Il monastero di S. Adriano e gli arbëreshë

Scritto da Caterina Martino il . In San Demetrio Corone - Shën Mitri Korone

collegio_vista Nel 1470 un gruppo di esuli albanesi, forse al seguito di Giovanni Castriota Scanderbeg, figlio di Giorgio, giunsero nei territori calabri della Val di Crati, e chiesero di potersi stanziare nelle terre appartenenti all'antico monastero italo-greco di Sant'Adriano. I Capitula stipulati l'anno successivo tra costoro e l'archimandrita di Sant'Adriano rappresentano il più antico documento storico - finora pervenutoci - relativo allo stanziamento di una comunità albanese nel Regno di Napoli.
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Nei Capitula i monaci accolgono gli albanesi non come estranei, ma con "tutela gratuita e tutta paterna"; d'altro canto, si è osservato come gli albanesi preferivano mettersi al servizio di signori ecclesiastici, sia perché era ritenuto più nobile essere al servizio della Chiesa e sia perché in tal modo essi erano persuasi di ricevere un trattamento migliore. Inoltre, non è un caso il loro stanziamento in territori ove l'elemento greco era ancora vivo e ben presente: ciò rappresentava per i profughi albanesi un importante strumento di identità e continuità culturale. Ebbene, Sant'Adriano era tra i più famosi monasteri italo-greci della Calabria, e nella bella chiesa annessa a questo erano officiati i solenni riti in lingua greca certamente familiari e cari agli albanesi, in fuga dai turchi per scampare il pericolo relativo alla loro libertà personale, politica ed economica, ma certamente anche religiosa. Infine, anche dal punto di vista architettonico ed artistico, la chiesa di Sant'Adriano doveva ricordare assai da vicino agli esuli le belle costruzioni religiose che avevano abbandonato al di là del mare.

 

 

Monastero niliano

 

Facendo un salto nel tempo, occorre ricordare che il monastero e la chiesa di Sant'Adriano devono la loro fondazione al maggior personaggio del monachesimo calabro-greco, quel Nilo da Rossano che alterne vicende porteranno in Lazio, dove fondò l'abbazia di Santa Maria di Grottaferrata, vera e propria isola di spiritualità greco-bizantina alle porte di Roma. Ed è proprio il Bios di s. Nilo da Rossano ad informarci sulle origini di Sant'Adriano, che dovette avvenire verosimilmente tra il 950 ed il 955. Ben presto il monastero acquistò fama e ricchezza: il Bios ricorda persino che "avendo troppe vigne, i monaci non arrivavano a coltivarle tutte". I monaci, infatti, oltre agli uffici sacri, si dedicavano al lavoro dei campi per le necessità della mensa comune e le elemosine ai poveri; vi era poi un'altra attività, affatto menzionata dal Bios, ma certamente praticata dai monaci: lo studio e la trascrizione dei codici. Lo stesso Nilo si dedicava allo studio ed alla copiatura di opere religiose e teologiche; il santo adoperava peraltro un particolare carattere calligrafico, detto appunto "minuscola, niliana" o "ad asso di picche", che divenne poi elemento originale della scuola detta appunto niliana. Attorno al 980, tuttavia, a causa delle continue incursioni saracene, Nilo si allontanò dal monastero per non farvi più ritorno. Dopo alterne vicende, morirà a Tuscolo nel 1004, poco prima del termine dei lavori dell'abbazia di Santa Maria di Grottaferrata, dove fu sepolto proprio in una cappelletta dedicata ai santi Adriano e Natalia in ricordo del monastero calabrese.

 

Epoca normanna

mosaici-2Le successive notizie sul monastero vengono da un documento del 1088: si tratta di un atto di donazione del duca normanno Ruggero Borsa in cui Sant'Adriano è ceduto ai monaci benedettini di Cava dei Tirreni. È possibile che Ruggero (o forse suo padre Roberto, che mosse i primi passi alla conquista della Calabria), abbiano contribuito a riedificare il monastero dopo l'abbandono di Nilo e l'eventuale saccheggio saraceno, o, più semplicemente, lo abbiano beneficiato con donazioni o riconferme di beni e possedimenti. Ad ogni buon conto, il documento ci parla di un monastero piuttosto ricco, dotato di numerosi beni e dipendenze. I benedettini dovettero incontrare non poche difficoltà nella sua occupazione, poiché certamente osteggiati dalla popolazione locale, profondamente greca, o dagli stessi monaci: ad informarci di ciò è un diploma in greco dell'agosto 1088, sottoscritto da Romano, vescovo di Rossano per richiesta dell'abate Pietro di Cava, in cui si diffida di intraprendere azione alcuna contro l'insediamento dei benedettini. Nel 1106, però, lo stesso duca Ruggero Borsa tolse a Cava il monastero di Sant'Adriano, donando in cambio ai benedettini il Casale di Fabbrica, in Puglia. Non sono note le ragioni di questa restituzione; certo è che viene a coincidere con un periodo in cui i sovrani normanni tentano una riorganizzazione dei monasteri greci che trovò il suo culmine con la fondazione dell'archimandriato del S.S Salvatore a Messina, sotto la cui giurisdizione si posero circa quaranta monasteri di Calabria e Sicilia. Nel 1187-1189 troviamo Sant'Adriano in una lista di monasteri che pagano il censo direttamente alla Sede Apostolica: evidentemente, già a quelle date aveva ottenuto dalla Santa Sede un privilegio che, sottraendolo alle autorità ecclesiastiche locali, lo sottoponeva direttamente alla sua giurisdizione. I favori concessi dai sovrani normanni furono confermati da Federico II attraverso due diplomi del 1222 e del 1224. Nel XIV e XV secolo la documentazione e le notizie relative a Sant'Adriano sono piuttosto scarse; se ne fanno frequenti menzioni solo presso i registri finanziari della Camera Apostolica, ove spesso si trovano notizie di pagamenti arretrati e dilazioni. Era già iniziata, dunque, la lenta decadenza economica del monastero, cui nulla valse il notevole apporto di manodopera fornito dagli esuli albanesi nel XV secolo.

