CaraffaL'identità di un popolo, di una comunità, passa anche attraverso le dinamiche architettoniche presenti nel tessuto urbano. Un aspetto, quello architettonico, finora trascurato ma che non è meno importante, anzi da considerare, come valenza, al pari della lingua, dei costumi e delle tradizioni. È perciò meritevole di non essere disperso, anzi oggetto di attenzione, conservato e salvaguardato.

In sintesi questo è quanto emerso nella conferenza sul tema "L'evoluzione urbana nella comunità arbereshe di Caraffa" promossa dall'associazione culturale "Caraffa – Ime" in collaborazione con l'associazione "Progetto Caraffa" e la "Pro loco Arbereshe".

Ai lavori dell'assemblea, coordinati dal presidente dell'associazione "Caraffa – Ime" Umberto Peta, hanno preso parte il sindaco e l'assessore alla Cultura di Caraffa, Antonio Migliazza e Luigi Comi, il consigliere provinciale Franco Conidi, il responsabile della locale sezione dell'Unla, Giulio Peta, il presidente dell'associazione "Progetto Caraffa", Franco Stirparo.

Il tema, introdotto da Cettina Mazzei, dell'associazione culturale "Progetto Caraffa", è stato affrontato in maniera scientifica da Rosario Chimirri, docente Unical di Storia dell'architettura e dell'urbanistica; da Vito Migliazza, dirigente comunale dell'area tecnica ed urbanistica e dal relatore Atanasio Pizzi, architetto di origine arbereshe ed esperto di urbanistica delle comunità albanofone.

«Non ci sono specifici studi sulle emergenze architettoniche - ha sottolineato Pizzi - e non ci sono state attenzioni particolari su questo tema. A Caraffa va il merito di aver aperto per la prima volta, in maniera specifica, una finestra su questa problematica tracciando una linea, un inizio". Così, con l'ausilio di alcune immagini scattate nel centro storico da Antonio Mauro e dallo stesso relatore, Pizzi, è stato tracciato un itinerario logico-storico e uno spaccato del patrimonio architettonico, ancora copiosamente presente nel centro arbereshe, diverso ed identificativo rispetto alle "genti" autoctone. Ad essere analizzate "udhat" (le strade), "rrugat" (i rioni) e "gjitonit" (vicinati) nel loro valore urbanistico e antropico-sociale. Un patrimonio abbandonato all'incuria, a cui fino ad oggi non si è prestata la meritata attenzione e che non è mai stato opportunamente valorizzato poichè ritenuto di importanza minoritaria. A tal proposito il docente dell'Unical Rosario Chimirri, pur riconoscendo l'esistenza di tessuti urbani più o meno importanti, ha sottolineato come «in realtà tutti gli insediamenti sono frutto di evoluzioni e dinamicità culturali e quindi da questo punto di vista anche Caraffa ha la sua dignità essendo appunto un insediamento popolare che merita rispetto». Un concetto avvalorato e completato da Atanasio Pizzi allorquando ha evidenziato, richiamando l'attenzione degli amministratori, l'esistenza a Caraffa di «un patrimonio serio che - ha affermato - non ho visto in altri paesi dove hanno coperto e stravolto tutto, dove è rimasto quasi niente dell'architettura originaria. Qui - ha aggiunto - ne avete una quantità a dir poco industriale ancora conservati con tutti i segni delle evoluzioni intervenute nel tempo. Sarebbe uno schiaffo al tesoro che voi avete, un peccato disperdere un patrimonio così ricco che però va risistemato in modo adeguato». Chimirri e Pizzi non si sono fermati alla pura teoria. Entrambi, a conclusione del loro intervento, hanno cercato di delineare e suggerire le eventuali iniziative e gli strumenti economici che il centro arbereshe potrebbe mettere in atto per portare alla ribalta un patrimonio finora trascurato e renderlo, adeguatamente restaurato, disponibile alle generazioni del futuro.


 


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