Grande e Santa Settimana

Scritto da Archimandrita Marco Sirchia il . In Il Rito Greco-Bizantino

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100_3145.jpgGrande e Santo Lunedì: Giuseppe l'ottimo.

La giornata del Santo e Grande Lunedì è dedicata alla commemorazione di un personaggio che immediatamente viene collegato col Cristo sofferente e glorioso. Si tratta del figlio di Giacobbe e Rebecca: Giuseppe (cfr Gn 37-50), che la liturgia designa come l'ottimo hó pánkalos.
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La connessione fra Gesù e la persona di Giuseppe è evidente, la vita di Giuseppe è prefigurazione di quella del Cristo: Giuseppe fu venduto agli Egiziani dai fratelli, Gesù fu consegnato nelle mani dei nemici da un suo discepolo.
Giuseppe fu messo in prigione e ne esce coperto di gloria, Gesù viene messo in un sepolcro e ne esce vittorioso sulla morte.
Queste e altre similitudini che analizzeremo, hanno portato la Liturgia e i fedeli a privilegiare la persona del Patriarca ad altri personaggi biblici, che pur avendo la loro importanza nel campo cristologico, non sono stati introdotti nell'ambito liturgico-celebrativo.
Il "caso" di Giuseppe però non è così semplice come può sembrare. Il suo inserimento nella liturgia, o, per meglio dire, la sua non completa estrapolazione, indica che il personaggio è talmente importante da non potersi togliere dalla commemorazione del Santo e Grande Lunedì, o da inserirsi per forza.
A lui sono dedicati solo tre inni in tutto l'ufficio del mattino e alcuni, più numerosi, in quello di compieta.
Storicaminte parlando gli inni del mattutino riservati a Giuseppe sono più antichi del resto dell'ufficiatura. A lui, infatti, sono dedicati, oltre alla Memoria, il Kontákion, l'Oíkos e il Doxastikòn degli Ap¢sticha. Il Kontákion antico era un racconto in poesia di una certa lunghezza, e alle volte assumeva il tono di un vero dramma, con i dialoghi fra i vari personaggi.
Oggi giorno il Kontákion, che si legge generalmente dopo la sesta ode del canone del mattutino, è la risultanza di quello che è rimasto degli antichi kontákia: una breve composizione poetica di poche strofe che riassume il contenuto celebrativo della liturgia in corso.
"Alla fine del VII secolo e, soprattutto, nel completo arco dell'VIII, assistiamo a un rinnovato slancio creativo, proveniente dalle regioni della Bibbia, in modo particolare dalla Palestina, per opera di semiti ellenizzati più nella lingua che nella struttura mentale.
In realtà costoro s'inseriscono piuttosto nel solco della tradizione siriaca e nel giudeo-cristianesimo.
I Kontákia cedono il posto a nuove "composizioni", meno colorite e d'un lirismo teologico molto più contenuto, ai Canoni appunto.
Come testimonianze erratiche delle ampie composizioni precedenti, sopravvivono solaminte, - come sopra abbiamo già detto - tra la sesta e la settima ode di ogni canone, il kontákion iniziale e un oíkos.
Il canone si presenta come un lungo inno liturgico costituito da nove odi le cui strofe s'intercalano tra i versetti delle nove odi bibliche utilizzate tradizionalmente nella liturgia orientale"(53).
Il caso di Giuseppe è dunque il caso di una commemorazione forzata: troppo forti sono i contenuti cristologici perché la liturgia potesse interessarsi solo del fico maledetto dal Signore e seccato, o della passione del Cristo.