 

In epoca moderna

 Di così tanta antica storia rimane oggi la sola chiesa, che si presenta tra l'altro quasi soffocata dai successivi corpi di fabbrica del Collegio italo-greco, trasferito a S. Demetrio Corone nel 1794 da S. Benedetto Ullano dove era stato istituito nel 1732 da Papa Clemente XII per l'educazione del clero e l'istruzione della gioventù arbëreshe. Ma questa è ancora un'altra storia.  La costruzione reca inoltre i segni di numerose catastrofi naturali, tra cui i sismi che colpirono frequentemente la zona, e dei danni causati dall'incuria dell'uomo, tra cui la perdita della facciata originale, che solo nel 1979 è stata liberata dal corpo di fabbrica che le era stato addossato alla fine dell'Ottocento, la cui edificazione comportò la perdita del portale centrale e del protiro romanico su leoni stilofori che lo precedeva. La facciata della chiesa è così oggi priva dì qualsiasi organicità, frutto di restauri e rappezzi posteriori ben visibili nelle murature.

L'interno è una basilica a tre navate suddivise da arcate longitudinali dì forma e ampiezza diversa, poggianti su colonne nella prima campata e su pilastri di forma diversa nelle campate successive. Un arco trionfale ad ogiva immette nel presbiterio, in origine terminante in un'unica abside semicircolare.

Sostanzialmente, come si diceva, l'edificio è contraddistinto anche all'interno da una fondamentale mancanza d'organicità, che potrebbe trovare però giustificazione nell'esistenza di diverse fasi costruttive, o di progetti ideati e mai realizzati.

Questa, tuttavia, può essere interpretata anche come frutto di un disegno prestabilito, alla luce del generale eclettismo che caratterizzò gran parte dei monumenti calabresi di età normanna, dovuto alla compenetrazione di forme locali con altre occidentali e d'oltralpe (importate dai nuovi dominatori ed in parte dovute alle correnti monastiche benedettine), con elementi orientali ancora di origine bizantina.

Ad ogni modo, la costruzione, nelle sue fasi salienti, è da collocare con ogni probabilità nella prima metà del XI secolo.

A colpire l'attenzione del visitatore che entra nel tempio, sono però soprattutto due elementi: la splendida decorazione pavimentale in opus sectile (tipo di mosaico che utilizza tessere non irregolari, ma di forma geometrica), ed il ciclo di affreschi, che, sebbene incompleto, mostra chiare derivazioni in ambito orientale. La decorazione pavimentale, conservata in buona parte, è composta da un disegno ornamentale a specchiature marmoree. La particolarità di tale decorazione consiste nell'uso dell'opus sectile, solitamente adoperato in soggetti esclusivamente geometrici e astratti, per rappresentazioni invece figurate. Nel pavimento sono inserite, infatti, quattro lastre con rappresentazioni di animali (un serpente ed un leone in lotta, un serpente avvolto su se stesso a spirale, un altro serpente "ad otto", ed un leone ‘marciante'). Per queste, cosi come per il disegno generale del pavimento, il referente più immediato è stato indicato nelle frammentarie lastre pavimentali superstiti della basilica di Montecassino, per la cui decorazione l'abate Desiderio, nella seconda metà dell'XI secolo, interpellò artisti di Costantinopoli. Tra il 1088 ed il 1106, come si è visto, Sant'Adriano fu di pertinenza dell'abbazia di Cava; poiché i rapporti tra le due badie di Cava e Montecassino, entrambe benedettine, sono ben noti, è possibile ipotizzare proprio tra quelle date l'esecuzione dei mosaici.

