PietroCamodecaIl 4 gennaio 2010 è stato commemorato il XL della rivista Katundi Yne di Civita. Per il numero speciale (137(2009/4) mons. Eleuterio F. Fortino ha scritto il seguente articolo, in concomitanza con il 90° dell’Eparchia di Lungro.

“Nel 1888, in occasione del giubileo sacerdotale del Sommo Pontefice Leone XIII, abbiamo avuto l’onore di umiliare a Sua Santità il presente Indirizzo, unitamente a parecchie migliaia di firme di Albanesi italo-greci delle nostre colonie, allo scopo di felicitarci con Lui del lieto avvenimento, e di reclamare la nostra autonomia ecclesiastica con la creazione di una diocesi a parte con a capo un vescovo indigeno del nostro rito”. Così, l’arciprete Pietro Camodeca dei Coronei, nato a Castroregio, scriveva nella prefazione alla 2^ edizione dell’opuscolo in cui pubblicava il memorandum presentato a Leone XIII per reclamare L’autonomia ecclesiastica degli Italo-Albanesi delle Calabrie e della Basilicata (Roma, Tip, A. Befani, 1903). Il memorandum con 2500 firme è stato inviato a Roma, ma prima declamato nell’accademia tenuta in occasione del giubileo sacerdotale di Leone XIII in Chiaromonte il 26 luglio 1887.

 

Preparazione

L’arciprete Camodeca al tempo era parroco e vicario degli Italo-Greci nonché giudice ed esaminatore sinodale della diocesi di Anglona e Tursi nella cui giurisdizione si trovavano varie parrocchie italo-albanesi della Basilicata. Egli però redigeva il memorandum a nome di tutti gli Italo-Albanesi di rito greco di Calabria e di Basilicata. A questo scopo egli con preveggenza e con prudenza ha contattato tutti i vescovi di quelle diocesi dove si trovavano Italo-Albanesi. Già nel novembre del 1886 egli scriveva una lettera circolare “Ai reverendi arcipreti, economi curati, sacerdoti e connazionali albanesi della Provincia di Cosenza e della Basilicata. Poco dopo da Castroregio il 7 gennaio 1887, scriveva “ai Rev.mi vescovo di Anglona e Tursi, di Cassano Ionico, di Rossano e delle diocesi riunite di S. Marco e Bisognano”.

Nel primo documento, cioè nella lettera agli Italo-Albanesi, egli presenta le modalità e il significato della proposta di fare un appello al Papa in difesa degli Italo-Albanesi preparando un memorandum e recandosi in pellegrinaggio popolare a Roma per le celebrazioni del giubileo di Leone XIII. Dopo aver menzionato l’emigrazione in Italia “ove per opera dei romani pontefici si ebbero asilo e beni di fortuna”, ricorda anche le provvidenze particolari della fondazione (1732) del Collegio Italo-Greco Corsini e delle prescrizioni della costituzione Etsi pastoralis (1742). Egli rileva pure che gli Albanesi hanno vissuto per tre secoli “in mezzo ad un popolo che incessantemente ha lavorato a spegnere le nostre usanze”, pur avendo essi sempre lottato per “mantenere la fede, i riti, i costumi e costante l’ubbidienza ai romani pontefici”. Introducendo lo scopo della lettera il Camodeca scrive che a causa di varie circostanze sia “per mancanza di mezzi sia per mancanza di spirito di associazione” gli Italo-Albanesi non si erano mai recati in gruppo consistente a Roma: “Noi non fummo mai rappresentati a Roma né nei grandi avvenimenti della Chiesa né nelle letizie particolari dei Pontefici”.

A questo punto presenta l’idea di un grande pellegrinaggio. “Questa nobile idea – egli spiega – perché il clero e gli Albanesi di rito greco della provincia di Cosenza e di Basilicata vengano in comitato rappresentati nel prossimo giubileo sacerdotale di Leone XIII, noi la caldeggiamo fortemente e viviamo nella grande speranza che tutti voi, o signori, uniti in un sol pensiero, non siate per rispondere negativamente al nostro generoso appello”.