Si può dire con certezza che il ricordo di Giuseppe nella liturgia, non è presente a Costantinopoli. Nel Tipikòn della Grande Chiesa (54), non si dice niente a proposito. Anzi le letture della Genesi si leggono fino ai vespri di Lazzaro, e sembra che la parte centrale riguardante la vita, le persecuzioni e la gloria del figlio di Giacobbe, non venissero lette (55).
Ma allora gli inni in quale ambiente liturgico sono stati composti e come sono giunti fino a noi?
Evidentemente ci troviamo dinanzi a un problema che difficilmente potrà trovare soluzione. Quello che però ci interessa è che il ricordo di Giuseppe non è stato cancellato ma conservato con un preciso motivo. Perché?
Olivier Clément nel suo saggio sul pentimento: Il canto delle Lacrime, ha definito i Kontákia e gli Oíkoi: "testimonianze erratiche delle ampie composizioni precedenti"(55).
In verità se si considerano tali composizioni nell'ambito del resto delle altre composizioni poetiche, l'osservazione è esatta: cambia lo stile, la lingua, la poesia, ma nel complesso si armonizzano con l'ufficiatura perché trattano del medesimo tema.
Nel caso di Giuseppe non è così. Si è ricordato sopra che la persona del patriarca biblico non appartiene alla tematica liturgica del santo e grande lunedì. Due infatti sono i temi che la poesia liturgica tratta con abbondanza: il fico maledetto e seccato, e la passione in generale.
Del primo tema troviamo la motivazione nel vangelo che si legge al mattutino (Mt 21,18-43).
Del secondo tema invece abbiamo testimonianze nel già citato Tipikòn della Grande Chiesa.
Al mattutino del lunedì della grande settimana, lì si canta come troparion del salmo 50 il seguente inno: "Tu che sei impassibile per la divinità, ma che per noi hai accettato (di soffrire nella carne), Signore, concedi alle anime nostre di poter celebrare nella pace la festa della tua resurrezione"(57).
Le letture della tritoéktê e del vespro sono quelle che si leggono ancora oggi nella liturgia bizantina e non hanno alcun accenno a Giuseppe.
Lo stesso problema sorge per le altre due memorie, con una particolarità che queste hanno un richiamo nel Vangelo letto ai vespri.
Da tutto questo si può dedurre che la memoria di Giuseppe era presente nella liturgia ma non a Bisanzio, o almeno non nella chiesa patriarcale di Santa Sofia. Forse nelle ufficiatura dei monasteri che, non essendo condizionate dal ritualismo unificante odierno, erano libere di strutturare l'ufficio secondo le loro esigenze e secondo le intuizioni poetiche dei monaci compositori di inni. Forse nella liturgia palestinese di Gerusalemme, o di S. Saba, o forse nelle altre liturgie orientali. Sta di fatto che è stata conservata solo una minima parte del culto liturgico di Giuseppe e che questo non proviene dalla Grande Chiesa di Costantinopoli.
Non si tratta dunque di una testimonianza erratica ma di una vera pietra miliare della spiritualità della Settimana santa e come tale accolta nella liturgia e proposta ai fedeli come esempio da imitare e come profezia del Cristo e del cristiano.
A conferma di ciò abbiamo una omelia molto antica di Asterio di Amasea (410), il quale ricercando le origini tipologiche della redenzione nell'Antico Testaminto, ci offre il primo parallelismo tra Giuseppe e Gesù Cristo (58).
L'omelia è impostata su cinque precise tematiche.
La prima tratta della gioia della Chiesa-sposa, perché lo sposo, Cristo, è risorto.
La seconda è un inno alla notte pasquale di alto lirismo poetico.
La terza sulla persona del patriarca Giuseppe, icona di Cristo.
La quarta su Giuseppe, modello per i nuovi cristiani.
La quinta su Giuseppe testimone nell'ultimo giudizio.