Il ciclo di affreschi di Sant'Adriano è stato invece scoperto fortuitamente solo nel 1939, poiché ricoperto da intonaco in età imprecisata. Nel successivo restauro del 1955, gli affreschi subirono pesanti ridipinture, che interventi recenti hanno parzialmente rimosso, consentendone una maggiore leggibilità. Il programma iconografico di tali affreschi è prevalentemente iconico, come frequente in gran parte dei cicli pittorici dell'età medievale in Italia meridionale. Tra i personaggi raffigurati sono facilmente riconoscibili, nonostante l'assenza delle consuete didascalie, i santi più venerati della chiesa bizantina: Basilio di Cesarea, Gregorio Nisseno, Nicola di Mira. Altri santi sono invece con ogni probabilità collegabili - come capita sovente - alla presenza di Sante Reliquie venerate nella chiesa. Presso l'Archivio Segreto Vaticano ho avuto la fortuna di reperire gli atti di una visita apostolica effettuata nel 1629, che ci informa sullo stato della chiesa e del monastero, e fornisce l'elenco completo delle reliquie ivi venerate.

In conformità a tale elenco, è facile ravvisare presso gli affreschi la presenza dei s.s. Cosma e Damiano, Gregorio Nazianzeno, Vito e Biagio; infine, nell'icastica figura del santo monaco nel primo sottarco della navatella destra è facile immaginare si celi lo stesso s. Nilo; in tal caso, questa sarebbe a tutt'oggi la più antica rappresentazione del santo. Nella stesura di un programma iconografico di tal tipo, e nei modi del suo stile, è indubbiamente da considerare il ruolo di modello attribuibile alla Cappella Palatina di Palermo, per la cui decorazione Ruggero attorno agli anni '40 del XII secolo chiamò maestranze bizantine, ed ancor di più ai mosaici del duomo di Monreale, eseguiti attorno al 1180 ed esemplificati sulle nuove formule dello stile tardo-comneno. Il recente restauro ha evidenziato però taluni elementi che non consentono il ricorso alle sole imprese siciliane quali referenti più prossimi per i nostri affreschi, ma inducono ad indicarne derivazione da modi stilistici direttamente contestualizzabili alla koinè figurativa di matrice tardo-comnena. Ciò, è particolarmente evidente nell'unica scena narrativa del ciclo pittorico di Sant'Adriano, la Presentazione della Vergine al Tempio, ubicata tra i setti di muro delle ultime arcate della navatella destra, in prossimità del presbiterio.

Per questo dipinto è possibile ipotizzare rapporti e derivazioni dall'ecumene figurativa d'oltremare, tra cui particolarmente stringente è il rapporto con taluni affreschi del monastero di San Giovanni Evangelista a Patmos. Non risulterebbe pertanto cosi azzardato il ricorso ad un maestro greco per gli affreschi di Sant'Adriano.

L'esecuzione di tali affreschi da parte di un pittore meridionale sarebbe infatti piuttosto diffìcile, sia per gli stringenti rapporti di cui si diceva che per la loro irriconducibilità ad una via di sviluppo locale. Si può ragionevolmente indicare per questi affreschi una datazione entro la prima metà del XIII secolo, periodo come si è visto di grande prosperità per il monastero, per cui non è da escludere che attorno a quelle date si realizzasse una vera e propria campagna di abbellimento e decorazione della chiesa (Besa/Roma Marzo 2007).

 

 

 

Abbiamo chiesto alla professoressa Dr. Caterina Martino, originaria di Frascineto, specializzata in storia dell’arte, una nota storico-artistica sul monastero di S. Adriano, prima e dopo l’arrivo degli Albanesi.

 

Bibliografia

A. Zavarroni, Storia dell'erezione del Pontificio Collegio Corsini italo-greco di Ullano, Napoli 1750 (Riedizione in lingua italiana a cura di Domenico Morelli, [Bibioteca degli Albanesi d'Italia, 5], Edizioni Brenner, Cosenza, 2001);

C. Diehl, Le Chiese bizantine e normanne in Calabria in Archivio storico per la Calabria e Lucania, anno XI, 2 (1931) 141-150;

P. Orsi, Le chiese basiliane della Calabria, Vallecchi Editore, Firenze, 1929;

B. Cappelli, Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani, Napoli, 1963;

N. Lavemicocca, Gli affreschi della Chiesa di S. Adriano a S. Demetrio Corone nei pressi di Rossano, in Atti del XV Congresso internazionale di Satudi Bizantini, Atene 1981;

Ch. Garzya Romano, S. Adriano a S. Demetrio Corone, in La Basilicata - la Calabria, Jaca Book,  Milano 1988, pp. 239-268;

A. Mazziotti, La Chiesa di S. Adriano tra storia, arte e mistero, Ed.  Il Coscile, Castrovillari 2006

C. Martino, Paesaggi e monumenti della Calabria bizantina, in Calabria Bizantina, De Luca Editori d'arte, Roma 2003, pp. 45 - 75.

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