Mezzojuso, la Chiesa bizantina e la comunità arbëreshe di Sicilia

Scritto da Pietro Di Marco il . In Mezzojuso

 Un singolare e complesso intreccio di fatti storici, culturali ed ecclesiali ha caratterizzato l’inalterabile condizione di “Chiesa bizantina” locale (l’attuale Eparchia di Piana degli Albanesi), aperta al dialogo con il mondo occidentale nel quale è stata ed è inserita, in continuo rapporto con la dinamica culturale siciliana, con gli aspetti bizantini della cultura italiana e con la cultura cristiana dell’Oriente ortodosso.
. Necessari, a questo punto, alcuni cenni su come e quando inizia il contesto storico da cui emergono gli argomenti di cui stiamo parlando.

In Italia centro meridionale arrivano numerosi gruppi da Ochrida, dalla Macedonia, dal Peloponneso. Nel 1534 si ha l’esodo del gruppo dei Coronei, che portano con sé il loro Arcivescovo Benedetto, il clero, la Liturgia, le sante icone, le antiche tradizioni spirituali e popolari.
 La Santa Sede, dato che gli albanesi venivano in Italia non già per l'amenità delle regioni, ma perché «Christianae dogmata, et ritus, quae in sua terra servare nequibant, in nostra saltem religiosius custodirent», interviene presso le autorità dei luoghi dove i profughi decidono di fermarsi, perché concedano loro le terre necessarie alla loro vita e rispettino le loro tradizioni religiose.
Gli albanesi, arrivati in Sicilia, difendono la loro identità aggregandosi in fondazioni urbane nuove o costituendo quartieri esclusivi nei borghi già esistenti.
A Contessa Entellina, Palazzo Adriano e Mezzojuso arrivano intorno al 1450, a Biancavilla nel 1480, a Piana nel 1488, a S. Michele di Ganzaria nel 1534 e, in seguito, a S. Angelo Muxaro.

Uno dei discendenti di Giorgio Reres che dall’Albania arriva in Sicilia e a Mezzojuso, è Andrea Reres che il 13 aprile 1609 muore, lasciando “quattromila once” per costruire un monastero ed affidarlo a monaci di rito “greco – orientale”.

Il P. Mitrofane, recatosi a Creta, porta con sé, dai monasteri di Aghìa Triàs e di Ankaratho, P. Geremia Scordili, P. Atanasio Cristofòro, P. Mitrofane Carsachi e fratel Serafino di Macedonia. Successivamente, e fino alla prima metà del XIX secolo, altri monaci arrivano direttamente da Creta o da altre isole dell’Egeo, come pure dalle regioni continentali della Grecia.

I monaci promuovono, oltre allo sviluppo delle scienze, il risveglio liturgico e l’amore per le sacre tradizioni, con immenso vantaggio della popolazione locale.

I monaci cretesi osservano rigorosamente le discipline monastiche orientali, non trascurando nello stesso tempo di spargere il seme della cultura ellenica.

Si deve proprio a questo loro spirito, oltre che al loro talento artistico, la realizzazione in quei tempi di quella che attualmente costituisce la parte più cospicua e preziosa del patrimonio iconografico dell’Eparchia di Piana degli Albanesi.

A Mezzojuso agisce Joannikios, jeromonaco cretese, che, perfettamente ligio ai canoni iconografici bizantini, cura una scuola di iconografia in quest’angolo d’Italia, dove ancora oggi si possono ammirare le sue opere.[1] 

Fondamentale, inoltre, per la comunità arbëreshe di Sicilia, è la fondazione, nel 1734, da parte di P. Giorgio Guzzetta, del seminario greco-albanese a Palermo.

