cupola.jpgTratto dalla rivista Jesus, Aprile 2008: in edicola in questi giorni.
Esclusiva di Jemi.it 
Una piccola diocesi, con una lunga storia e un grande patrimonio spirituale. È questo l’identikit dell’eparchia di Lungro: in questa porzione della provincia cosentina, infatti, vive da seicento anni una comunità di origini albanesi la cui fede, di tradizione bizantina, si è conservata e integrata nella Chiesa cattolica.
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Una diocesi a macchia di leopardo. Fisicamente dispersa, ma compatta attorno alle tradizioni, alla lingua, ai valori, alla fede. L’eparchia di Lungro, istituita nel 1919, raccoglie un popolo, quello italo-albanese, sbarcato in Italia nella seconda metà del 1400. «Con l’avanzata dei turchi», spiega papàs Sergio Lanza, parroco del Santissimo Salvatore a Cosenza e rettore del seminario arbresh, «i nostri avi hanno attraversato lo Jonio per salvare la vita e la fede». Un popolo fiero e coriaceo che ha la liturgia bizantina come collante principale e la lingua albanese antica come segno di riconoscimento.

«La nostra eparchia, come si chiamano le diocesi greco-cattoliche», aggiunge Angela Castellano Marchianò, per molti anni dirigente di Azione cattolica e attualmente direttrice dell’Ufficio diocesano per la cooperazione missionaria, «in realtà si caratterizza per l’uso di due lingue: l’albanese antico come lingua parlata e il greco come lingua rituale. I nostri avi erano gli esuli albanesi, dopo l’invasione dell’impero bizantino da parte dei turchi e la morte dell’eroe nazionale Skanderberg. I discendenti di quegli uomini e di quelle donne hanno sempre mantenuto lingua e rito con convinzione e caparbietà, anche nei secoli in cui la diocesi non era stata ancora istituita».

 

L'abside della chiesa di Santa Maria Assunta, a Civita.
L’abside della chiesa di Santa Maria Assunta, a Civita.

 

È monsignor Giovanni Mele, primo vescovo di Lungro, che cerca di ritessere una tela tra le tante comunità disperse. Sebbene, infatti, il popolo avesse mantenuto in comune molte delle tradizioni antiche, mancava una uniformità anche esteriore nelle pratiche religiose. Le influenze latine, in più di una occasione, si erano fuse con le tradizioni bizantine tanto che il vescovo nel 1922 dovette scrivere una lettera di "Disposizioni per il clero", un testo breve nel quale dettava le prime regole comuni per le comunità parrocchiali.

 

Monsignor Mele, a dorso di mulo, girò tutta la sua diocesi: paesini di montagna quasi inaccessibili, comunità isolate, paesi più grandi, piccoli insediamenti. Si spinse anche in Puglia e Basilicata. «Nacque in quegli anni l’idea di costruire una rete che tenesse in collegamento le persone in un territorio così frammentato», spiega l’avvocato Giuseppe Capparelli, ex presidente dell’Azione cattolica diocesana. «Proprio per questo motivo quel vescovo e poi i suoi successori vollero promuovere fortemente l’associazione. Qui non ci sono movimenti o altri gruppi ecclesiali. I vescovi hanno puntato sull’Ac per costruire un collegamento. L’esperienza è stata positiva tanto che, anche se geograficamente dispersi, oggi siamo spiritualmente compatti».

 

Una panoramica delle campagne intorno a Lungro, sede della eparchia greco-cattolica.
Una panoramica delle campagne intorno a Lungro,
sede della eparchia greco-cattolica.

 

A nutrire questa compattezza, da qualche anno c’è anche la scuola di formazione teologica. Nata a Lungro ufficialmente nel 1989 – anche se tanti incontri si erano già tenuti – è divenuto punto di riferimento e di approfondimento della propria fede e della propria tradizione. «Sono soprattutto i laici che la frequentano», aggiunge l’attuale presidente dell’Ac, Luigi Viteritti, «ed è un bene riscoprire, approfondire e valorizzare la nostra teologia e la nostra liturgia. Per noi il rito è proprio una questione ontologica». Di questa importanza sono convinti tutti, anche coloro che praticano meno, anche i giovani «che si vedono a Messa solo nei momenti più forti dell’anno come Pasqua, Epifania e Natale», dicono i sacerdoti.

