Scritto da Italo C. Fortino
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23 Giugno 2008
Greci, l'unica
comunità arbëreshe della Campania in provincia di Avellino, il 14
giugno 2008 ha ospitato nella Sala Consiliare un seminario su
"Tracciati di letteratura arbëreshe", animato dagli studiosi
Italo Costante Fortino, Merita Bruci, Pierfranco Bruni,
Agostino Giordano, organizzato dall'Università Federico II di Napoli,
dalla Regione Campania e dal Comune di Greci.
Il sindaco,
Bartolo Zoccano, ha espresso l'augurio che la comunità di Greci continui
a sviluppare la propria cultura originaria e la lingua arbëreshe, in
quanto valori che rafforzano il senso di appartenenza e rappresentano
una ricchezza per tutto il contesto sociale.
Il seminario
ha inteso mettere in luce la ricchezza della
presenza culturale arbëreshe che, a datare dal XVI secolo,
ha prodotto una notevole e significativa letteratura nella lingua materna.
1. Tracciati
letterari
Il Prof. I.
C. Fortino dell'Università L'Orientale di Napoli ha concentrato
la sua relazione su tre punti: 1) la letteratura antica arbëreshe;
2) la letteratura del romanticismo; 3) la letteratura del XX secolo.
a) La prima
fase, quella antica, parte dall'opera di Luca Matranga, E mbsuame
e krështerë (1592) che rappresenta il primo importante documento
linguistico nella variante arbëreshe di Piana degli Albanesi (PA) e
arriva a tutto il secolo XVIII. E' caratterizzata da una letteratura
con tematiche di ispirazione religiosa e con una continua attenzione
alla lingua che andava modulandosi per esprimere le raffinate tensioni
della poesia.
Un momento
importante, dal punto di vista istituzionale, è rappresentato dalla
fondazione di due Collegi, il "Corsini" per gli albanesi al di qua
del Faro e il Seminario greco-albanese per quelli di Sicilia. Le due
istituzioni hanno svolto un ruolo positivo non solo per la formazione
del clero di rito bizantino, ma anche per la formazione culturale dei
laici per cui si è potuta formare la classe intellettuale arbëreshe.
Una prima conferma è data da due personalità di spicco che hanno dominato
la cultura del XVIII secolo: Giulio Varibobba, poeta di Calabria, e
Nicolò Chetta, poeta e studioso di Sicilia, emanazione rispettivamente
dei due Collegi.
Il Varibobba
ha composto nel 1762 la prima opera poetica di ampio respiro, la
Gjella e Shën Mëris Virgjër, apprezzabile per la fine ispirazione
poetica e per la capacità di rendere, nella lingua arbëreshe del suo
paese, concettualità astratte ed elevate.
Il Chetta si
è distinto come studioso con l'opera in italiano Tesoro di notizie
su de' Macedoni, una interessante trattazione sull'origine,
le emigrazioni e i costumi degli albanesi; mentre come poeta con l'opera
in arbëresh La creazione del mondo sino al diluvio, importante
per la purezza della lingua, ma meno per la resa poetica.
Mentre il Varibobba
nella sua opera poetica ha adottato la lingua della sua comunità, Mbuzati,
accogliendo tutte le infiltrazioni del lessico romanzo, il Chetta si
è mostrato purista che ha fatto fronte alla povertà lessicale con
la neoformazione da radicali arbëreshë o greci. L'impostazione del
Chetta appare di notevole interesse e di attualità anche oggi.
b) Molto ricca
è la letteratura sorta durante tutto il XIX secolo che riflette, com'è
naturale, i caratteri della corrente romantica. Attraverso la scoperta
delle rapsodie popolari, risalenti all'epoca delle emigrazioni in
Italia e a un periodo ad esse precedenti, lo scrittore Girolamo De Rada
inaugura la letteratura albanese del romanticismo. Le sue opere I
Canti di Milosao e poi I Canti di Serafina Thopia,
come anche Skanderbeku i pafān svolgono la loro azione nell'Albania
del XV secolo. I temi della ricerca delle origini, della patria abbandonata,
il tema della nostalgia unitamente alla valorizzazione della cultura
popolare caratterizzano la sua poesia, dal tono ora lirico ed ora epico.
Il De Rada è una personalità poliedrica, interessata alle sorti dell'Albania,
come alla cultura degli arbëreshë, all'indipendenza dell'Albania
come al risorgimento d'Italia. Egli ha inteso richiamare l'attenzione,
a livello europeo, sia sulla ricchezza della cultura degli albanesi
d'Italia, sia sul problema politico e culturale dell'Albania (cfr.
la sua rivista Fiamuri Arbërit, 1883-1887).
