Typikà locali parrocchiali nella chiesa arbëreshe

Scritto da papàs Antonio Trupo il . In La Chiesa Italo-Albanese

Nel passato circolavano tra le Comunità arbëreshe di Calabria, oltre a typikà bizantini stampati generalmente a Venezia, comodi rubricari manoscritti che riproducevano le norme generali, ma introducevano anche elementi locali. Per una storia autentica dell’evoluzione storica della tradizione bizantina tra gli Arbëreshë è indispensabile conoscere questi documenti che ci riportano  la prassi concreta. .

Ringraziamo papàs Antonio Trupo, arciprete di Civita che, su nostra richiesta, di alcuni di tali documenti ha cortesemente preparato una prima descrizione che proponiamo qui di seguito:

 

      Sfogliando i diversi libri liturgici in dotazione alle nostre parrocchie, Euchologhion, Orologhion, Jeratikon, Triodhion, Pentekostarion, Minea, Paraklitikì, ci si può rendere conto che sono stati fatti oggetto di assiduo uso. Sono testi provenienti da Venezia, Atene, Roma e qualcuno anche da Palermo. In genere, sono ben conservati e rilegati; considerati come strumenti preziosi per il culto liturgico.

La preghiera, che non si fermava alla celebrazione della Divina Liturgia, indicata nelle rubriche con il logo more solito, contemplava anche Mesoniktikon, Mattutino, Vespro, Projasmena. La varietà di funzioni liturgiche, scandita durante le varie ricorrenze annuali, è ricchezza di espressione di fede, fonte di nutrimento spirituale e di formazione teologica ed ecclesiale.

 

Precarietà della tradizione liturgica

Nel Seicento, senza che fossero stati creati appositi seminari, e sottomessa ai vescovi latini, che in consonanza con le tendenze controriformistiche miravano ad appiattire o addirittura sopprimere le differenze e le diversità di rito, gran parte delle nostre comunità fu costretta ad abbandonare la propria tradizione: possiamo definirlo un lungo periodo, più di un secolo, buio ed opprimente. Le nostre comunità hanno fatto sopravvivere, tra grandi difficoltà, in terra italiana la loro tradizione.

Un momento di forte rinascita della Chiesa Arbëreshe si deve alla creazione del Collegio Corsini di San Benedetto Ullano (1732), trasferito poi a Sant'Adriano (1794), che finirà di svolgere la sua meritoria opera nel 1896.

      La famiglia Rodotà, già ai primi del '700, chiedeva alla Santa Sede che fosse predisposto un Istituto di formazione filosofica e teologica in vista non della mera conservazione di una tradizione, che risultava ibrida a causa delle limitazioni ed impedimenti da parte delle autorità religiose locali e di cui si trova traccia nei Sinodi delle diocesi ospiti, ma con la consapevolezza della necessità di ripristinare e veicolare contenuti propri della tradizione spirituale dei Padri greci, sostegno imprescindibile della prassi liturgica.

In questo periodo, che potremmo chiamare di precarietà del nostro rito, così esposto agli eventi esterni, le nostre comunità, che pregavano, avevano forte l'avvertenza di essere chiesa e oltre ai libri liturgici già citati e all'Euchologhion Basiliano facevano riferimento a un rubricario che esponeva le norme e l'ordinamento per un corretto svolgimento delle funzioni di culto della tradizione greca e rendeva più facile l'uso dei testi liturgici.

Questi testi sono stati approntati da papàdes che formatisi nel Collegio Corsini di San Benedetto e a San Demetrio hanno compilato un tipikon scritto a mano e circolante nelle chiese di rito greco, che probabilmente riprendeva la prassi liturgica in uso nei suddetti istituti di formazione. Queste rubriche riportavano in modo documentato e dettagliato le norme liturgiche da osservarsi circa lo svolgimento delle varie funzioni. Ho avuto la fortuna di consultarne un paio; nei testi presi in esame la trattazione è ampia e risultano ben conservati; sono, in genere, molto simili tra di loro, il che farebbe supporre un'origine comune, una sorta di fonte Q, se così ci possiamo esprimere, sono frutto quindi di una scuola.