 

«Il rito non è solo forma, ma è sostanza, è cultura», sottolinea papàs Antonio Trupo, direttore della Caritas. Da Civita, un paesino di mille abitanti a sud del Pollino, guida da anni i volontari e gli operatori Caritas. Mostra, con orgoglio, il piccolo museo che raccoglie la storia di questo popolo, i vecchi utensili, i vestiti da sposa delle donne, antiche fotografie e disegni. «Gli abiti più preziosi sono andati persi», spiega, «perché per tradizione le donne vengono sepolte con l’abito da sposa, quello più bello e prezioso, spesso ricamato in oro».

 

Papàs Andrea Quartarolo durante la celebrazione della Messa nella chiesa di S. Demetrio Megalomartire, a San Demetrio.
Papàs Andrea Quartarolo durante la celebrazione della Messa
nella chiesa di S. Demetrio Megalomartire, a San Demetrio.

 

Ci fa vedere, compiaciuto, la chiesa del paese e poi raggiungiamo attraverso le stradine strette il punto più alto. Da qui guarda in giù, verso la gola profonda scavata dal fiume Raganello. «Gli arbresh sono un po’ come questo paesaggio», spiega: «Duri come la roccia, ma accoglienti come una culla, vitali come il fiume, silenziosi e affascinanti come queste gole». Sono tra le più profonde d’Europa e ogni anno 30 mila turisti si muovono per vederle. Quando arrivano qui trovano un paese accogliente. Una disponibilità di cui non usufruiscono solo i viaggiatori. Durante la guerra in Kosovo, i profughi cercarono innanzitutto i loro antichi "fratelli". Vicini per lingua e tradizione, si sono trovati a loro agio fra gli arbresh. Che li hanno accolti anche in casa: «Solo a Civita», dice papàs Trupo, «oltre cento».

 

Molti di quegli immigrati sono poi partiti per il Nord Italia alla ricerca di lavoro. «Alcuni sono rimasti e si sono integrati al punto da rinunciare alla loro lingua per parlare l’albanese antico. Noi, però, li incoraggiamo, anche a scuola, a non perdere le loro tradizioni», aggiunge Viteritti. «Siamo convinti che ogni cosa va conservata e tutelata perché fa parte dell’identità di un popolo. L’integrazione non può essere a scapito della propria cultura. Noi lo sappiamo per esperienza e, anche in questa capacità di restare noi stessi, risiede la nostra originalità».

 

L'esterno della chiesa di Sant'Adriano, a San Demetrio Corone.
L’esterno della chiesa di Sant’Adriano, a San Demetrio Corone.

Pure Viteritti, come quasi tutte le persone che si incontrano in queste terre, ci tiene a sottolineare che «siamo rimasti quel che eravamo. Non abbiamo mai abiurato all’Ortodossia e mai abbiamo fatto adesione al cattolicesimo. Siamo stati naturalmente riuniti al Papa, restando fedeli alla nostra tradizione bizantina». Una tradizione che si esprime non solo con una liturgia molto ricca, ma anche con i colori, l’arte, i mosaici. E soprattutto con le icone: «Le immagini sono una strada per arrivare al mistero attraverso la bellezza, sono una manifestazione anche della misericordia di Dio», spiega l’archimandrita Mario Pietro Tamburi, parroco di San Nicola di Mira, a Lungro. «Dio si rivela attraverso le immagini e l’immagine è un linguaggio non solo umano».

 

Nelle ricchissime chiese di questa diocesi le icone hanno sempre un posto in primo piano, sebbene in talune si ritrovino pure un certo numero di statue. È una delle influenze latine, che però i greco-cattolici rispettano. Una delle norme, infatti, prescrive che non si introducano nuove statue nelle chiese, ma che si conservino quelle che già si trovavano nel luogo sacro.