In sintonia
col De Rada è Gabriele Dara, arbëresh di Sicilia, che colloca anche
lui l'azione dell'opera Kënka e sprasme e Balës nel XV
secolo, all'epoca di Scanderbeg. Anche in quest'opera la storia
s'intreccia con la nostalgia del passato, mentre all'orizzonte si
affaccia il dramma dell'emigrazione. Comune a questi due grandi del
romanticismo arbëresh è il tema dell'amore contrastato, su cui poggia
la fabula di varie opere di elevata qualità estetica.
Tanti altri
scrittori arbëreshë hanno arricchito la letteratura albanese in questo
periodo (Santori, Serembe, Schirò, Argondizza, Bilotta, Crispi Glaviano),
tra i quali va menzionato Leonardo De Martino, anche per essere nativo
di Greci e per avere composto l'opera poetica L'arpa d'un
italo-albanese.
c) La letteratura
del XX secolo trova il suo punto di maggiore sviluppo soprattutto nella
seconda metà del secolo, quando un movimento di rinascita della cultura
arbëreshe è portato avanti da varie riviste (Risveglio-Zgjimi,
Zëri i Arbëreshvet, Zjarri, Katundi ynë). Si afferma la poesia,
ma successivamente anche la prosa. Tra i più noti da citare: Vorea
Ujko, Dushko Vetmo, Carmelo Candreva, Giuseppe Del Gaudio, Enza Scutari,
Kate Zuccaro, Vincenzo Golletti, Luis De Rosa, Giuseppe Schirò di Maggio,
Buzdhelpri, Tommaso Campera. I temi più ricorrenti: il passato della
cultura arbëreshe, un tempo compatta e di forte identità; l'emigrazione
dal paese alla città e all'estero; lo svuotamento dei paesi e le
conseguenze. E' una poesia romantica e al contempo realistica come
quando dipinge la spietatezza dell'uomo contemporanea (V. Ujko). Accanto
alla crisi sociale per l'impoverimento della cultura locale che fa
scaturire una poesia di dolore, si afferma anche la poesia della speranza
nella rinascita della cultura (Campera).
Dei tre periodi
sopradescritti, il relatore ha letto alcuni brani antologici sia in
lingua originale arbëreshe che nella traduzione italiana.
2. Aree
culturali e letterarie in Albania
Merita Bruci,
albanese di Tirana, venuta in Italia, all'Orientale di Napoli, per
conoscere meglio la letteratura e la lingua degli albanesi d'Italia,
ha tracciato le principali aree culturali che si sono sviluppate in
Albania e che sono alla base di movimenti letterari.
Quella più
radicata e più arcaica è l'area cattolica che prende le mosse dal
XVI secolo con il Meshari di Gjon Buzuku e si espande con gli
autori del XVII secolo P. Bogdani, P. Budi, F. Bardhi, che hanno ricevuto
la formazione nei collegi cattolici italiani.
Con la dominazione
turca in Albania, la cultura e la lingua hanno subito una fase di arresto
e di discriminazione, a favore della cultura turca, persiana e araba,
espressa anche attraverso l'utilizzo dell'alfabeto arabo nelle lettere
albanesi. Si è pertanto affermata un'area culturale musulmana che
ha avuto il fulcro nei poeti turcheggianti, detti bejtexhinj, del XVIII
e XIX secolo, sfociato poi nella setta dei bektashi, di cui è espressione
il più grande autore dell'800 albanese, Naim Frashëri, con opere,
oltre che in albanese, anche in turco e in persiano.
La terza area
è quella ortodossa che interessa buona parte del sud dell'Albania,
in cui talora sono state utilizzate le lettere dell'alfabeto greco
per rappresentare i suoni dell'albanese. Mentre tanto l'area cattolica,
quanto quella musulmana contano un numero notevole di opere letterarie
di livello elevato, quella ortodossa ne è più povera sia quantitativamente
che qualitativamente.
Queste tre
aree culturali, comunque, non hanno conosciuto momenti di particolare
conflitto, ma hanno convissuto in nome dell'albanesità che le ha
sintetizzate e tenute a unità, frenando le tendenze eventualmente centrifughe.