Tale istituzione ha fornito un sostegno decisivo alla salvaguardia ed allo sviluppo del patrimonio religioso e culturale di queste comunità, formando non solo i sacerdoti di rito bizantino, ma anche il ceto dirigente e intellettuale che approfondisce lo studio della storia, della lingua e delle tradizioni popolari.[2]

«Voi siete qui da oltre cinque secoli - ha detto Papa Giovanni Paolo II il 21 novembre 1982, quando, a Palermo, prega nella chiesa della Martorana - […] Il vostro rito, unitamente alle vostre centenarie costumanze, costituisce un’oasi di vita e di spiritualità orientale trapiantata nel cuore dell’Occidente».
è il clero, infatti, che mantiene e rafforza l’identità dei diversi gruppi, minacciata dal rischio della dispersione, dell’assorbimento da parte della terra ospitante, dell’estinzione.

Vittorio Peri ha studiato a lungo ed attentamente l’atteggiamento della Chiesa romana, dopo il Concilio di Trento, nei confronti delle Comunità arbëreshe presenti in Italia.

In quel periodo la personalità ecclesiale di queste Comunità non viene riconosciuta in quanto tale, ma solo limitatamente alla peculiarità del rito liturgico, tutto il resto della loro vita ecclesiale dovendosi uniformare su quella dei latini post-tridentini.

Tralascio, volutamente, i danni causati alle comunità arbëreshe, dopo il Concilio di Trento, dal Breve di Pio IV “Romanus Pontifex” (16 febbraio 1564), dalla Bolla di Pio V “Providentia Romani Pontificis” (20 agosto 1566), da alcuni atti di Gregorio XIII, dalle restrizioni di Clemente VIII e dalla famosa “Etsi Pastoralis” di Benedetto XIV (26 maggio 1742).

Studio a parte richiede la comunità di rito bizantino di Palermo, che si riconosce, oggi, nella Chiesa Concattedrale di San Nicolò dei Greci alla Martorana. Come documentato dagli Atti nell’archivio della stessa chiesa, insieme alla comunità  arbëreshe, dal 1546 fino al XIX secolo essa accoglie numerosi gruppi di greci (famiglie e clero) provenienti dalla Morea, dall’isola di Cipro, dall’isola di Creta, dall’Epiro e dalla Cimarra in Macedonia. Rimando ad altra occasione l’approfondimento di questa ricca realtà, ben descritta da Papàs Matteo Sciambra nel libro “Indagini storiche sulla Comunità greco-albanese di Palermo”, edito nel 1963.

Per quanto attiene le modalità di coesistenza e d’integrazione degli Arbëreshë con le adiacenti comunità “latine”, il compianto prof. Tommaso Federici, nel periodo che va dal XV° al XX secolo, individua tre fasi:

  1. La fase dell’accoglienza e dell’ospitalità (sec.XV - XVI);
  2. La fase della tolleranza e dell’intolleranza (sec. XVII-XIX);
  3. La fase della pari dignità: sec. XX.
Inizialmente, infatti, l’ospitalità è stata benevola.

Nella seconda fase, invece, il rito e la cultura degli Arbëreshë, pur essendo essi, ormai, a tutti gli effetti italo-albanesi, costituisce un irritante problema, determinando una sistematica e indiscriminata assimilazione da parte delle autorità ecclesiastiche.

La Chiesa degli Arbëreshë è l’unica Chiesa orientale strutturata con un proprio culto e lingua liturgica, con proprio clero e propri vescovi, insediata stabilmente dentro i confini della Chiesa d’Occidente.

La lingua albanese e il rito bizantino (lingua liturgica: greca) hanno rappresentato i principali strumenti di autoidentificazione e i tratti peculiari dell’identità etnica, per tutte le comunità arbëreshe.[3]

Grandi papi (Pio XI, Giovanni XXIII, Paolo VI) con sensibilità riconoscono agli Arbëreshë la loro dignità, la personalità di rito e cultura, l’autonomia di Chiesa.

Ecco la cronologia degli avvenimenti.

Ancora prima dell’istituzione delle Eparchie di Piana degli Albanesi in Sicilia e Lungro in Calabria, Papa Clemente VIII nomina, nel 1595, il primo «Vescovo Ordinante» per il rito bizantino in Roma.
Nel 1735 è consacrato il primo «Vescovo Ordinante» per la Calabria.
Nel 1784 è nominato il primo «Vescovo Ordinante» per gli Arbëreshë di rito bizantino di Sicilia, che fu Mons. Giorgio Stassi di Piana dei Greci. 