 

La celebrazione di un battesimo a Lungro.
La celebrazione di un battesimo a Lungro.

 

«È una forma di estremo rispetto per le tradizioni degli altri», aggiunge l’archimandrita, «anche se per noi le icone hanno un valore molto diverso da quello delle statue. Per noi esse sono un sacramento, una manifestazione precisa che il Signore fa. Ci sono dei criteri anche scientifici e geometrici molto precisi per dipingere un’icona. Per esempio, nella tradizione bizantina le spalle devono essere due volte il capo e l’altezza nove volte. La distanza tra gli occhi corrisponde alla larghezza di un occhio. E così via. Nonostante questi criteri così precisi, però, ogni icona è diversa dall’altra perché, poiché è Dio che si comunica, il mistero si rinnova ogni volta».

Una speciale rilevanza viene data all’iconostasi. Le tre porte che separano l’altare dai fedeli sono un vero trattato di teologia. A destra è sempre il Cristo pantocratore. Dalla porta centrale entra solo il sacerdote, mentre dalle porte laterali entrano i diaconi. Lo spazio è interdetto alle donne. Possono entrarvi soltanto le suore o le mogli dei preti. «Questo non significa che le donne abbiano un ruolo inferiore nella nostra Chiesa», spiega papàs Sergio Lanza, «anzi, al contrario. La donna da noi è molto valorizzata». La Chiesa greco-cattolica, infatti, ammette il matrimonio per i propri preti, che però può essere celebrato soltanto prima dell’ordinazione sacerdotale, e questa può essere ricevuta dopo un periodo di formazione comune e dopo espresso consenso della moglie. «Ed è una benedizione», sottolinea il rettore del seminario, sacerdote sposato e padre di tre figlie. «È una vocazione che si porta avanti insieme. Penso che la gente ci veda più vicini alla loro vita quotidiana, è portata anche a fidarsi di più», dice.

 

Alcuni abitanti di Civita sul corso principale del paese.
Alcuni abitanti di Civita sul corso principale del paese.

A Cosenza, dove papàs Lanza è stato nominato parroco da pochi anni, la sua è l’unica chiesa di rito bizantino e lui è l’unico sacerdote sposato. «All’inizio, vedermi per strada con la mia famiglia creava qualche curiosità. Ma è durato poco. Per la gente oggi è normale considerare me e mia moglie una normalissima coppia. E non c’è più chi resta sorpreso se, telefonandomi a casa, si sente rispondere da una delle mie figlie "papà torna più tardi". Non c’è stata nessuna difficoltà per questo, anzi credo che l’essere sposato mi sia stato di grande aiuto quando si è trattato di inserirsi in città».

 

Con il resto della Calabria gli arbresh condividono speranze e problemi. «Forse l’unico problema che non ci tocca è la ’ndrangheta», dice papàs Trupo, «siamo comunità molto piccole e il controllo sociale è strettissimo. È difficile che fenomeni come questo possano attecchire da noi. Anche la criminalità comune e lo spaccio di droga sono fenomeni che vengono portati dall’esterno, e comunque restano fenomeni molto circoscritti». A preoccupare, invece, è la partenza dei giovani: «Vanno via per studiare, per trovare lavoro, per vivere meglio. E così i nostri Paesi si spopolano», aggiunge Viteritti, «e questo ci indebolisce. «Anche da qui, da San Demetrio Corone, che è uno dei paesi più grandi della diocesi, i giovani vanno via. Per noi questo è un dramma maggiore rispetto agli altri paesi calabresi, perché se scompare una nostra comunità è un intero mondo che si perde».

