S. Demetrio Corone, comunita’ arbëreshe di Calabria

Scritto da papàs Andrea Quartarolo il . In San Demetrio Corone - Shën Mitri Korone

Poco meno di cinquemila abitanti, appollaiati sulle falde degradanti le suggestive colline presilane, dalle quali gli occhi spaziano sulla magnifica visione offerta dalla bassa valle del Crati, dal maestoso Pollino e dall’estesa pianura di Sibari, S. Demetrio Corone è una delle isole italo-albanesi, dagli interessanti spunti turistici e dagi indiscussi attributi culturali, dove ancora, da quattro secoli, si conservano la lingua, il rito bizantino e secolari tradizioni.
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Le sue origini risalgono alla seconda metà del secolo XV, quando masse di profughi albanesi, dopo essersi fermamente opposti ai turchi in difesa della cristianità e della propria terra, trovarono asilo nel Regno di Napoli. Il primo documento in cui è riportata la presenza degli albanesi nel territorio di Sancti Dimitri, borgo preesistente al loro arrivo, risale al 1471. Si tratta delle capitolazioni stipulate tra l’abate barone dell’abbazia di Sant’Adriano e i nuovi arrivati, ai quali fu concesso di edificare casupole e pagliai e coltivare terreni incolti appartenenti alla comunità monastica. Dopo l’unità d’Italia, a quello già conosciuto, fu aggiunto il nome di Corone (11863), in memoria di Corone di Morea, città greca dalla quale provennero, verso il 1543, altri numerosi gruppi di profughi grecoalbanesi. La lingua parlata è l’arbëreshe, una derivazione del dialetto delle regioni meridionali dell’Albania, il tosco.
 
{mospagebreak title=Chiesa di Sant"Adriano}
Fu un monaco rossanese, Nicola Malena, poi santo, ad erigerla attorno al 995 in prossimità di un antico romitorio dedicato dagli eremiti basiliani ai santi Adriano e Natalia, martirizzati in Bitinia (Turchia) al tempo delle feroci persecuzioni dell’imperatore Diocleziano. Dopo qualche anno il fondatore la trasformò in Monastero, che presto si ingrandì per diventare attivissimo centro agricolo, luogo di studio e fecondo centro di spiritualità. Ma dell’impianto conventuale edificato da S. Nilo e dai suoi confratelli nulla o quasi è rimasto. Distrutto dai saraceni, tra il 975 ed il 980, fu in seguito riedificato dagli stessi discepoli del santo. Principi e baroni normanni lo arricchirono di numerosi feudi, lo ampliarono ed abbellirono attraverso determinati interventi architettonici, soprattutto durante i quindici anni di dipendenza dalla abbazia benedettina di Cava dei Tirreni. Oggi l’antico tempio, autentico gioiello d’arte, significativo esempio di stile normanno-bizantino, riflette ancora stili diversi derivanti da non pochi interventi edilizi e mutilazioni subite nell’arco della sua millenaria storia. La parte più pregevole è l’interno a tre navate. Sul meraviglioso pavimento a mosaico marmoreo, databile alla fine dell’XI secolo, spiccano quattro mosaici ispirati a motivi zoomorfi: felini e serpenti dai misteriosi significati simbolici. L’altra preziosità sono gli affreschi: immagini di santi, anacoreti, vescovi orientali nei sottarchi. Interessanti anche le immagini delle navate laterali: santi, militari e monaci, in quella di sinistra, sante nell’altra con una raffigurazione della Presentazione di Maria al Tempio. Non meno attenzione meritano le maschere di uomini e gatti e le immagini di mostruosi pesci dalle misteriose allegorie, disseminate in tutta la Chiesa.  
 
{mospagebreak title=Eremo di San Nilo}
Immerse nel dirupo denominato Sant’Elia a poca distanza dalla Chiesa di Sant’Adriano, esistono ancora le diroccate mura di un antico santuario. E’ ciò che resta di una vecchia cappella eretta dai monaci del monastero in memoria del loro confratello Nilo. Alla continua ricerca di luoghi solitari e silenziosi, qui il monaco rossanese si imbattè, probabilmente, in un anfratto naturale dove si ritirava in meditazione ascetica. I monaci in prossimità della grotta edificarono un romitorio di cui oltre le mura perimetrali esiste un interessante affresco, ormai quasi completamente distrutto da vandali, raffigurante S. Nilo orante davanti ad un crocifisso e resti di altri affreschi.  
 