Succedono a questi: Mons. Giuseppe Guzzetta di Piana dei Greci; Mons. Francesco Chiarchiaro di Palazzo Adriano; Mons. Giuseppe Crispi di Palazzo Adriano; Mons. Agostino Franco di Mezzojuso; Mons. Giuseppe Masi di Mezzojuso; Mons. Paolo Schirò di Piana dei Greci.

Con la costituzione «Apostolica Sedes» del 26 Ottobre 1937, Pio XI erige in Sicilia l'Eparchia di Piana «dei Greci», dal 1941 Piana «degli Albanesi», comprendente le comunità di tradizione religiosa bizantina di Piana degli Albanesi, Mezzojuso, Contessa Entellina, Palazzo Adriano e S. Cristina Gela e la parrocchia di S. Nicolò dei Greci alla Martorana in Palermo.
Successivamente, 1'8 luglio 1960, Papa Giovanni XXIII con la costituzione «Orientalis Ecclesiae» unisce nella medesima Eparchia i fedeli di rito greco e di rito latino delle stesse comunità.
Solo il 12 luglio 1967, con la nomina di S. E. Mons. Giuseppe Perniciaro a Vescovo residenziale di Piana degli Albanesi (era già stato, a soli 31 anni, nel 1938 nominato Vescovo Ausiliare), l' Eparchia acquista una completa autonomia, assumendo così la sua più congeniale fisionomia d’Eparchia bizantina.

Oggi, il Vescovo S.E. Sotìr Ferrara, con paziente incisività, guida, in Sicilia, la testimonianza di Chiesa bizantina nell’Occidente latino.

Nel 2004-2005 è stato celebrato il “II Sinodo Intereparchiale delle Eparchie di Lungro e Piana degli Albanesi e del Monastero Esarchico di Grottaferrata”.[4]

Perché un titolo così lungo?

Non era più semplice chiamarlo "Sinodo della Chiesa arbëreshe" o "Sinodo della Chiesa Bizantina in Italia"?

Non era possibile per il semplice motivo che sul piano giuridico si tratta di tre Chiese distinte, originate da distinte e peculiari vicende storiche.

Il Monastero di Grottaferrata è stato fondato quasi cinque secoli prima dell'arrivo degli Albanesi in Italia, e dunque non è storicamente una entità ecclesiale arbëreshe. Sull'altro versante bisogna riconoscere che anche la denominazione "Chiesa bizantina in Italia o in Sicilia" fa torto alla storia.

Albanesi secoli addietro emigrarono in queste terre, e se oggi nei nostri centri, come anche in Calabria, c'è il rito scientificamente detto "bizantino" questo si deve a quest’emigrazione.

Mettere tutti sotto la dicitura "Chiesa bizantina in Italia" significa cancellare dal punto di vista del diritto ecclesiastico le origini albanesi.

Del resto ogni Chiesa viene denominata a partire dalla realtà e non dalla scienza o dalle ideologie.

Non vi sono dubbi che quello di Grottaferrata è dalla fondazione un cenobio italo-bizantino ed il rito liturgico italo-bizantino vi è stato celebrato ininterrottamente, sebbene non senza alterazioni di vario genere, da allora fino ai nostri giorni.

Per rito italo-bizantino, denominato in passato italo-greco, si intende una particolare recensione del rito bizantino elaborata nelle regioni meridionali della Penisola e documentata da centinaia e centinaia di manoscritti copiati tra l'VIII ed il XVII secolo e, proprio a Grottaferrata, nonché da diverse edizioni a stampa.

Certamente nel corso dei secoli in tutte le recensioni, monastiche e secolari, del rito italo-bizantino si erano insinuati diversi influssi ed ingerenze della Liturgia romana, come l'adozione di vesti liturgiche romane e dell'ostia azzima invece del pane eucaristico fermentato.

A questa situazione pose fine papa Leone XIII.

