La deposizione della Croce

Scritto da Pietro Di Marco il . In Il Rito Greco-Bizantino

deposizione_mezzojuso_chiesa_san_nicol.jpgUno degli attimi più commoventi dell'Esperinós del Venerdì Santo è quello della Deposizione (Apokathílosis).  In essa il sacerdote, come nuovo Giuseppe d'Arimatea, stacca dalle inchiodature il Signore Crocifisso coprendo con una sindone pulita il Suo Corpo incorrotto. Gli ultimi versi dell'Evangelio che si leggono in quel momento pongono all'attenzione dei fedeli il coraggioso esempio di Giuseppe, il quale, «si fece animo, si presentò a Pilato e richiese il corpo di Gesù» (Marco, 15, 43).
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«Quando fu sera, venne un uomo ricco di Arimatea, di nome Giuseppe, il quale era anch'egli discepolo di Gesù. Egli andò da Pilato e richiese il corpo di Gesù. Allora Pilato ordinò che gli venisse consegnato. Quindi, preso il corpo, Giuseppe lo avvolse in una sindone pulita e lo depose nel proprio sepolcro nuovo, che aveva fatto scavare nella roccia, e, avendo fatto rotolare davanti all'entrata della tomba un gran masso, se ne andò. C'erano là Maria Maddalena e l'altra Maria, sedute di fronte al sepolcro» (Matteo, 27, 57‑61).

Giuseppe, nel gesto, gradito a Dio, di seppellire Cristo, non si trova solo. è accompagnato dal suo confratello Nicodemo. Era anch'egli membro di quel Gran Sinedrio che aveva condannato il Signore. Eppure aveva visto, una notte, misticamente il Signore e, nel corso del dialogo che aveva tenuto con Lui, aveva accettato la sua divina missione.

Anche se Nicodemo rimaneva un discepolo segreto di Gesù, non esitava a proteggerlo pubblicamente. Questo avvenne quando i membri del Gran Sinedrio decisero di arrestare il Signore nell'ora in cui Egli insegnava. Nicodemo si oppose alla decisione. Disse loro che la legge non condanna un uomo, se prima non ha ascoltato la sua difesa (Giovanni, 7, 50­-51).

Sul Golgota, insieme al coraggio, brillò anche il suo amore per il Signore: diede aiuto per la sua sepoltura, per la quale soprattutto dispose una grande quantità di costoso aroma: «Venne anche Nicodemo, che era andato da Gesù di notte per primo, portando una mistura di mirra e aloe di circa cento libbre» (Giovanni, 19, 39).

Se oggi i fedeli si commuovono alla rappresentazione della Deposizione (Apokathílosis) di Cristo, quale tormento avranno provato coloro che si trovavano a presenziare alla vera deposizione e toccarono con mano il Corpo santissimo del Signore.  Solo la lingua poetica e l'immaginazione possono esprimere i sentimenti di dolore di coloro che ottennero di trovarsi lì in quel terribile momento.

L'indicibile afflizione e l'indescrivibile sofferenza della Madre del Signore, di Giovanni, dei Mirofori e delle Mirofore è esplicitata dai profondi tropari e dalle «Lodi» (Engómia) del Venerdì Santo Nel doxastikón dell'Esperinós, Tono I, il poeta drammatizza il lamento funebre di Giuseppe. Quest'inno viene cantato anche all'Esperinós della Domenica delle Mirofore.

«Te, avvolto nella luce come in un manto, Giuseppe d'Arimatea depose dalla Croce con l'aiuto di Nicodemo. E, vedendoTi morto, nudo e senza sepolcro, intonando un pietoso lamento, tutto in lacrime, esclamò: ohimé, Gesù dolcissimo, vedendoTi sospeso sulla Croce, il sole ad un tratto si coprì di caligine, la terra tremò per la paura e il velo del Tempio si squarciò. Ma adesso io contemplo Te, che hai volontariamente subito la morte per me. Come Ti potrò seppellire, o mio Dio? Come potrò avvolgerTi nella sindone? Con quali mani toccherò io l'immacolato Tuo corpo? Quali nenie intonerò per il Tuo trapasso, o misericordioso? Io magnifico le Tue sofferenze, sciolgo inni al Tuo sepolcro, come alla Tua Resurrezione, dicendo: o Signore, gloria a Te!».

Lo spettacolo del Signore morto turba anche la gerarchia angelica, che prova un brivido di santo sgomento quando vede nudo, insanguinato e condannato il Figlio e Verbo di Dio. Per questo motivo gli angeli cantano insieme agli esseri umani che stanno ai piedi della Croce lamenti funebri per il Cristo.

Il dolore, lo sgomento e l'orrore delle potenze celesti sono espresse dai tropari e dagli Engómia del Grande Venerdì. Eccone due: «Cessarono le danze degli Angeli, vedendo come Colui che siede nell'abbraccio del Padre è posto in una tomba, come è defunto l'Immortale, e le schiere degli Angeli Gli fanno corona, e Lo magnificano, con i morti negli Inferi, in quanto Creatore e Signore» (Mattutino del Sabato Santo).