 

Camminando per questi paesi si ha l’impressione di essere catapultati in Oriente. «Siamo numericamente insignificanti», aggiunge papàs Trupo, «ma abbiamo una grande importanza. La presenza di due diocesi di rito bizantino (l’altra è Piana degli Albanesi, in Sicilia, ndr) significa nutrire un piccolo lembo di mondo greco in Italia. Prima eravamo appena tollerati se non proprio malvisti. Oggi siamo apprezzati, invogliati ad andare avanti e a recuperare ciò che abbiamo perso. Questa piccola comunità, di fronte alla Chiesa italiana, è un esempio di integrazione, perché non siamo "uniati", ma viviamo integrati con i latini pur conservando le tradizioni ortodosse».

 

Un'icona nella chiesa di Santa Maria Assunta.
Un’icona nella chiesa di Santa Maria Assunta.

 

Qualche difficoltà la sta creando l’immigrazione rumena. I greco-cattolici che vengono dall’Est, infatti, sono "uniati" e per essere inseriti nella diocesi devono sposare completamente le tradizioni italo-albanesi: «All’inizio», spiega Trupo, «c’è stata una certa diffidenza nei loro confronti. La tensione con gli ortodossi nei loro Paesi di provenienza ha penalizzato anche noi nei rapporti ecumenici con l’Est. Inoltre, il fatto che alcuni dei nostri siano passati al mondo ortodosso ha creato qualche imbarazzo. Abbiamo detto chiaramente che non possiamo programmare incontri ecumenici con chi fino a ieri era da quest’altra parte. Però siamo sicuri che queste difficoltà si possano superare».

 

Tutti insistono sulla grande capacità degli italo-albanesi di essere un ponte tra due sponde. Non solo tra Oriente e Occidente, ma anche tra le persone dei territori in cui vivono. «L’essere così dispersi», dice Angela Castellano Marchianò, «ha comportato molte difficoltà, ma ha anche consentito di non chiudersi in un unico territorio, di aprirsi agli altri e di arricchirsi reciprocamente allargando gli orizzonti». Apertura e fedeltà: «La Chiesa di Lungro assomiglia a un piccolo Israele», conclude papàs Lanza, «dopo cinque secoli, dopo persecuzioni e molto peregrinare, manteniamo ancora vive le tradizioni dei padri, manteniamo la lingua e il rito, manteniamo la fede».

 

 

 

 

Un’eparchia tra tre regioni

La diocesi di Lungro – eparchia, secondo la dizione greco-cattolica – è stata fondata nel 1919. Prima circoscrizione territoriale cattolica di rito bizantino in Italia, si estende su una superficie di 493 chilometri quadrati. L’attuale eparca è monsignor Ercole Lupinacci, che è succeduto a monsignor Giovanni Stamati nel 1987. Il primo vescovo fu monsignor Giovanni Mele. La maggioranza del territorio della diocesi si trova in Calabria, ma ci sono comunità di rito bizantino che dipendono da Lungro sparse anche in Puglia e in Basilicata. In totale, fanno parte della diocesi 29 parrocchie. I fedeli sono poco più di 33 mila, seguiti pastoralmente da 34 sacerdoti e un diacono. Sei sono i seminaristi, di cui tre rumeni e tre italo-albanesi. Il seminario, aperto a Cosenza nel 2006, si appoggia, per la formazione, all’Istituto di Teologia dell’arcidiocesi di Cosenza, che dipende dalla Pontificia Facoltà teologica dell’Italia meridionale.

 

 


di Annachiara Valle - foto di Alessia Giuliani/Catholic Press Photo Jesus Aprile 2008

