La Legge 482/99 sulla tutela delle minoranze etnico-linguistiche, dopo un decennio di applicazione, ha sicuramente messo in risalto i valori culturali delle comunità, facendo emergere al tempo stesso dei limiti in essa contenuti per cui andrebbe sicuramente rivista, nella sua struttura riscrivendola alla luce delle esperienze acquisite.

 

E’ importante riconsiderare il fatto che le nostre, mi riferisco agli arbëreshe di Calabria Citra, non sono minoranze ma “presenze” minoritarie; infatti si definiscono lingue minoritarie, quelle tramandate da una generazione all'altra, solitamente accanto alla lingua o alle lingue ufficiali dello Stato, elemento, questo di non irrilevante importanza che diversifica la questione sotto l’aspetto politico, giuridico e culturale.

Gli Sportelli Linguistici, nati per informare e divulgare gli aspetti caratterizzanti le comunità sono da subito apparsi limitati e il più delle volte con personale poco motivato o senza adeguata preparazione e quindi non hanno risposto in modo adeguato alle tematiche di cui si erano fatto carico, pertanto il personale andrebbe adeguatamente formato e messo in condizioni per svolgere meglio la loro funzione.

Una tematica completamente evasa dalla legge, se non nella enunciazione, è quello relativo agli aspetto urbanistici ed architettonici, mai valorizzati e difesi in nessun senso, infatti è in atto un decadimento diffuso dei centri storici arbëreshe tale da renderli irriconoscibili.

Le comunità minoritarie hanno espresso il loro patrimonio culturale in contesti urbanistici ed architettonici che hanno consentito lo svolgersi degli eventi; grazie ai quali è possibile leggere le modificazioni temporali con conseguente rilettura della storia degli arbëreshe; ad esempio i sistemi aggregativi, che si attuavano con sistemi ad asse unico, di tipo complesso nel primo periodo e in un secondo momento ad asse simmetrico, aiutano a delineare l’evoluzione economica e sociale delle comunità.

Occorre studiare e quindi analizzare il rapporto con il territorio nel quale hanno trovato dimora i nostri avi, le dinamiche che hanno determinato il loro insediamento, il momento storico, politico, economico e geografico di quella determinata regione.

Se l’incontro tra le diverse civiltà ha prodotto la nascita di nuovi modelli nel corso dei secoli, viene spontaneo chiedersi in che misura l’evoluzione ha modificato la vita degli arbëreshe con il loro bagaglio consuetudinario trascritto nel Kanun.

Nonostante i paesi d’arberia abbiano subìto devastanti terremoti, dovuti all’orografia e alla conformazione geologica del territorio, le loro genti hanno sempre saputo ricostruire con sapienza e metodo adeguandosi alle risorse di quei tempi.

Oggi non si può rimanere indifferenti alla trasformazione di dimore storiche in semplici unità abitative popolari, di vecchie sorgenti in anfiteatri, allo sventramento di centri storici, alla costruzione di centri sportivi a ridosso di conventi testimoni degli eventi che hanno portato all’unità d’Italia; all’apposizione su scenari naturalistici di variopinti centri culturali frutto di pseudo modelli innovativi, tutto ciò definibile più catastrofico dei terremoti del passato.

Le manomissioni ancora in atto, oltre a far perdere il valore storico ai manufatti ed ai contesti dove essi si trovano collocati, li spogliano della loro identità culturale, per cui sarebbe auspicabile dare risalto alle emergenze architettoniche nella eventuale riscrittura della legge 482 e realizzare opportune convenzioni con gli ordini professionali e le Soprintendenze per tutelare e salvaguardare in modo appropriato i nostri centri storici.

Atanasio arch. Pizzi

Maria Palma dott.Tateo


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