Il Camodeca è orgoglioso della sua gente, nonostante le avversità e le congiunture storiche. Cosa presentare al Papa, quale omaggio, quale dono? “La nobiltà dunque dei natali – egli risponde – l’entusiasmo sempre vivo nella religione, l’infortunio politico che da secoli opprime l’Albania ecco i doni che offriremo”. Egli aggiunge che “nell’indirizzo da leggersi al cospetto del Papa” si indicheranno i bisogni attuali degli Italo-Albanesi. “Noi sottoporremo alla Sua saggezza, alla Sua grande bontà, i bisogni delle nostre chiese, la necessità di una disciplina più severa per il clero, il bisogno dell’insegnamento dei riti, del canto, della lingua greca e delle altre discipline ecclesiastiche, cose tutte fino ad ora trascurate”. Allo scopo di realizzare questa prospettiva egli aggiunge la proposta concreta da inserire nel memorandum. Egli scrive: “Noi esporremo le vicissitudini del nostro collegio di S. Adriano quali erano prima del 1860, e quali ora sono, e da ciò faremo emergere la necessità di domandare la nostra egemonia ecclesiastica, ossia di una diocesi a parte che comprendesse i 20 paesi albanesi esistenti nella Provincia di Cosenza e di Basilicata. Il vescovo dipenderebbe direttamente da Roma, e i beni dell’attuale mensa di S. Adriano e dell’Abbazia di S. Nilo, formerebbero la temporalità del nuovo ordinario diocesano”.

Egli assicura l’accordo dei vescovi latini interessati. Chiede che ciascuno apponga la sua firma in una scheda perché tutte le firme vengano stampate in un album da presentare con il memorandum al Papa “col motto in lingua nostra” cioè in arbëresh in un suo alfabeto: “Të Arbyrest e Calavris e ty Basilicats Paps Liunit XIII”.

Nella successiva lettera del 7 gennaio 1887 informava i vescovi, nel cui territorio vivono comunità italo-albanesi di rito greco, dell’iniziativa e chiede loro il proprio parere di assenso o dissenso e nel caso di assenso dichiarare se son disposti “a cederci le poche parrocchie albanesi” facenti parte finora delle loro diocesi. In questa lettera circolare il Camodeca fa riferimento anche a Spezzano Albanese. Egli scrive di domandare al Papa “di costituirci autonomi, con la decisione di una nuova diocesi a parte, che comprendesse i 20 paesi albanesi e, se fosse possibile, anche Spezzano di Sibari come sede dell’arcivescovado”.

Il Memorandum

L’Indirizzo di 10 pagine stampate espone i lineamenti storici classici nella schematizzazione italo-albanese (resistenza di Skanderbeg contro i Turchi, emigrazione in Italia, protezione dei pontefici, avversione dei vescovi e dei baroni locali, strumentalizzazioni politiche antiecclesiastiche, decadenza del rito greco, urgenza di riforma).

Quindi si presentano gli auguri al Papa e poi segue la domanda esplicita. Il Memorandun s’indirizza direttamente al Papa: “Ora spetta a Te, o Leone, di infonderci novella vita, dandoci l’autonomia; sì a Te spetta, perché il Romano Pontificato ha riservato a sé ab immemorabili il diritto di amministrare gli Albanesi. E sarà questo il primo passo per la riconquista degli altri confratelli albanesi di là dal mare, che gemono abbruttiti sotto il peso della Sublime Porta! Santità, oggi in mezzo alla gioia che tanto Ti abella questo giorno, non Ti dispiaccia accettare i nostri auguri, e di sentire benignamente i nostri lamenti! Anche un tempo in questa Roma, i gloriosi vincitori delle grandi battaglie, nei loro trionfi, non ingegnavano il grido dell’Io triumphe!...Ti allieti dunque la pace, la concordia e l’ubbidienza del Tuo gregge universale, e mentre hai parole di conforto per tutti e la paterna benedizione per tutti, benedici e conforta anche i tuoi figli della sventura, e non voler sentire con un tuo diniego il mesto e doloroso addio degli schiavi: Ave morituri te salutant!

Mesta e dolorosa questa chiusa del memorandum. Emerge lo sconforto degli Italo-Albanesi del tempo. Anche il poeta Bernard Bilotta nei suoi “Versi Lugubri” (1894) scriveva che fra cento anni nessuno più avrebbe potuto leggerli. Il Memorandum però termina con tre puntini di sospensione. Quei tre puntini sono stati riempiti nel 1919 con la creazione dell’eparchia di Lungro.

Creazione dell’eparchia

Nella prefazione della citata sua pubblicazione il Camodeca scrive con evidente amarezza: “Sua Beatitudine (il Papa), con lettera della Segreteria di Stato dell’11 febbraio 1888, ha gradito i sentimenti della nostra devozione, ma restò senza effetto la seconda parte delle nostre aspirazioni”, la questione della nomina di un vescovo.