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Typikà locali parrocchiali nella chiesa arbëreshe
Nel passato circolavano tra le Comunità arbëreshe di Calabria, oltre a typikà bizantini stampati generalmente a Venezia, comodi rubricari manoscritti che riproducevano le norme generali, ma introducevano anche elementi locali. Per una storia autentica dell’evoluzione storica della tradizione bizantina tra gli Arbëreshë è indispensabile conoscere questi documenti che ci riportano  la prassi concreta. .
Nel passato circolavano tra le Comunità arbëreshe di Calabria, oltre a typikà bizantini stampati generalmente a Venezia, comodi rubricari manoscritti che riproducevano le norme generali, ma introducevano anche elementi locali. Per una storia autentica dell’evoluzione storica della tradizione bizantina tra gli Arbëreshë è indispensabile conoscere questi documenti che ci riportano  la prassi concreta. . Read More...
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Giorgio Castriota Skanderbeg tra storia e mito
La parrocchia greca di Cosenza dell'Eparchia di Lungro e, in particolare, il parroco protopresbitero Pietro Lanza, stanno ricordando nel corso di questa settimana l'eroe albanese Giorgio Kastriota Skanderbeg a 550 anni dalla sua morte. Oltre ai vari eventi segnalati sul calendario di Jemi.it, è stata diffusa anche una monografia contenuta nel volume I Padroni dell’Acciaio, scritta da Gabriele Campagnano Zweilawyer e illustrata da Francesco Saverio Ferrara.
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Nacque a Ribera (Agrigento) il 4 ottobre 1818, compì i primi studi nel seminario greco-albanese di Palermo, e si laureò in Giurisprudenza nel 1837. L’anno dopo sposò Rosa D’Angelo che morì nel 1840. Nel 1839, Francesco Crispi (1) aveva fondato e diresse poi per tre anni, il giornale “L’ORETEO”. Nel 1844 si presentò a un concorso per la magistratura, riuscendo primo, ma in seguito rinunciò per esercitare l’avvocatura a Napoli. Intanto si occupava di politica, svolgendo idee e propaganda liberali.
Nacque a Ribera (Agrigento) il 4 ottobre 1818, compì i primi studi nel seminario greco-albanese di Palermo, e si laureò in Giurisprudenza nel 1837. L’anno dopo sposò Rosa D’Angelo che morì nel 1840. Nel 1839, Francesco Crispi (1) aveva fondato e diresse poi per tre anni, il giornale “L’ORETEO”. Nel 1844 si presentò a un concorso per la magistratura, riuscendo primo, ma in seguito rinunciò per esercitare l’avvocatura a Napoli. Intanto si occupava di politica, svolgendo idee e propaganda liberali. Read More...
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La Presidente Succurro ha incontrato l’Ambasciatore del Kosovo in Italia
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“Arbëria Viva” di Arbër Agalliu premiato a Moda Movie
Il cortometraggio di Arbër Agalliu sulle minoranze linguistiche arbëresh ha ricevuto il premio speciale durante la kermess di moda e cinema "Moda Movie" a Cosenza. 
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La Rai Calabria sostiene la cultura e la lingua arbëreshe in Italia attraverso programmi dedicati
In Calabria, la Rai prevede di promuovere la lingua e la cultura arbëreshë, come stabilito nel nuovo contratto di servizio per il periodo 2023-2028, approvato definitivamente dal Consiglio di Amministrazione dell'azienda radiotelevisiva, presieduto da Marinella Soldi.
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La lingua arbëreshe viene snobbata
La lingua è l’elemento fondamentale che caratterizza una comunità e un intero popolo. Secondo Bruner la lingua svolge una funzione di trasmissione culturale. Infatti, diventa tramite necessario per la conservazione di pratiche culturali e religiose. Inoltre, non va dimenticato, nel caso della comunità di Piana degli Albanesi, che un ruolo fondamentale nella conservazione della lingua arbëreshe è stato giocato dai papades. Infatti, il primo testo il lingua arbëreshe è stato scritto nel 1592 da un sacerdote: Luca Matranga. Si tratta dell’ E Mbësuame e Krështerë – La Dottrina Cristiana Albanese. Nel corso dei secoli, come in parte ancora oggi, nelle chiese arbëreshe di Piana le preghiere si recitano in lingua. E, grazie al catechismo frequentato dai bambini che si preparano per la prima confessione, si ha la possibilità di dar vita a un continuum e tramandare alle nuove generazioni la lingua.