 

Typikà liturgici parrocchiali

 

      Un primo testo, che proviene dalla chiesa di San Benedetto abate, oppure dalla cappella Rodotà, è un manoscritto rilegato, le pagine sono 112, porta il titolo Rubriche greche, è adespota, sine loco e sine data, ma da notizie fornitemi oralmente penso ipotizzabile considerare l'anno 1789 come termine ante quem, essendo secondo la mia fonte il manoscritto appartenuto a mons. Giacinto Archiopoli vescovo presidente del Collegio Corsini.

Un altro testo, invece, porta sul frontespizio il titolo Breve notizia de Riti Greci secondo l'usanza degl'Italo Greci commoranti nel Regno di Napoli, (datato 1816) e il nome dell'Arciprete Domenico Roseti, ultimo presbitero coniugato della parrocchia Santa Maria Assunta, in Frascineto.

Non sappiamo, allo stato attuale, se l'arciprete Roseti sia l'autore o colui che ha ricopiato il testo, o se sia solo il possessore del libretto che consta di 145 pagine di circa 20 righe, scritto in italiano e latino; le citazioni dei titoli delle ufficiature e dei canti sono in greco, nei caratteri della lingua greca.

Entrambi iniziano la loro trattazione con la descrizione delle diverse celebrazioni: Pasqua, Ascensione, Esaltazione della croce (14 settembre e la III domenica di quaresima), il Natale, l'Epifania, la Domenica delle Palme, il Giovedì, il Venerdì e il Sabato Santo e la Pentecoste. Troviamo norme riguardanti la Visita Pontificale del Vescovo greco, i sacramenti, Battesimo, Matrimonio, Unzione dei malati, Confessione, la Funzione dei defunti, Mesoniktikòn, Vespro e Mattutino delle feste principali. Riportano anche indicazioni circa la pagina del testo liturgico in cui le celebrazioni sono descritte.

      Il testo di Frascineto aggiunge una sezione relativa alla preghiera personale del sacerdote con il titolo «Rubrica dell'Ufficio da recitarsi privatamente ogni giorno da sacerdoti di rito greco», al Canone dell'Ufficio della comunione, della Vergine degli Angeli e dei santi; al Canone a Gesù Cristo, parte della Compieta e della Projasmena, tutti tradotti dal greco in un buon italiano.

      Inoltre viene descritta la Funzione del grano bollito e della Panaghja, da celebrarsi sia in casa sia in chiesa; quindi, le regole per trovare le pericopi evangeliche e dell'epistola delle domeniche dell'anno e delle proeorzie con relativi tropari e kontakia.

L'esemplare che proviene da San Benedetto Ullano inserisce, descrivendola minuziosamente, la funzione della Lavanda dei piedi del Giovedì Santo. Contiene anche un breve capitolo riguardante gli otto toni musicali, e ancora il capitoletto «Norme riguardanti i santi greci la cui memoria coincide con una domenica o una festa», certo non delle grandi feste in cui la memoria del santo non è contemplata.

      Un altro testo proveniente sempre da Frascineto (1873), è molto interessante per le descrizioni particolareggiate in cui si intrattiene nel delineare le sole Grandi Feste: di queste sono descritte le funzioni del Mesoniktikòn, Mattutino, Vespro e sono riportate le indicazioni relative alle letture bibliche. I titoli e i riferimenti a canti o feste sono in lingua greca traslitterata nei caratteri della lingua latina, vi si trovano inoltre le note per facilitare il reperimento dei testi nei libri liturgici cui si rimanda. Ci sembra il caso di riportare l'inserimento della nota:

«Nel dì 3 maggio, Funzione della Croce, (festa solenne a Cassano) si presta l'atto di ubbidienza al vescovo della Diocesi (scil. di Cassano) [...] per sua disposizione espressa con una circolare». Alla fine ritroviamo una breve esposizione di catechismo nella lingua albanese, scritto con i caratteri dell'alfabeto latino, e alcune preghiere in onore di sant'Antonio da Padova e altri santi.