Nel 1881 un decreto della «sezione orientale» di Propaganda Fide ordinava quam primum l'integrale ripristino dell'osservanza liturgica bizantina a norma del Typikòn detto di S. Bartolomeo, ma nel contempo lo stesso decreto stabiliva che per la celebrazione della Divina Liturgia eucaristica e dei sacramenti i monaci dovevano servirsi dell'edizione romana dell'eucologio greco, ovvero del «sacramentario» bizantino secondo il rito comune alle Chiese ortodosse.

Il decreto di Propaganda è importante in quanto è un aperto riconoscimento da parte di un organismo della Curia romana dell'esistenza e della legittimità di un particolare rito monastico italo-bizantino peculiare a Grottaferrata, anzi se ne ribadisce il valore normativo nei confronti della vita liturgica.

Pertanto il rito italo-bizantino non è una curiosità storica, ma parte di quel patrimonio con cui una Chiesa sui iuris esprime la propria fede.

Approdati nel Meridione d'Italia, gli albanesi osservano il rito bizantino allora vigente nel mondo ortodosso di lingua liturgica greca.

Tecnicamente viene denominato rito neo-sabaita in quanto dipende da una revisione del Typikòn del monastero di Mar Saba in Palestina, che già nel XIII secolo era entrato in uso anche nelle chiese secolari.

La celebrazione della Liturgia eucaristica e della Liturgia delle Ore veniva regolata da alcuni ordines rubricali (in greco “diatavxei”) elaborate dal patriarca Philotheos Kokkinos mentre era egumeno della Grande Lavra sul Monte Athos (ante 1347) e, tranne qualche dettaglio, riproducono il rito ancora in vigore ai nostri giorni.

Il quadro qui prospettato non è teorico, ma trova puntuale riscontro in uno dei pochissimi libri liturgici giunti fino ai nostri giorni che risalgono ai tempi dell'emigrazione degli Albanesi in Calabria.

E' il codice cartaceo ora segnato greco 302 (già 385) della Biblioteca del Monumento Nazionale di Grottaferrata, ivi trasferito nel 1941 da S. Demetrio Corone (CS) per disposizione dell'allora Ministero dell'Educazione Nazionale. Si tratta di un anthologion o selezione di innografia e sinassari per le principali feste dell'anno, proprio della fine del XV secolo, scritto in Morea e conservato per lungo tempo nella chiesa parrocchiale di Acquaformosa, un centro arbëresh nei pressi di Lungro.

Analoga era la situazione tra gli emigrati in Sicilia dove l'opposizione al rito italo-bizantino fu tanto decisa da trascinarsi nelle aule giudiziarie.

Nel 1609  Andrea Reres, come ho detto prima, fondava un monastero in Mezzojuso, suo paese natale, stabilendo per testamento che vi fosse osservato in perpetuo il «rito greco-orientale», cioè secondo la recensione prevista dal Typikòn di s. Saba.

Per assicurare l'esatta osservanza delle disposizioni del testatore, a più riprese vennero chiamati a Mezzojuso monaci di confessione ortodossa provenienti da Creta.

Quando però nel 1664 il Monastero venne assorbito nelle strutture provinciali dell'Ordine Basiliano, iniziarono delle interminabili vertenze tra i Basiliani che, in virtù dell'ascrizione all'Ordine del cenobio mezzojusaro, pretendevano di imporre monaci e rito italo-bizantino — allora per di più latinizzante — e gli Arbëreshe giustamente risoluti a seguire il Typikòn di s. Saba in ossequio alle volontà del Reres.

Nel 1739 la questione finì dinanzi alla «Gran Corte Arcivescovile di Palermo» dove l'avvocato Melchiorre Abela difese i diritti del Monastero di Mezzojuso, sottolineando che il Reres lo volle di osservanza sabaita per tutelare l'identità religiosa delle popolazioni arbëreshë di Sicilia.

Come per la Calabria, qualche superstite libro liturgico manoscritto appartenuto agli Arbëreshë di Sicilia rivela che effettivamente la loro prassi celebrativa non aveva nulla a che fare con il rito italo-bizantino, ritenuto anzi un elemento di disgregazione del tessuto etnico-religioso locale.

