Indice
Albania, un mosaico di religioni
Gli ortodossi nell'Impero ottomano
Il XX secolo
Dopo il comunismo
Conclusione
Tutte le pagine
Secondo la tradizione, i territori dell’attuale Albania erano già evangelizzati all’epoca di san Paolo; infatti l’antica Illiria è citata dall’Apostolo: «Così da Gerusalemme e dintorni fino all’Illiria, ho portato a termine la predicazione del Vangelo di Cristo» (Rm 15,19). Dürres o Dyrrhachion/Durazzo era già sede di diocesi nel 58 d.C., mentre Shkodra/Scutari e Lezha sono attribuite al IV secolo. Le migrazioni delle popolazioni slave cancellarono il primo cristianesimo nell’Illiria e nella Tracia, e gli albanesi dell’epoca tornarono al paganesimo. Il vocabolario ecclesiastico di lingua albanese mostra l’influenza del latino, e la fede probabilmente si diffuse a partire dalle città costiere colonizzate dai romani. L’Albania apparteneva politicamente all’Impero Romano d’Oriente, ma rimase sotto la giurisdizione ecclesiastica di Roma fino al 732. Nel Sud, l’influsso bizantino crebbe, mentre il montuoso Nord rimase legato alla Chiesa di Roma, poiché l’influenza culturale veneziana era più forte, e i monasteri  benedettini si erano moltiplicati dopo la Quarta Crociata. Tuttavia alcuni indizi, come un ordine per un’abbondante provvista di vino — e ciò implica che la comunione veniva distribuita sotto ambedue le specie — testimoniano l’influenza della Chiesa bizantina anche nel Nord(1).
I cattolici e l’Impero ottomano

In linea di massima, la Chiesa cattolica patì più di quella ortodossa il giogo ottomano. Poiché il Papa era considerato un nemico dal Sultano, inizialmente i cattolici non furono organizzati in un millet (2) come gli ortodossi sotto Costantinopoli, ma furono spesso privati di vescovi e sacerdoti e trattati e tassati come dipendenti degli ortodossi oppure soggetti ai capricci dei singoli statuti. Fino al 1609 essi furono integrati nel millet armeno gregoriano, dopodiché per loro fu istituita una divisione separata sotto il protettorato francese. Intorno al 1635 una missione francescana raggiunse l’Albania settentrionale, benché una sia pure frammentaria presenza dei francescani sia documentata a partire dal 1248 (la Custodia Duracensis o protettorato francescano a Durrës). Soprattutto ai francescani si deve se le 19 tribù dell’Albania settentrionale rimasero cattoliche(3).

Malgrado rappresentassero una minoranza, i cattolici contribuirono in modo molto superiore al loro numero alla cultura e alla letteratura albanesi. Il più antico esempio di albanese scritto risale alla formula battesimale dell’Arcivescovo di Durrës (1462). Il primo libro in albanese fu il Meshari (un messale latino di tipo abbreviato) di Gjon Buzuku (1555), un sacerdote albanese, che mostra l’influenza del dialetto veneziano nella terminologia latina presa in prestito. Probabilmente non destinato a un effettivo uso liturgico, fu composto come aiuto ai sacerdoti albanesi per comprendere meglio i testi della messa. Subito dopo comparvero le traduzioni e gli scritti originali degli scrittori cattolici in dialetto ghego del Nord, i quali mantenevano tutti contatti culturali con l’Italia, in particolare con Venezia e il suo dialetto: Pjetër Budi, Frang Bardhi, Pjetër Bogdani.

L’arcivescovo di Skopje, Pjetër Bogdani, compose la prima grande opera scritta in albanese, il trattato teologico apologetico Cuneus prophetarum (il Bastione dei profeti, Padova 1685), che apparve in albanese con una contemporanea traduzione in italiano. Bogdani descrisse il pellegrinaggio dell’Assunzione sul Monte Pashtrik, a ovest di Prizren, nel quale si recavano in processione i musulmani insieme ai serbi, ai greci ortodossi e agli albanesi cattolici tenendo in mano candele di cera e camminando intorno alla vetta per tre ore a piedi nudi. Nel XX secolo, il francescano albanese Gjergj Fishta (1871-1940) divenne il poeta nazionale e diede all’Albania il suo poema epico più amato, Lahuta e malciís (Il liuto delle montagne). Poco dopo la sua morte, Fishta divenne una «non persona» durante gli anni della persecuzione comunista, a seguito della firma del trattato di amicizia tra l’Albania e la Iugoslavia (luglio 1946). Il poema di Fishta venne considerato antislavo e ostile, in quanto descriveva le scaramucce tra le tribù albanesi e montenegrine.



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