3. Letteratura
arbëreshe e italiana meridionale
Pierfranco
Bruni, responsabile per le minoranze etnico-linguistiche in Italia del
Ministero per i Beni e le Attività Culturali, poeta, romanziere e critico
letterario, ha messo in luce i rapporti della letteratura arbëreshe
con quella meridionale italiana. Egli ha sostenuto che la letteratura
arbëreshe è un patrimonio che travalica i propri confini per diventare
presenza preziosa nel contesto letterario e culturale, oltre che albanano-balcanico,
in quello soprattutto italiano meridionale, che sconfina e s'innesta
nella cultura bizantina e mediterranea. Mentre la cultura bizantina
nel XV secolo si era affievolita, la venuta degli Arbëreshë,
anch'essi di rito bizantino, ne rinvigorivano la cultura e la civiltà
che avevano radici profonde nel Mediterraneo. I filoni letterari arbëreshë,
che trovano specifici addentellati nella concezione culturale del Mediterraneo,
si concentrano in due poli: 1) la matrice radicata nella cultura contadina;
2) la matrice che si muove sull'asse viaggio-tempo.
La prima, con
lo sguardo rivolto al paesaggio meridionale, ispira una letteratura
che non disdegna le radici profonde della cultura magnogreca, o più
in generale ellenica. In questa prospettiva è interessante leggere
i filoni di pensiero che si insinuano nelle opere di Girolamo De Rada,
come in quelle che vanno dai calabresi Nicola Misasi e Corrado Alvaro
a Franco Esposito, arbëresh e calabrese. Alla luce di questa prospettiva
anche le riflessioni di Carlo Levi, visto nel contesto meridionale,
con le sue metafore, le allegorie, la concezione onirica, il mito e
il simbolo, trovano corrispondenze tematiche nella letteratura arbëreshe.
Il secondo
aspetto dell'asse viaggio-tempo vede ancora più ricchi legami tra
le due letterature. Un percorso ideale comune si può individuare nella
figura del viandante. Il viaggio della diaspora albanese diventa motivo
di partenza e di ritorno, il nostos
della letteratura italiana meridionale s'intreccia con quella arbëreshe.
E il ricordo va al settentrionale Cesare Pavese, confinato a Brancaleone
di Calabria, che scopre la presenza delle minoranze culturali nel suo
viaggio esistenziale ed estetico.
La letteratura
arbëreshe, per la sua ricchezza di tematiche e di visioni, merita un'apertura
di prospettive in contesti più ampi meridionali italiani, bizantini
e mediterranei.
4. La letteratura
popolare arbëreshe
La letteratura
romantica arbëreshe pone le radici in quella popolare. Il De Rada scopre
il valore delle rapsodie e vi scorge il poema delle origini, del dramma
delle emigrazioni e le vicende lontane della terra abbandonata. La letteratura
popolare arbëreshe è quella nata in mezzo al popolo e da questo fatta
propria perché rifletteva bene lo stato e le vicende delle origini
e del successivo percorso storico.
Il Prof. Agostino
Giordano ha indicato con puntualità il significato di alcune importanti
rapsodie tramandate oralmente per secoli. Gli arbëreshë d'Italia
hanno conservato viva la memoria storica e hanno gelosamente conservato
una serie di narrazioni poetiche cantate (rapsodie) che si rifanno al
personaggio storico Giorgio Castriota Scanderbeg. Questo nucleo di canti
forma un vero ciclo dedicato allo Scanderbeg, ancor più prezioso se
pensiamo che in Albania i turchi, dopo l'occupazione, tentarono di
spazzare via anche la memoria del condottiero che aveva osato resistere
alle orde del Sultano. Alcune rapsodie trattano esplicitamente delle
spedizioni turche contro l'Albania, altre delle battaglie di Scanderbeg
diventate epiche nell'immaginario popolare, altre ancora rappresentano
fasi del matrimonio del Castriota, mentre più di una si sofferma sul
momento tragico della sua scomparsa, sul compianto dell'intera Albania
perché con lui scompariva il simbolo della resistenza, il baluardo.
E proprio mentre si celebra la sua glorificazione appaiono in lontananza
le navi che prelevano sulle sponde albanesi una folla di gente per essere
traghettata sulle spiagge pugliesi e calabresi. Queste ultime rendono
bene lo spaccato di due fasi della vita degli arbëreshë: a) quella
della lotta e della speranza; b) e la successiva del viaggio verso terre
da ripopolare per ricreare un nuovo ambiente economico e culturale.
Da queste movenze
parte la letteratura colta del romanticismo arbëresh che è riuscita
a creare opere di palpitante intensità emotiva in uno stile pregnante
di humus popolare che ha garantito robustezza e al contempo agilità
espressiva.
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