Eppure da parte di alcuni si è voluto vedere nell'arrivo in Italia degli Albanesi secoli orsono, una provvidenziale continuità per il rito bizantino: gli Arbëreshë sarebbero gli eredi degli Italo-Greci, e la prova sarebbe verificabile in Calabria dove molti centri arbëreshë sono stati fondati sulla base di un rapporto specifico con i Monasteri italo-greci: cito S. Basile, Lungro, S. Adriano, S. Benedetto Ullano, ecc.

Ma come mai allora gli Albanesi arrivati in Sicilia non strinsero rapporti con i monasteri italo-greci dell'Archimandritato di Messina?

Il Prof. Vittorio Peri che ne sa molto più di me della nostra storia religiosa, ha scritto quanto segue: «in Calabria la conservazione del rito liturgico e delle consuetudini tradizionali della Chiesa Greca sia da parte degli immigrati Albanesi che da parte dei monaci basiliani di origine o discendenza ellenofona non comporta, contrariamente a generalizzazioni ancora ripetute, alcuna documentata relazione e prossimità tra i due gruppi etnici e religiosi»

Il Collegio Greco di Roma (fondato nel 1577)  ha grandi meriti, ma dobbiamo anche far presente che il recupero liturgico che vi venne promosso era di tipo piuttosto imitativo: la Grecia e Costantinopoli erano il modello a cui guardare.

E così, per esempio, l'Eparchia di Lungro nel giro di pochi decenni ha perso o tralasciato parte delle tradizione liturgico-musicale propria.

La Chiesa di Piana, invece, grazie al Seminario di Palermo e al Monastero di Mezzojuso, oltre che a uno spiccato senso di autocoscienza ecclesiale, è riuscita a mantenere in vita un ricco patrimonio proprio.[5]

E’, a questo punto, opportuno ricordare che, secondo il Codex Canonum Ecclesiarum Orientalium, gli elementi costitutivi di una Chiesa sui iuris sono tre, e precisamente: l’esistenza di un coetus christifidelium; la presenza di una gerarchia al quale il coetus christifidelium sia unito a norma del diritto; il riconoscimento, espresso o tacito, da parte della suprema autorità della Chiesa (cfr. Codex Canonum Ecclesiarum Orientalium, can. 27).

Tutte e tre queste condizioni sono presenti in ciascuna delle tre Eparchie riunite nel sinodo intereparchiale; in modo particolare ne va menzionato il riconoscimento espresso da parte dalla S. Sede, che nel caso di Lungro e Piana degli Albanesi è contenuto nelle rispettive bolle di erezione, mentre nel caso di Grottaferrata è rappresentato dalla bolla ‘Pervetustum Cryptaeferratae Coenobium(26.IX.1937: AAS 30, 1938, pp. 183-185).

Per quanto, invece, riguarda il rito, il Codex Canonum Ecclesiarum Orientalium, can. 28, §1, specifica che esso è un “patrimonio liturgico, teologico, spirituale e disciplinare” distinto in base alla cultura e alle circostanze della storia dei popoli, che viene espresso nel modo di vivere la fede proprio di ciascuna Chiesa sui iuris.

Il rito, dunque, non è di per sé un elemento costitutivo di una Chiesa sui iuris: il che implica che, in determinati casi, possono esistere Chiese sui iuris nel cui interno siano presenti due riti diversi, che godono di pari dignità e di pari diritti, sotto il governo dell’unico e medesimo eparca, la cui personale appartenenza ad uno dei due riti non limita né pregiudica in alcun modo, nei confronti anche dell’altro rito, i suoi diritti e le sue competenze, necessari, gli uni e le altre, per il governo pastorale unitario dell’Eparchia.

Nell’Eparchia di Piana degli Albanesi, la presenza ‘sinfonica’ di due riti nella stessa Eparchia, quindi, deve essere motivo di una maggiore espressione dell’unità ecclesiale, manifestata nella concordia e nell’amore reciproci, che renderanno più efficace l’annuncio dell’Evangelo e la diakonia della carità.