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Il presidente albanese Meta chiede che l'arbëresh venga insegnato a scuola
Il presidente della Repubblica, Ilir Meta ha incoraggiato questo sabato i parlamentari italiani a fornire il loro supporto affinchè la lingua arbëreshe venga insegnata nelle scuole dei dei comuni minoritari. 
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Scoperto l’anno di nascita del poeta albanese sangiorgese Giulio Variboba
La ricerca sul poeta D. Giulio Varibobba non finisce mai di stupire. Sono stati rintracciati ultimamente importanti fonti documentali presso archivi pubblici e privati sulla comunità di San Giorgio Albanese in provincia di Cosenza.
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Gerbidi e maggesi
E’ trascorso più di un secolo dai forse dimenticati “Moti di Palazzo Adriano”: una sollevazione contadina contro il padronato, motivata dalla ‘pretesa’ d’aumentare la propria quota spettante in grano dal 25% al 30% del raccolto, sollevazione sedata nel sangue. Allora la terra del mio paese dava da vivere ad una popolazione doppia rispetto a quella attuale. Purtroppo però l’inevitabile incremento demografico, dovuto a migliori condizioni igieniche e sanitarie e alla diminuzione della mortalità infantile, produceva una lenta ma continua emigrazione verso ‘il nuovo mondo’.
E’ trascorso più di un secolo dai forse dimenticati “Moti di Palazzo Adriano”: una sollevazione contadina contro il padronato, motivata dalla ‘pretesa’ d’aumentare la propria quota spettante in grano dal 25% al 30% del raccolto, sollevazione sedata nel sangue. Allora la terra del mio paese dava da vivere ad una popolazione doppia rispetto a quella attuale. Purtroppo però l’inevitabile incremento demografico, dovuto a migliori condizioni igieniche e sanitarie e alla diminuzione della mortalità infantile, produceva una lenta ma continua emigrazione verso ‘il nuovo mondo’. Read More...
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Istituiti punti telematici per accedere all'Archivio di Stato albanese
'INIZIATIVA di creare una rete di Punti-Archivio per il mondo albanese, collegati elettronicamente con l'Archivio Centrale di Tirana, è partita alla fine del 2020, anche alla luce delle difficoltà create dalla crisi pandemica, su iniziativa della Direzione Generale degli Archivi d'Albania, guidata dal giovane Direttore generale Ardit Bido e dal suo staff del settore informatico, vista l'impossibilità per studenti, ricercatori e studiosi di utilizzare direttamente le fonti archivistiche in possesso dell'Archivio stesso.
'INIZIATIVA di creare una rete di Punti-Archivio per il mondo albanese, collegati elettronicamente con l'Archivio Centrale di Tirana, è partita alla fine del 2020, anche alla luce delle difficoltà create dalla crisi pandemica, su iniziativa della Direzione Generale degli Archivi d'Albania, guidata dal giovane Direttore generale Ardit Bido e dal suo staff del settore informatico, vista l'impossibilità per studenti, ricercatori e studiosi di utilizzare direttamente le fonti archivistiche in possesso dell'Archivio stesso. Read More...
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Napoli, polo storico di riferimento culturale per il mondo albanese e l’Arbëria
Al via lunedì 20 giugno alle 15,30 nella sede dell’Università degli studi di Napoli L’Orientale di Palazzo du Mesnil, in via Chiatamone 62, la prima delle due giornate del convegno internazionale “Napoli, polo storico di riferimento culturale per il mondo albanese e l’Arbëria” nel bicentenario della morte di Angelo Masci, intellettuale attivo a Napoli alla fine del ‘700. A lui si deve il “Discorso sull’origine, costumi, e stato attuale della natione Albanese”, pubblicato per la prima volta a Napoli nel 1807.