«Le intelligenze angeliche, scorgendoti attraverso noi, cadavere steso, stavano sgomente, avvolgendoti nelle loro ali, o Salvatore»(Lode della I Stásis).

 

 

 

DESCRIZIONE DELL'ICONA.

La pittura rappresenta nella parte inferiore, a destra e a sinistra della Croce, due gruppi di figure: la Panagía con le donne Mirofore a sinistra, Giovanni, Giuseppe e Nicodemo a destra. In mezzo è raffigurato Cristo morto, che è stato appena schiodato.

Nell'icona assume la posizione dominante, unendo i due gruppi: è il fulcro della composizione. Su di loro e sotto le estremità della Croce, si librano angeli. Sono i rappresentanti delle potenze angeliche, che furono sconvolte dal terrore quando videro morto il Dio che dà la Vita.

L'Evangelista Giovanni (19, 25) ci informa che presso la Croce del Signore stavano tre o quattro donne, compresa la Theotókos. Altre donne, però, come testimoniano gli altri Evangelisti seguirono da lontano il martirio del Maestro. è molto probabile che alcune di esse si aggiungessero alle Mirofore che stavano all'impiedi davanti alla Croce. Senza contare le pie donne che si trovarono a porgere aiuto durante la Crocifissione e la sepoltura del Signore. Così il gruppo delle donne nell'Apokathílosis viene raffigurato numeroso. L'iconografo con il nutrito concorso di personaggi ha voluto far rimarcare l'afflizione e moltiplicare il lutto suscitato dall'incredibile visione del Signore morto e derelitto.

In prima fila tra le Mirofore è raffigurata la Tutta Santa, la quale regge per la vita suo Figlio. I suoi occhi non hanno neppure più lacrime, ma ella non si agita per l'angustia. Il suo dolore è composto. La certezza della Resurrezione le mitiga la sofferenza.

«L'incor­rotta Tua Madre, o Cristo vedendoTi giacer morto, Ti parlò tristemente: non attardarti, Tu che sei Vita, tra i morti» (Lode della II Stásis).

Tradisce sofferenza mista a sorpresa l'espressione delle Mirofore che stanno alle spalle della Vergine. Avevano servito il Signore e visto i suoi miracoli; adesso vedono come Colui che aveva fatto risorgere i morti, «privo di respiro, viene portato alle esequie per mano di Giuseppe».

Nel gruppo degli uomini distinguiamo nell'ordine Giuseppe, Giovanni e Nicodemo. Giuseppe, membro rispettabile e insigne del Sinedrio, mantiene un contegno aristocratico.

Gli eventi occorsi lo hanno fatto sprofondare nei pensieri. Egli ripensa alla vita, all'opera e all'insegnamento del suo Maestro. Guarda con stupore al divino annichilimento (kénosis), all'amore di Dio per la Sua creatura. L'aghiográfos ha voluto ritrarlo allo stesso modo in cui l'innografo della Chiesa ce lo presenta: «O nobile Salvatore, egli assume un contegno timoroso, Ti rende acconciamente onori funebri come a un defunto e osserva sgomento il Tuo tremendo aspetto»(Lode della I Stásis).

Il discepolo amato da Gesù, Giovanni, regge con una mano la testa inclinata e con l'altra la mano irrigidita del Cristo. Ha assunto una posizione di reverenza. Si inchini di fronte alla grandezza divina. Adora in un certo qual modo la Passione, inneggia al sepolcro e magnifica la potenza divina, per mezzo della quale l'uomo e stato riscattato dal peccato mortale.

Nicodemo, il terzo della triade benedetta, è appoggiato alla scala che è servita per la Deposizione. è raffigurato di solito mentre tiene strumenti da falegname (tenaglie, ascia), che sono stati indispensabili per svellere i chiodi della Croce. Anche sul volto di Nicodemo è intenso il dolore.

Ripercorre con la memoria la conversazione notturna che ebbe col Signore, e ritorna forse tra sé e sé alla sconvolgente frase che udì quella volta dalla bocca del Signore: «E come Mosè innalzo il serpente nel deserto, così deve essere innalzato il Figlio dell'Uomo, affinché chiunque crede in Lui perisca, ma abbia la vita eterna» (Giovanni, 3, 14‑15).

In conclusione, gli angeli che sono raffigurati nella parte superiore dell'icona con i palmi delle mani aperti aggiungono alla perplessità umana di fronte alla Passione del Signore anche lo sgomento del cielo.

In un meraviglioso esemplare pittorico di scuola cretese del XVI secolo, conservato al Monastero di Kutlumusíu sul Monte Athos, domina la figura del Signore posto in Croce. La Sua morte fu preludio della Sua Resurrezione portatrice di vita. Fu, cioè, un sonno rigenerante, vivificante.

Nel contemplarlo così prostrato, ci viene in mente il cantico funebre: «Hai dormito nella tomba, o Signore, un sonno che dona vita, e hai destato da un profondo sonno, quello del peccato, il genere umano»(Lode II Stásis).

 

 

Tratto da CH. G. Gòtzis, O Mistikòs kósmos tôn Vizandinôn ikónon (Il mondo mistico delle icone bizantine), Diaconia Apostolica, Atene, 1995².

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