Onestamente bisogna dare atto che nel panorama in genere liturgicamente sconfortante dell'Oriente cattolico, le due Eparchie bizantine costituiscono un esempio quasi unico di sincera e convinta ricezione delle disposizioni conciliari (Orientalium Ecclesiarum, 6).

Il traguardo di un ripristino integrale della propria tradizione, almeno nelle forme celebrative, non sembra molto lontano.
Che cosa trarre da tutto questo?
Un risultato semplice: nessuna Chiesa è l'imitazione di un'altra Chiesa, ma ogni Chiesa deve avere e promuovere una propria individualità, esatto opposto del processo di globalizzazione, etichettando acriticamente "Chiesa bizantina in Italia o in Sicilia".
La Sacra Scrittura e la Liturgia si rivolgono al "Dio dei nostri Padri" perché la Chiesa è tradizione, è consegna, è trasmissione alle nuove generazioni del messaggio della salvezza e insieme della cultura, nel senso più nobile del termine, nata dall'incontro degli uomini e delle donne di ogni tempo con il Vangelo di salvezza.
Nelle nostre Chiese vi sono due Liturgie, due spiritualità, due calendari liturgici, due lezionari, perché all'origine vi sono storie diverse: modi diversi in cui Dio in Cristo si è incontrato con parte del suo popolo.
Queste ricchezze, proprie e rispettive, non mescolate e confuse in nome delle ideologie o degli interessi, noi le dobbiamo amare, venerare e promuovere, perché i nostri figli, sia quelli secondo la carne che secondo lo spirito, sappiano domani chi erano i loro Padri, gente che ha rischiato per la fede, e non degli anonimi e incolori "bizantini in Italia o in Sicilia".







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Gattuso I., Opere, I – II – III vol., a cura di M. Mandalà, P. Di Marco, P. Di Miceli, Cosenza, 2003