 

Alcune considerazioni

     

Come dicevamo, i testi presi in esame, di cui vanno sottolineate la chiarezza dello scritto e la bella grafia, iniziano con la descrizione della Domenica di Pasqua, in 12 paragrafi, Funzione da farsi la mattina di Pasqua: la cerimonia inizia «...in chiesa al buio [...] Si esce dalla porta boreale, [...] proestòs con tricerio, [...] i fedeli e i sacerdoti con le candele accese» e si ritrovano fuori, davanti alla porta centrale per l'ufficio di annunciazione della Resurrezione, come descritto dal Pentekostarion. Si annota nella rubrica, che all'interno della chiesa rimane qualcuno che risponda all'invito del sacerdote «Arate pylas».

«In alcune parti si suole sbattere la porta, fare strepito di catene, e sparare folgori per le fissure delle porte, ma questo però a dire il vero non è cosa decente a farsi, perché non eccita a divozione il popolo, ma piuttosto alla birba», prassi continuata quasi fino ai nostri giorni. Entrati in chiesa, tutta illuminata cantando il Mattutino Pasquale, ci si scambiava l'augurio pasquale con l'abbraccio fraterno. Il Vangelo è letto da quattro sacerdoti, disposti in vari punti della chiesa, che cantavano con solennità creando una specie di effetto stereo per fare sì che il lieto annuncio fosse colto da tutti i fedeli, e per simboleggiare come la Chiesa nella sua interezza, dai quattro punti cardinali, anche nella dimensione spaziale, annuncia il Christòs anèsti. Il megàlinario di Pasqua si canta ogni giorno fino alla vigilia dell' Ascensione.

      Secondo questi testi, tutte le celebrazioni devono essere eseguite con grande solennità. Grande rilievo viene anche dato al canto con uno o due cori, e all'incensazione, che viene anch'essa descritta minutamente.

Per quanto riguarda il canto liturgico troviamo scritto nel rubricario sanbenedettese, alla fine del testo: «Li tuoni appresso i Greci sono otto, cioè protos, deuteros, tritos, tetartos, e questi si dicono retti; pl. a., pl. b., ikos barìs, pl. d si dicono obliqui». La grande solennità raccomandata si può facilmente evincere dalle indicazioni sull'uso del dicerio e tricerio che, invece, sono quasi scomparsi dalle celebrazioni nelle nostre parrocchie.

In più passi si parla di concelebrazioni con più sacerdoti, considerata la presenza di chierici, diaconi, da cui traspare che il clero fosse piuttosto numeroso, cosa che del resto risulta anche dalle varie numerazioni di fuochi dei casali albanesi di cui siamo a conoscenza. Si trova, altresì, un elenco dettagliato dei parati del diacono, del sacerdote e del vescovo con le relative preghiere che accompagnano la vestizione dei celebranti. Inoltre si trovano indicazioni per l'Epifania: il 5, vigilia della festa, alla fine del Vespro liturgia di San Basilio si benedicono le acque in chiesa, il giorno seguente, il 6, dopo la Divina Liturgia si esce in processione e ci si reca presso una fontana pubblica per ripetere la funzione di benedizione delle acque.

      Nel testo di Frascineto, datato 1816, si parla anche della festa del Corpus Domini con Ufficiatura in greco e il canto Ade glossa che traduce l'inno latino di S. Tommaso. Troviamo qui ancora la novena delle Anime del Purgatorio, di Santa Lucia. di San Biagio e altri.

      Per quanto concerne i riti della Grande e Santa Settimana vediamo che:

Giovedì santo: non si parla del kuvuklion con l'epitafios; dopo la lettura dei 12 Vangeli, il Santissimo, in processione, viene posto nel «sepolcro», secondo la tradizione della Chiesa romana.