E' sorprendente come la terza tematica è ripresa nella sua globalità nell'Ufficiatura del Nymphíos.
Giuseppe è visto come l'anticipatore delle sofferenze del Messia: tutto ciò che è successo al figlio di Giacobbe è ciò che il Signore ha sofferto nella sua passione.
Asterio stesso lo afferma quando dice: "Giuseppe prefigura il Cristo; non ce ne meravigliamo, i testi sono abbastanza chiari. Di Giuseppe è detto: "Giacobbe amava Giuseppe più di tutti i suoi figli"; del Cristo: "Il Padre ama il figlio: gli ha dato potere su tutto". Il Padre fa preparare per Giuseppe una tunica di colore; e il Cristo dice: "La mia anima esulterà nel mio Dio, perché mi ha rivestito di vesti di salvezza, mi ha ricoperto con il manto della giustizia, come uno sposo si cinge il diadema". Di Giuseppe è scritto: "Giuseppe era bello di forme e bello di aspetto"; il profeta dice del Cristo: "Tu sei il più bello dei figli degli uomini". I fratelli hanno disonorato Giuseppe; e i Giudei hanno schernito il Cristo: "Noi non siamo nati da adulterio". Giuseppe è stato inviato ai suoi fratelli come un medico ed è caduto nelle loro trappole come un nemico; il Cristo venuto come pastore misericordioso, si è fato crocifiggere come un ladrone. Giuseppe è stato venduto per venti monete d'oro; il Cristo per trenta d'argento. Uno dei fratelli ha venduto Giuseppe agli Ismaeliti: "Sù, vendiamolo agli Ismaeliti"; uno dei dodici apostoli ha venduto il Cristo agli Israeliti. Là Giuda lo ha fatto vendere; qui Giuda lo ha venduto.
Giuseppe è stato chiuso in un cisterna, il Cristo nella tomba. Le calunnie dell'Egitto hanno gettato Giuseppe nella prigione; le false testimonianze della sinagoga hanno consegnato a Pilato Gesù incatenato. Giuseppe era detenuto insieme a due eunuchi, un coppiere e un panettiere; il Cristo era stato crocifisso con due ladroni, uno a destra e uno a sinistra.
Giuseppe inviò uno dei due eunuchi al palazzo del re; Il Cristo fa salire uno dei due ladroni nel suo regno: "In verità ti dico: oggi sarai con me in Paradiso". Giuseppe, prigioniero d'Egitto, si tolse i suoi vestiti e fuggì; il Cristo prigioniero della morte uscì dalla tomba, abbandonando il lenzuolo che lo ricopriva. L'Egitto vide le vesti di Giuseppe e non poté trattenerlo; la tomba vide il lenzuolo e restò priva del Signore, poiché non era in suo potere sottometterlo alla sua legge" (59).
Si tratta di una vera e propria meditazione sulla passione del Signore, prefigurata in Giuseppe.
Gli inni riprendono alla lettera le parole di Asterio confermando che la memoria del patriarca era presente nell'antica ufficiatura della Pasqua.
Ancora altre frasi sono degne di nota, poiché le ritroveremo negli inni: "Così voi tutti, che mi avete udito parlare di Giuseppe imitatene la saggezza (sôphrosynê)... Imita la sua castità (katharótês). (L'egiziana)si impadronì della sua tunica, ma non poté togliergli la sua temperanza... Se la padrona non ha potuto piegare lo schiavo sotto il peso del peccato, non lasciarti gettare, tu nuovo battezzato, nella schiavitù di una prostituta e respingi la schiava libertina (la passione), che si avvicina al tuo letto di uomo libero"(60).
E infine, continua Asterio, Giuseppe sarà a fianco di coloro che hanno conservato puro l'abito battesimale (stolê), ma biasimerà tutti quei battezzati che, dopo tutte le grazie ricevute, che lui non ha avuto, perché vissuto prima di Mosè e di Cristo, sono diventati schiavi della schiava, cioè della vita passionale, che invece lui, col solo timore di Dio, è riuscito a vincere (61).