Un segno positivo all’iniziativa Roma però lo aveva già dato. Con lettera del 10 maggio 1887 il Prefetto della Congregazione di Propaganda Fide per gli Affari Orientali, il Cardinale Simeoni, aveva ringraziato per l’informazione ricevuta sulla partecipazione degli Italo-Albanesi alle celebrazioni giubilari di Leone XIII e aveva aggiunto: “Accogliendo poi di buon grado la domanda che Ella mi ha fatto nello stesso foglio, non mancherò di far eseguire in questa tipografia poliglotta, e a spese di questa S. C. la stampa dell’indirizzo e relativi documenti e firme, che V. S. si darà cura di trasmettermi”. Certamente non era la prima richiesta per la creazione di un’eparchia propria per gli Italo-Albanesi di rito greco che perveniva a Roma, ma era la prima volta che la richiesta veniva presentata con la firma di migliaia di persone.

Le Congregazioni romane hanno studiato in due sessioni la questione della creazione di una diocesi e della nomina del vescovo prendendo in considerazione le varie relazioni e proposte ricevute.

La Costituzione Catholici fideles (1919) di creazione dell’eparchia, si riferisce, più esplicitamente, a due sessioni plenarie delle Congregazioni. La prima si è tenuta il 19 novembre del 1917 a Propaganda Fide e l’altra il 10 febbraio1919 nella nuova Congregazione per la Chiesa Orientale, creata di recente (1917) e che sostituirà quella collegata alla Propaganda Fide. Le due assemblee presero due decisive deliberazioni.

La prima affrontò  due “dubbi”, cioè due questioni:

  • Se e quali provvedimenti adottare per il buon governo dei fedeli albanesi di rito greco della Sicilia;
  • Se e quali provvedimenti adottare per il buon governo dei fedeli di rito greco della Calabria.

Dopo aver studiato il primo quesito si decise di rinviarne ad altro tempo la soluzione. Per quanto riguardava i fedeli di rito greco di Calabria, si stabilisce che si “costituisca una diocesi di rito greco sotto l’ordinaria giurisdizione di un vescovo dello stesso rito”. La Congregazione decise inoltre che “La residenza ordinaria del vescovo sia nel paese detto Lungro”. Questa decisione della Congregazione, firmata dal Card. Nicolò Marini, è stata approvata da Benedetto XV nell’udienza del 28 novembre 1917.

La seconda assemblea plenaria (10 febbraio 1919) indicava il sacerdote Giovanni Mele quale candidato da proporre al Papa per la nomina a vescovo di Lungro. Il Papa ha approvato la decisione il 13 febbraio 1919.

E questo è il giorno dell’istituzione dell’eparchia di Lungro.

Osservazione conclusiva

Il Camodeca concludeva il suo Memorandum, qualora

il Papa avesse risposto negativamente alla domanda di creazione di una diocesi per gli Italo-Albanesi, con il tragico saluto degli schiavi: “Morituri te salutant”. Ma 21 anni dopo veniva di fatto istituita l’eparchia e nel 90° da quell’istituzione non soltanto gli Albanesi di rito greco non sono morti, ma l’eparchia manifesta un nuovo volto neo-bizantino ed esprime desideri e possibilità di rinascita.

L’applicazione degli “Orientamenti pastorali e norme canoniche” del II Sinodo Intereparchiale (2004-2005) la sosterranno e guideranno nel prossimo futuro (Besa/Roma).

Bibliografia

L’autonomia ecclesiastica degli Italo-Albanesi delle Calabrie e della Basilicata per l’Arciprete Pietro Camodeca de’ Coronei, parroco e vicario generale degli Italo-Greci, giudice ed esaminatore sinodale della diocesi di Anglona e Tursi, 2^ edizione, Roma 1903.

Sacra Congregazione de Propaganda Fide per gli Affari di Rito Orientale, Ponente l’Eminentissimo e Reverendissimo Signor Cardinale Nicolò Marini. Relazione con Sommario intorno ai provvedimenti da adottarsi per l’amministrazione spirituale dei fedeli Albanesi di rito greco di Sicilia e Calabria, Novembre 1917 (prot. Num. 38660), Roma, Tipografia Poliglotta Vaticana.

Sacra Congregatio Pro Ecclesia Orientali, Ponente l’Eminentissimo e Reverendissimo Signor Cardinale Aidano Gasquet. Relazione sulla visita alle colonie greche della Calabria e sulla nomina del primo Vescovo Ordinario per le medesime, Febbraio 1919 (prot. 1396), Roma Tipografia Vaticana;

G. Laviola, Pietro Camodeca dei Coronei, Aversa 1969.

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