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25 Maggio 2011
La “Parola” architettonica, quindi, è tutto quello che concerne le variazioni personali che ognuno apporta dal costruire all’abitare.
Questa è stata, da sempre, la vera ricchezza della diffusa cultura architettonica.
Con l’avvento dell’industrializzazione il linguaggio architettonico è diventato sempre più una Lingua senza Parole, cioè una lingua elaborata non dalla massa parlante, bensì da un gruppo di decisione.
All’interno di questo gruppo decisionale lo storico assume la funzione di chi organizza i segni del passato, dando priorità a quei segni che legittimano il linguaggio ufficiale.
Organizzare i segni della storia dell’arte, eliminando ciò che disturba la lettura del monumento, incoscienti della perdita dei giusti riferimenti storici, non può continuare ad essere l’eccellenza della nostra comunità.
Il fatto che possa esistere un’interazione segnica differente da quella ufficiale obbliga gli utenti a perdere il riferimento storico con il monumento.
É bene ricordare che se l’architettura è un sistema segnico, connesso a esso deve necessariamente esistere un sistema comunicativo legato alla tradizione e alla storia.
Bisogna avere ben preciso il concetto di comunicazione, ove tutte le interazioni nelle quali, comunque, avviene una trasmissione di messaggi, sia essa volontaria o involontaria, deve basatre su di una codificazione precisa, stabile e dipendente dai contesti.
L’utilizzo dei codici di comunicazione non implica la loro conoscenza strutturale, così come il parlare la propria lingua non implica la conoscenza né della sintassi né della grammatica.
In sintesi tutto quello che vi è contenuto all’interno della nostra chiesa Matrice racconta l’evoluzione del nostro paese.
Gli elementi contenuti in esso sono il risultato di scelte che scaturiscono dalla inventiva e la preparazione di uomini sofioti i quali non hanno mai ricercato soluzioni nelle tendenze o dalle scelte altrui.
La chiesa di Sant’Atanasio e il riassunto di vita sofiota e in essa vi sono allocate la nostra storia e la nostra religione e non abbisogna delle tendenze scellerate altrui.
La chiesa matrice, racconto perfetto di tre secoli della nostra storia e per nostra intendo quella di Santa Sofia d’Epiro.
Non ha bisogno della tecnologia illuminotecnica dagli sgargianti cromatismi greci, poiché vanno benissimo quelli realizzati dal maestro d’ascia Giuseppe DiBenedetto da S. Demetrio C. agogniate per anni da Zoti Giovanni Capparelli.
Se poi la luce emessa dagli attuali corpi illuminanti si ritiene che sia insufficiente, si possono apporre dei nuovi, utilizzando sagomatori ottici i quali schermati dal cornicione che perimetra tutta la navata della chiesa, possano mettere in evidenza lo splendore dei dipinti.
La chiesa richiede urgentemente adeguati e più moderni infissi esterni, non essendo gli attuali atti a rispondere adeguatamente alla tenuta termica, infatti le icone, manifestano preoccupanti florescenze, attribuibili a una distribuzione termica differenziata all’interno del sacro volume.
A questo punto opterei più per climatizzare adeguatamente le superfici pittoriche con sistemi di umidificazione elettronicamente controllata, tali da garantire una più lunga e duratura vita dei preziosi cromatismi bizantini.
Togliere i corpi illuminanti in legno della navata e sostituirli con quelli impropri ad impronta greca non capisco quale tradizione Arbëreshë vuole preservare, quale regola Albanofona vuole tramandare o quale rito vuole rievocare.
A tal proposito basta e avanza la inopportuna bandiera bicefala apposta nella vetrata della anti porta principale, descritta oltretutto all’interno della croce Bizantina, che mi auguro vada al più presto rimossa.
Quello che illumina una chiesa non viene dai corpi illuminanti dorati, ma quella che ognuno di noi segue perché credente.
Atanasio arch. Pizzi Napoli 2011-05-16
Web http://www.atanasiopizzi.it
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