Il venerdì 26 marzo la comunità arbëreshe di Roma nella sede del Circolo “Besa-Fede” canta la Kalimera di Lazzaro. Nella Chiesa bizantina il sabato precedente la Domenica delle Palme si commemora liturgicamente la risurrezione di Lazzaro Il tema, nelle comunità italo-albanesi, è entrato anche nel folklore religioso.

 

Nella tradizione popolare arbëreshe e balcanica alla vigilia di alcune grandi feste, gruppi di giovani sogliono recarsi di casa in casa per cantare inni popolari di augurio, inerenti alla festa celebrata. Tra gli albanesi d’Italia si chiamano Kalimere (=Buon giorno, Buona festa). Sono canti di augurio di buona festa.

Alla vigilia del sabato della risurrezione di Lazzaro si canta la “Kalimera e Lazarit”. In essa si narra la storia di Lazzaro, amico di Gesù, morto e risuscitato da Gesù Cristo. Ad ogni famiglia la tradizione popolare annuncia l’evento, realizzando un incontro che si trasforma in circostanza di gioia e di comunione. In festa.

Della kalimera di Lazzaro esistono diverse varianti. Ne riportiamo una tra quelle raccolte da Giuseppe Schirò (Canti sacri delle Colonie albanesi di Sicilia, Napoli 1907).

Di essa vi riscontrano diverse varianti. La kalimera assume i suoi temi dalla narrazione del Vangelo di Giovanni e da testi della liturgia.

 

La risurrezione di Lazzaro nella Chiesa bizantina

 

Nella tradizione liturgica bizantina tra le grandi 12 feste, di solito riprodotta anche nell’iconostasi, si trova la risurrezione di Lazzaro.

Il Synaxarion, il libro dell’assemblea liturgica, così indica la festa: “In questo giorno, il sabato prima delle palme, festeggiamo la risurrezione del santo e giusto amico di Cristo, Lazzaro, morto da quattro giorni”.

La ricorrenza di questo intervento straordinario di Cristo ha grande rilievo liturgico, ma anche kerigmatico. Appartiene al nucleo centrale della fede cristiana: la risurrezione dell’uomo. Nel simbolo niceno–costantinopolitano il fedele professa: “Aspetto la risurrezione dei morti”.

La risurrezione anticipata di Lazzaro preannuncia la risurrezione di Cristo stesso e quella di tutti gli uomini. I testi liturgici dichiarano la risurrezione di Lazzaro come “conferma” nella fede della “comune risurrezione”.

L’apolytìkion del giorno ne riassume il senso: “Per confermare la fede nella comune risurrezione, prima della tua passione, hai risuscitato Lazzaro dai morti, o Cristo Dio. Noi dunque come i fanciulli, portando i simboli della vittoria gridiamo a te, vincitore della morte: Osanna nel più alto dei cieli, benedetto colui che viene nel nome del Signore”.

Poiché la commemorazione di Lazzaro è a immediato ridosso della domenica delle Palme, l’inno, per esprimere la partecipazione alla gioia di quell’evento, usa già l’immagine dei fanciulli festanti che agitano rami di palme e di ulivo e osannano al Messia che viene nel nome del Signore e instaura il Regno di Dio con la vittoria sulla morte.

Il primo kàthisma del Mattutino, seguendo il racconto evangelico, descrive l’evento della risurrezione di Lazzaro e gli conferisce il significato di fede: “Impietositosi dalle lacrime di Marta e di Maria, ordinasti di rimuovere la pietra, chiamando il morto lo risuscitasti, spezzando le sbarre della morte, e confermando tramite lui, o datore di vita, la risurrezione del mondo. Gloria alla tua signoria, o Salvatore, gloria alla tua potenza , gloria a te, che con la parola tutto hai creato”.

Gli elementi di base provengono dal racconto del Vangelo di S. Giovanni (Gv 11,1-44). “Gesù voleva molto bene a Marta, a sua sorella e a Lazzaro”, a Lazzaro di Betania (v. 5). Le due sorelle lo fanno sapere a Gesù che è lontano: “Il tuo amico è malato”. Gesù tardò, ma dopo due giorni andò, sapeva che era morto: “Lazzaro è morto”, disse ai discepoli. Quando Gesù arrivò a Betania “trovò Lazzaro che era morto da quattro giorni nel sepolcro” (v. 17). Marta disse a Gesù: “Se tu fossi stato qui mio fratello non sarebbe morto” (v. 21). Gesù le disse: “Tuo fratello risusciterà”. Gli rispose Marta: “So che risusciterà nell’ultimo giorno” (vv. 21-24). Anche Maria gli ripete: “Signore, se tu fossi stato qui , mio fratello non sarebbe moro” (v. 32).

Il Vangelo nota: “Gesù allora quando la vide piangere e piangere anche i giudei  che erano venuti con lei, si commosse profondamente” (v. 33).

Gesù si recò al sepolcro e ordinò di togliere la pietra che chiudeva il sepolto. Marta gli fa notare: “Signore già manda cattivo odore, poiché è morto da quattro giorni”. E Gesù: “Non ti ho detto che se credi vedrai la gloria di Dio”? (vv. 38-40).

Dopo aver pregato il Padre, Gesù “gridò a gran voce: Lazzaro vieni fuori! Il morto uscì, con i piedi e le mani avvolte in bende, e il volto coperto da un sudario. Gesù disse loro: “Scioglietelo e lasciatelo andare” (vv. 41-44).

Molti dei giudei che erano venuti da Maria, alla vista di quello che egli aveva compiuto, credettero in lui.

 

KALIMERA E LAZËRIT

Dai Canti Sacri di Giuseppe Schirò 1907

Canto LXXV

O mirë mbrëma

ksaj zotëri,

çë ndë ktë shpi

ndodhet u thom.

 

Dua t’thom një thagmë

të Përendis,

çë bë te fshati

i Betanis.

 

Ish një njeri

çë kluhej Lazër;

dy motra ki

pati e jo më.

 

Tuke bërë mirë

rrojti gjith-monë

e me gëzim

sherbeu t’enë Zonë.

 

 

Lazeri viq

e të motrat la,

pa print, pa miq,

e ne kopòs.

 

Si, vellauthi i jinë

mora të mbjodhi?

Si keshtu njize

gjellën të vodhi?

 

Thanë të motrat

nd’atë këkji:

Si lipisi

per ne ngë pat?

 

Pran e varrzuan

me te math vajtim;

u ngënë e shkuan

te Zoti Krisht.

 

O Zot, i thanë,

në kishe klene,

vdekur s’e kishëm

vëllauthin t’ënë!

 

Jo më vajtime,

i tha in’Zot.

Kje besa jime

atë çë thot:

 

Se jam u gjella,

jam ngjallësia;

u Perëndia,

u Krishti Zot.

 

Niset ahierna

në fshat arrën:

Nani tregonmi

ku kalltur ë.

 

Ndë varr u qas

me syt plot-lotë:

Nxirni atë rrasë.

gjindes i thet.

 

 

Me zë të math

therret e thot:

Di jasht, o Lazër,

ngreu nga ajo botë!

 

Eja të mësosh

gjindës së lënë

çë vjen më thënë

kjo morë e shkretë.

 

Lazëri ngrëhet

nga varri i zi

e i jep lëevdi

të Mathit Zot

 

S’ment të ju shtiell,

pran gjindës thot,

çë helm i madh

isht ajo botë.

 

Vetëm ju thom

se kush bën mirë

do t’gjënjë të mirë

te tjatra jetë.


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