Gli inni e il loro contenuto

a) Gli inni del Mattutino

Il kontákion

"Giacobbe piangeva la perdita di Giuseppe,
ma quel valoroso sedeva sul cocchio
onorato come re. Poiché allora non servì
ai piaceri dell'egiziana, in cambio fu
coperto di gloria da Colui che vede i cuori
degli uomini e distribuisce l'incorruttibile
corona".

L'Oíkos

"Ora aggiungiamo pianto al pianto; con Giacobbe
battendoci il petto, versiamo lacrime su Giuseppe
il casto, degno del nostro canto.
Fu schiavo nel corpo, ma serbò l'anima libera
ed ebbe signoria su tutto l'Egitto;
poiché Dio dà ai suoi servi una incorruttibile
corona".

Il kontákion e l'oíkos fanno riferimento agli episodi della Genesi narrati nei capitoli 37, 39 e 41, per quello che riguarda la sventura di Giuseppe nei rapporti con i suoi fratelli e la fortuna che trovò alla corte del faraone dopo la sua prigionia.
"E' evidente che Giuseppe è figura di Gesù: venduto dai suoi fratelli, trascinato da loro per invidia fino all'orlo della morte, ma esaltato e glorificato da Dio, che ne fa il salvatore del suo popolo e di quanti ricorrono a lui" (62).
Mentre il rimanente dei due inni canta la sua "castità", tema proprio del doxastikòn:

Il Doxastikòn

"Trovando nell'egiziana una seconda Eva,
si studiava il Drago di far cadere Giuseppe
nella lusinga delle sue parole;
ma egli abbandonò la veste e fuggì il peccato
e nudo non si vergognava,
come il Progenitore prima della disubbidienza.
Per le sue preghiere, o Cristo, abbi pietà di noi"

È interessante soffermarci su quest'ultimo inno e su quelli dell'Apódhipnon, perché la tematica della "castità" è più profonda di quello che può sembrare a prima vista.
L'argomento può sembrare il solito tema obsoleto di sempre, ma non è così, perché per castità si deve intendere non tanto la virtù che impone al cristiano l'uso corretto della sessualità, bensì la sôfrosynê che è la capacità dell'uomo di dominare se stesso, nella sua totalità passionale e non solo per le passioni sessuali.
Il tema ritorna negli inni dell'Apódhipnon, che benché più recenti degli inni del Mattutino, si ricollegano molto bene alla tematica della virtù e della mimêsis:

b) Gli inni della Compieta

Ode I

a) "Imitiamo la castità (la sôphrosynê)
di Giuseppe, o fedeli,
riconosciamo colui che ha onorato la natura
spirituale degli uomini,
vivendo anche noi con ogni vigilanza
nel compimento della virtù".

b) "Delineando l'icona del Signore,
Giuseppe fu gettato in una fossa,
e venduto dai suoi fratelli.
Tutto sopporta quell'uomo glorioso
vero tipo del Cristo".

Ode VIII

"Trovando nell'egiziana una nuova Eva,
il patriarca Giuseppe non si lasciò
trascinare ad una azione scellerata,
ma rimase saldo, come il diamante,
contro le passioni, senza divenire
schiavo del peccato".

Ode IX

"Sconosciuta agli impuri la castità
sconosciuta ai giusti l'iniquità.
Il grande Giuseppe sfuggì il peccato
e divenne modello di castità
vera icona di Cristo".

Lasciamo, anche per questo commento, la parola a Maria Gallo che ha saputo con poche parole essere genialmente esaustiva e comprensiva:
"Ci pare tuttavia importante sottolineare altri due elementi che possono sembrare meno ovvi: il confronto con Adamo e l'invito a riconoscere in Giuseppe colui che ha onorato la natura spirituale dell'uomo.
Il riferimento ai primi capitoli della Genesi è particolarmente importante; ogni volta che il testo stabilisce un confronto di questo tipo ci sembra che il lettore non debba lasciarlo cadere, anche se non sempre avremo la possibilità di rilevarlo.
Più si fa puntuale e penetrante il confronto con la storia dei primordi, più si illumina il mistero pasquale cui tutto converge e più si illumina di riflesso il mistero dell'uomo: creatura, peccatore, salvato per puro dono.
Giuseppe è paragonato ad Adamo, che nudo non si vergognava (Gn 2,25), perché prima del peccato la sua nudità di creatura, priva per sé di essere e di dignità, era ricoperta dal manto della gloria di Dio, dell'amicizia con Lui, della consacrazione a Lui, dell'innocenza.
Dunque, tra tutte le figure del Signore Gesù, la Chiesa considera con particolare attenzione Giuseppe, perché vede in lui il tipo del nuovo Adamo, del corpo spirituale, della carne gloriosa, che sta per risorgere dal sepolcro del Cristo, inaugurando la natura nuova dell'uomo redento.
Giuseppe sta in mezzo, tra il primo Adamo peccatore, denudato della gloria e coperto di vergogna, e il nuovo Adamo rivestito di gloria e di incorruttibilità (1 Cor 15,45).
Egli è il segno profetico di quella libertà dalle passioni e di quella vita da figli di Dio perché figli della resurrezione (Lc 20,36), che la passione immacolata e la risurrezione gloriosa dell'Unigenito Figlio hanno inaugurato per noi" 63).

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