Venerdì Santo: dopo la celebrazione della Grandi Ore, il Vespro e il Mattutino, il Santissimo è riportato nel tabernacolo, sull'altare. Qualcuno, ancora oggi, osserva "divotamente" queste indicazioni.

Sabato Santo: Vespro e Divina Liturgia, alla fine della lettura dell'epistola il sacerdote cambia il parato del "lutto" a quello della "allegrezza" al suono delle campane in festa.

Alla sera, poi, si benedice l'acqua lustrale che viene usata per i battesimi durante tutto l'anno.

Sono descritti i compiti settimanali dei sacerdoti e relativi compensi differenziati a secondo del servizio prestato. Non si fa minimo cenno alla Paraklisis e rari accenni all'inno Akathistos.

Il battesimo viene impartito per effusionem, e non per immersione secondo l'uso dei greci che è considerato "poco decente". Alla fine si unge il battezzato con il sacro myron, solo sul "cranio", le altre parti sono riservate al vescovo, secondo le norme dell'Etsi Pastoralis (1742) di Benedetto XIV. Non si trova traccia nelle nostre rubriche del Kolinvithra, il fonte battesimale.

Per quanto riguarda la celebrazione delle nozze non si fa cenno alla rottura del bicchiere, sicuramente perché tale prassi non è riportata dall'Euchologhion, ma, pare, citata solo nel racconto di un viaggiatore inglese del XVIII secolo.

      Dalle pagine di queste rubriche risulta evidente l'esistenza di varie edizioni di testi liturgici, per esempio il testo proveniente da S. Benedetto, circa il Battesimo, cita l'Euchologhion alla pagina 126, mentre il manoscritto di Frascineto ci rimanda, sempre all'Euchologhion, ma alla pagina 147; per quanto riguarda il sacramento dell'Incoronazione, Frascineto ci rimanda alla pagina 162 e l'altro rubricano a pagina 138.

      Questi preziosi testi sono la "parlante" testimonianza di vita religiosa e civile dei nostri santi padri; per la loro tenacia, il loro amore per la tradizione bizantina, la loro forte passione, il loro attaccamento alla tradizione, che è anche legame forte col popolo di cui condividevano la vita e di cui erano espressione. Noi, loro eredi, abbiamo visto realizzato il sogno nel 1919 con l'erezione dell'Eparchia. Grazie alla loro opera di conservazione-trasmissione c'è stato così un rilancio di una realtà povera nei numeri, ma non nelle energie.

Risulta toccante per noi, la precisione, con cui vengono descritti i singoli dettagli delle varie celebrazioni che denotano la passione per il servizio liturgico da parte del nostro clero.

              Questa cura precisa ed appassionata per il rito nella sua completezza ha avuto una parziale eclisse tra la fine del XIX e gli inizi del XX secolo, ma, con l'istituzione della Eparchia di Lungro, si è avuto un nuovo slancio e una nuova ripresa, grazie anche agli allievi formati dai Padri Benedettini del Collegio Greco, che hanno operato nelle nostre comunità parrocchiali.

 

Testi da riportare alla luce

Testi di questa valenza è necessario che vengano riportati alla luce, opportunamente inventariati e restaurati, e messi a disposizione dei fedeli e di coloro che si vogliono occupare della reale storia della nostra Chiesa arbëreshe.

      Dalla breve analisi cui ho sottoposto i due testi di Frascineto e l'altro proveniente da San Benedetto, emerge lampante la vitalità di un comunità / popolo di Dio, consapevole di essere portatore della ricchezza spirituale della tradizione orientale, mai rinnegata. Questo esserci gelosamente preservati nel tempo e nelle modalità, con la tenace perseveranza che è passata anche per le ordinate righe di queste rubriche, evidenzia radici forti nel passato, capaci di proiettarsi in un futuro in cui cominciano ad intravedersi volontà ferme di un ripristino di quella unità della Chiesa, che ha visto crescere e prosperare ricchezze e diversità di espressione nella lode perenne alla santa e vivificante Trinità (Besa/Roma Maggio 2007).

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