Al via lunedì 20 giugno alle 15,30 nella sede dell’Università degli studi di Napoli L’Orientale di Palazzo du Mesnil, in via Chiatamone 62, la prima delle due giornate del convegno internazionale “Napoli, polo storico di riferimento culturale per il mondo albanese e l’Arbëria” nel bicentenario della morte di Angelo Masci, intellettuale attivo a Napoli alla fine del ‘700. A lui si deve il “Discorso sull’origine, costumi, e stato attuale della natione Albanese”, pubblicato per la prima volta a Napoli nel 1807. Read More...
Missiva a Spirlì
Buon giorno Signor Presidente, nella prima settimana dello scorso settembre Lei, in qualità di Vice Presidente della Regione, con la partecipazione di dirigenti di dipartimenti della stessa, dott.ssa Sonia Talarico, dott.ssa M. Antonella Cauteruccio, Dott. Maurizio Nicolai e dott.ssa Francesca Gatto, ha incontrato il CO.RE.MI.L. ed il giorno successivo il direttore della RAI Calabria, dottor Demetrio Crucitti, per gettare la basi ad una Convenzione Ragione-RAI.
Buon giorno Signor Presidente, nella prima settimana dello scorso settembre Lei, in qualità di Vice Presidente della Regione, con la partecipazione di dirigenti di dipartimenti della stessa, dott.ssa Sonia Talarico, dott.ssa M. Antonella Cauteruccio, Dott. Maurizio Nicolai e dott.ssa Francesca Gatto, ha incontrato il CO.RE.MI.L. ed il giorno successivo il direttore della RAI Calabria, dottor Demetrio Crucitti, per gettare la basi ad una Convenzione Ragione-RAI. Read More...
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Recenzione libri: “Viaggio nella Calabria basiliana” di Enzo Cordasco
Continua l'ondata di interesse per gli insediamenti monastici basiliani in Calabria. Proproniamo il libro "Viaggio nella Calabria basiliana" di Enzo Cordasco che offre un itinerario nella Calabria bizantina comprendendo diversi contesti arbëreshë.
Continua l'ondata di interesse per gli insediamenti monastici basiliani in Calabria. Proproniamo il libro "Viaggio nella Calabria basiliana" di Enzo Cordasco che offre un itinerario nella Calabria bizantina comprendendo diversi contesti arbëreshë. Read More...
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Il progetto e l'evento. Gioacchino, Dante, Michelangelo, Scarpa e i cerchi trinitari
L'architetto-filosofo lungrese, Enzo Mattanò, ha appena pubblicato un importante testo che contribuisce ad inquadrare la centralità della teologia figurativa di Gioacchino da Fiore nel pensiero filosofico occidentale.
L'architetto-filosofo lungrese, Enzo Mattanò, ha appena pubblicato un importante testo che contribuisce ad inquadrare la centralità della teologia figurativa di Gioacchino da Fiore nel pensiero filosofico occidentale. Read More...
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Pubblicato il libro "Il grande sbarco"
Pubblicato per i tipi di Angelo Guerini e Associati S.r.l. il libro "Il grande sbarco" che racconta l'esodo albanese verso l'Italia negli anni 90: dalla prima accoglienza calorosa al rimpatrio. 
Pubblicato per i tipi di Angelo Guerini e Associati S.r.l. il libro "Il grande sbarco" che racconta l'esodo albanese verso l'Italia negli anni 90: dalla prima accoglienza calorosa al rimpatrio.  Read More...

ATTUALITÀ

Giovedì, Novembre 18, 2004 Luigi Boccia Chiesa e Religione 8429
Discorso pronunciato da S.E. il Card. Camillo...
Lunedì, Gennaio 23, 2006 Luigi Boccia Chiesa e Religione 12626
Secondo la tradizione, i territori dell’attuale...

LA LINGUA - GJUHA JONE

Domenica, Novembre 13, 2005 Luigi Boccia Grammatica 30652
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Martedì, Marzo 07, 2006 Pietro Di Marco Aspetti generali 12337
E ardhmja e natës agimi. Ti e prite. E ardhmja e agimit dita e plotë. Ti e rrove. E ardhmja e ditës mbrëmja. Ti u krodhe në të. E ardhmja e mbrëmjes...