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Zef Serembe
Vjersha
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Zef SerembeGiuseppe (Zef) Serembe (6 Marzo 1844 – 1901) poeta lirico giudicato unanimamente uno dei più grandi della letteratura albanese. Serembe fu un’anima irrequieta che patì le dure prove dell’umano soffrire e l’atmosfera di disperazione e tragedia che visse influenzò significativamente i suoi versi.

La vita

Serembe nacque a San Cosmo Albanese (Strigari) e studiò nel collegio di San Adriano. Adolescente, si innamorò di una ragazza del suo villaggio che era emigrata in Brasile con la sua famiglia e che lì morì. Ossessionato da questa perdita e dal pensiero di ritrovare la tomba dell’amata, Serembe si imbarcò per il Brasile nel 1874. Con l’aiuto di una lettera di raccomandazione di Dora d’Istria, venne ricevuto alla corte dell’imperatore Pedro II ma, nonostante questi importanti riferimenti, ritornò in Europa deluso e sconfortato. Al suo sbarco nel vecchio continente nel settembre 1875 venne rapinato e perse tutto il suo denaro, apparentemente nel porto di Marsiglia, e fu costretto a tornare in Italia a piedi. Durante questo percorso si dice abbia perso molti manoscritti. A Livorno Demetrio Camarda provvide all’acquisto del biglietto del treno fino a Cosenza. Disperato e psicologicamente provato, divenne sempre più insicuro e solitario. La sua mente trovò rifugio nel sogno della terra dei suoi antenati, nella visione dell’Albania ai tempi dell’occupazione Turca e nell’indifferenza dei poteri occidentali alle sue sofferenze. In questo stato di isolamento emotivo, l’Italia gli parve sempre più “dheu i huaj”, la terra straniera. Nel 1886, Serembe visitò le comunità Arbëreshe in Sicilia e nel 1893 viaggiò negli Stati Uniti dove visse per due anni. Un volume dei suoi versi in Italiano venne pubblicato anche a New York nel 1895. Nel 1897 emigrò definitivamente dalla Calabria nel Sud America dove provò a rifarsi una vita a Buenos Aires. Nell’anno successivo si ammalò e morì nel 1901 a San Paolo.

Le opere

Molti dei lavori di Serembe (poesie e drammi), che l’autore revisionava costantemente, sono andati perduti nel costo della sua travagliata esistenza. Mentre era ancora in vita egli pubblicò solo: “Poesie italiane e canti originali tradotti dall’albanese”, Cosenza 1883 in Italiano e Arbërisht, “Il reduce soldato, ballata lirica” New York 1895 solo in Italiano e Sonetti vari (Napoli 189?), una rara raccolta di 42 sonetti in Italiano con una introduzione, stampate su solo quattro pagine con caratteri minuscoli. Uno dei poemi apparve anche nel giornale di Giuseppe Schirò, Arbri i rii, il 31 Marzo 1887. Trentanove delle sue poesie furono pubblicate postume nel volume “Vjersha”, Milano 1926 da suo nipote Cosmo Serembe. Altri lavori sono stati trovati in diversi archivi e manoscritti in anni più recenti e alcune di queste poesie si sono tramandate per via orale tra gli abitanti di San Cosmo. Questo a conferma della popolarità raggiunta tra i compaesani nonostante egli visse a lungo lontano dal paese nativo.

I versi di Serembe, abbattuto e melanconico nel carattere, patriottico e idealista nell’ispirazione, sono considerati da molti come le migliori liriche mai scritte in Albanese, per lo meno prima dei tempi moderni. I suoi temi variano da melodiose liriche d’amore a elegie per la sua terra d’origine, eleganti poemi sull’amicizia e sulle bellezze della natura, versi di ispirazione religiosa. Tra i suoi poemi romantici di nazionalismo nostalgico, che stabiliscono una connessione con le generazioni di poeti della Rilindja albanese del XIX secolo, vi sono liriche dedicate alla sua patria perduta, a Ali Pasha Tepelena, Dora d'Istria e Domenico Mauro.

 



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