{mospagebreak title=Collegio italo-albanese}
Autentica peculiarità del patrimonio culturale locale, lo storico Pontificio Collegio Corsini, fondato a S. Benedetto Ullano nel 1732 ed in seguito trasferito (1794) dal re Ferdinando IV di Borbone a San Demetrio Corone, presso i locali del soppresso monastero di S. Adriano. Il Collegio, chiamato Corsini dal nome di famiglia del pontefice che ne decretò la fondazione, continuò a svolgere le funzioni che erano alla base della sua istituzione: curare l’educazione e l’istruzione negli studi classici, nelle scienze teologiche e nei riti liturgici dei giovani italo-albanesi cattolici di rito bizantino, intenzionati a diventare presbiteri. In duecento anni di storia sandemetrese l’istituto crebbe in prosperità e lustro, diventando faro di luce intellettuale e civile per l’intera Calabria. Nel 1810 fu elevato a Liceo da Gioacchino Murat. “Fucina di diavoli” lo definirono i Borboni per la partecipazione di parecchi suoi studenti e insegnanti ai moti risorgimentali calabresi con non poco contributo di sangue versato per l’unità d’Italia. Statalizzato nel 1923, il Collegio e l’annesso Liceo, uno dei primi in Calabria, accoglieva circa 200 studenti, una dozzina dei quali di nazionalità albanese, da cui il titolo di “Collegio italo-albanese internazionale”.
 
{mospagebreak title=Chiesa di San Demetrio Megalomartire}
E’ situata nella parte centrale del paese. Furono gli albanesi a costruirla, o a ricostruirla intorno al 1600, utilizzando il terreno circostante la sepoltura dei morti. La parte più antica della chiesa è la cappella dedicata al Santo Protettore, rialzata di cinque gradini rispetto al pavimento. Essa si presenta con un altare di rito latino, con una cupoletta affrescata da immagini raffiguranti angeli in preghiera, un quadro e quattro medaglioni che raffigurano il martirio ed i momenti più significativi della vita del Santo. Ad essa fu affiancata subito dopo la Congrega della Madonna del Suffragio. Costruita su un livello inferiore, presenta una cupola da tegole e cerchi digradanti, affrescata all’interno con immagini angeliche. La chiesa allungata nel 1787 è stata costruita a tre navate uguali in epoca successiva. La navata centrale venne elevata nel 1859. Dopo l’elevazione dei muri della navata maggiore è stato necessario costruire di sana pianta anche il campanile, utilizzando il muro esistente e prolungando gli altri. Questa chiesa, che ha due ingressi, fu una delle prime chiese italo-albanesi ad avere l’iconostasi con le icone e l’altare greco. L’iconostasi è incastonata tra due colonne sulla cui sommità poggiano le basi di un grande arco al di sopra del quale un grande Cristo Pantokrator in mosaico domina su tutta la chiesa, opera del mosaicista Biagio Capparelli, autore di tutti i mosaici presenti nella stessa. Anche l’altare, a forma regolarmente quadrata, è sormontato da un baldacchino anch’esso mosaicato dallo stesso autore con una sublime raffigurazione della creazione del firmamento ad opera di Dio Padre, terminante sulle quattro colonne che raffigurano i simboli dei quattro evangelisti. La chiesa - che testimonia tutti gli avvenimenti del passato: la lotta contro i terremoti, la difesa del rito greco, il continuo contributo economico della popolazione, e non certo delle forze politiche, per il miglioramento - è stata più volte restaurata. Recentemente la chiesa è stata abbellita con una serie affreschi bizantini realizzati dall’iconografa Rita Chiurco che rappresentano scene relative al battesimo di Cristo ed un meraviglioso ciclo della vita della Vergine che proprio in questo periodo sta per essere completato (Besa/Roma Gennaio 2007).
 
Bibliografia
Mazziotti: Immigrazioni albanesi in Calabria nel XV secolo e la Colonia di S. Demetrio Corone (1471- 1815) Ed. Il Coscile, 2004; D. Cassiano, Le comunità arbëreshe nella Calabria del XV secolo, Ed. Brenner, Cosenza 1977; D. Cassiano, Sant’Adriano, vol. I, 1997; vol. II, 1999, Ed. Marco, Lungro; S. Bugliaro, S. Demetrio Corone e Macchia nella prima metà del 700, Studio Zeta, Rossano 1998; G. Cava, Il Monastero basiliano di S. Adriano e la comunità vassallatica italoalbanese, Poligrafico, Salerno 1984; G. Tocci, Memorie storico-legali per i comuni albanesi di S. Giorgio, Vaccarizzo, Macchia, S. Cosmo e S. Demetrio nella causa dello scioglimento di promiscuità contro il comune di Acri dinanzi al prefetto, Tip. Bruzia, Cosenza 1865; D. Zangari, Per la storia del basilianesimo in Calabria , la Badia di S. Adriano nel secolo XIII. Documenti inediti di Federico II, Ed. R. Ricciardi, Napoli 1931. P. De Leo, Le immigrazioni albanesi dal tardo Medioevo all’età moderna, vol. “Minoranze etniche in Calabria e Basilicata”, Ed. spec. Carical, 1988; C. Rotelli (a cura di) A.A.V.V., Gli albanesi in Calabria, (sec.XV-XVIII), Orizzonti Meridionali, Cosenza 1988.  
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