affermare i seguenti due punti:

  1. Il primato a tutti i livelli, è una pratica fermamente fondata nella tradizione canonica della Chiesa;
  2. Mentre il fatto del primato a livello universale è accettato dall'Oriente e dall'Occidente, ma esistono delle differenze nel comprendere sia il modo in cui dovrebbe essere esercitato, sia i suoi fondamenti scritturistici che teologici" (Ravenna n. 43).

 

Prospettive:  un dialogo aperto al futuro

 

 In conclusione il Documento afferma: "Resta da studiare in modo più approfondito la questione del ruolo del vescovo di Roma nella comunione di tutte le Chiese"(Ravena n.45). Nel comunicato con cui si è informato la stampa del lavoro svolto a Ravenna si legge che il tema che affronterà la Commissione nella prossima sessione sarà appunto "Il ruolo del vescovo di Roma nella comunione della Chiesa nel primo millennio". La preparazione seguirà l'iter normale: nella prima parte del 2008 si incontreranno le due sottocommissioni di studio che raccoglieranno gli elementi storici e, canonici sull'argomento, in autunno (27 settembre-4 ottobre 2008) poi si incontrerà a Creta il Comitato misto di coordinamento che sulla base degli studi fatti dalle sottocommissioni elaborerà una sintesi organica da presentare per esame alla Sessione Plenaria della Commissione Mista Internazionale si incontrerà nell'autunno de 2009. La Commissione sarà ospitata dalla Chiesa ortodossa in un luogo non ancora deciso.

In seguito è previsto che si studierà l'evoluzione dell'esercizio del primato nel secondo millennio. Il documento di Ravenna chiede che si studi: "In che modo l'insegnamento sul primato universale dei Concili Vaticano I e Vaticano II può essere compreso e vissuto alla luce della pratica ecclesiale del primo millennio" (Ravenna n.45)

Da parte sua Giovanni Paolo II nell'enciclica sull'impegno ecumenico aveva proposto un dialogo fraterno "per cercare, evidentemente insieme, le forme nelle quali questo ministero possa realizzare un servizio di amore riconosciuto dagli uni e dagli altri" (UUS, 95).

Il Dialogo è aperto, e aperto in una prospettiva positiva.

 

I membri della Commissione si dichiarano "convinti" che la dichiarazione espressa nel documento sulla comunione ecclesiale, la conciliarità e l'autorità, "rappresenta un positivo e significativo progresso nel nostro dialogo,e che essa fornisce una solida base per la discussione futura sulla questione del primato sulla Chiesa a livello universale".

I membri si dicono consci che "si tratta di questioni difficili da chiarire", ma che   nostra speranza che... sostenuti  dalla preghiera di Gesù "perché tutti siano uno affinché il mondo creda" (Gv 17,21) e in obbedienza allo Spirito santo sarà possibile avanzare sulla base dell'accordo raggiunto" (Ravenna n.46).

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