[1] Un Ioannichios Gornero di Candia è documentato dal 1664 al 1680 come monaco del monastero di Mezzojuso. Sappiamo che questo Ioannichios, divenuto monaco sul monte Athos, venne in Sicilia, passò quindi a Genova(!) per ritornare di nuovo in Sicilia. Era un accanito difensore del rito bizantino, dell'indipendenza e del rigore monastico. La personalità dello jeromonaco di Mezzojuso corrisponde a quella evidenziata dalle icone, a un pittore, cioè, dotato di eccezionale forza e resistenza, fedele, nei limiti della sua epoca, alla tradizione iconografica. I dati cronologici corrisponderebbero. Avremmo un pittore nato all’inizio del 1600 che, uscito dall'Athos, arriva nel palermitano in tempo per eseguire le sue prime opere rimasteci. Qui si ferma abbastanza a lungo per esercitare e irrobustire la sua arte; poi sale verso il nord dove riceve altri impulsi per il passaggio verso la maturità artistica. Ritornato in Sicilia, si stabilisce nel monastero di Mezzojuso dove realizza le sue opere dell'ultimo periodo.
L'importanza di Ioannichios non si esaurisce nel fascino e nella eccellenza delle sue opere. E' la coerenza di una "Biografia artistica" che lo rende significativo per la documentazione dell'arte. Perchè rara, se non l'unica nella storia dell'icone post‑bizantina è la possibilità di seguire con indicazioni documentate una serie di opere monumentali tutte eseguite nello stesso luogo, che punteggiano dall'inizio alla fine una carriera notevole.
Grazie al delinearsi di questo eccezionale "cursus", possiamo ritenere la Sicilia nord‑occidentale, ovvero la Provincia di Palermo in particolare, luogo non solo di attrazione ma anche di produzione di icone greche di puro stile cretese. Più o meno contemporanei di Ioannichios sono due altri eccezionali iconografi anonimi dei quali si ha una serie di icone per ciascuno, la prima della metà del '600, la seconda della fine dello stesso secolo.
Sempre della seconda metà del '600 è la tavola illustrativa, che accomuna cinque temi iconografici distinti: è la "Epì Si cheri" del ben noto Leo Mòschos, appartenente ad una famiglia di iconografi conosciuti a Venezia e nei territori veneziani.
Le icone di Mezzojuso, sia quelle ereditate da generazioni passate, che altre prodotte in tempi più recenti, testimoniano una continuità di fede e di espressione artistica memore di antiche ed originali tradizioni figurative. La Madrice greca di San Nicolò di Mira risalente agli inizi del '500, contiene icone bizantine del XV‑XVI sec., oltre ad un'iconostasi con icone contemporanee provenienti dalla Grecia, dipinte da Kostas Zouvelos.
La Chiesa di S. Maria delle Grazie, concessa agli Albanesi nel sec. XV, offre la più preziosa iconostasi di tutta la Sicilia con iconi del XV‑XVI sec. .
Nella chiesa di San Rocco la serie di immagini, anch’esse contemporanee, che campeggiano nell'iconostasi ed in tutta la chiesa, realizzate da Fratel Pietro Vittorino, sono caratterizzate da un disincantato lessico pittorico sempre più distante da ascendenze bizantine e declinato con un fare popolareggiante che rimanda a più diffuse composizioni realizzate su vetro, abbondantemente documentate nell'arte siciliana.
Il legame con il passato è anche esplicitato nel rivolgersi a tecniche artistiche di millenaria tradizione, come quella del mosaico, utilizzato per decorare la chiesa del SS. Crocifisso e realizzato da Pantaleo Giannaccari che nel suo fare artistico ricorre a quei mosaici bizantini tutt'oggi presenti in molte delle chiese normanne della nostra Isola, come il complesso ciclo musivo del Duomo di Monreale.
Sembra mantenersi fedele alla più "classica" tradizione iconografica Kostas Zouvelos, attivo ad Atene ed autore delle icone che gli vengono commissionate per la chiesa di San Nicolò di Mira. In queste opere, infatti, si notano numerosi riferimenti a capolavori d'arte bizantina ormai musealizzati eseguiti sia da maestri athoniti che cretesi, testimonianza di un’intramontabile cultura figurativa sacra espressione di un Mistero rivelato.
Mezzojuso, dunque, si pone come autorevole crogiuolo di culture artistiche che oggi, come in tempi passati oltre a produrre opere in loco, non dimentica i legami con la terra di origine da cui vengono ancora importate icone che attestano un ininterrotto contatto con la più aulica iconografia bizantina. Questo è anche confermato dalle icone delle antiche iconostasi delle chiese della cittadina, smembrate tra la fine del XVIII e il XIX secolo, e adesso tornate ad essere l’espressione di una comunità che con un attento recupero della memoria artistica e riacquistando con rinnovato senso critico tradizioni del passato guarda al futuro con immutata fede.
[2] Le comunità arbëreshe in Italia mostrano un’antica coscienza della loro identità linguistica e culturale. Questa identità trova espressione nell’operosità di intellettuali che fin dal XVI secolo rendono le comunità arbëreshe sedi privilegiate della cultura albanese. Il Monastero basiliano di Mezzojuso (1609), il Collegio Corsini di S.Benedetto Ullano (1732), poi trasferito al Collegio S.Adriano a S.Demetrio Corone (1794), e il seminario greco-albanese di Palermo (1734) ebbero un ruolo fondamentale nella formazione non solo del clero ma anche degli intellettuali italo-albanesi. Essi resero possibile il permanere dell’eredità storico-culturale delle comunità stesse, e nello stesso tempo alimentarono un impegno civile e intellettuale di carattere progressista, attento alle istanze di libertà e di democrazia della società italiana. A partire dall’opera dei suoi iniziatori, Giorgio Guzzetta e Paolo Maria Parrino, il Seminario greco-albanese di Palermo orientò le ‘attività di studio e di ricerca’ alla questione dell’identità ‘storica, culturale e religiosa degli albanesi’. Gli ambiti di studio comprendevano, oltre all’educazione al rito bizantino, la grammatica, la logica, la filosofia, la fisica e la storia. L’abbinamento della ricerca storica e della riflessione teorica mirava a legittimare l’identità degli albanesi attraverso la ricostruzione della loro storia.
 
[3]  Ai tempi dell'esodo albanese in Italia meridionale non esisteva una Chiesa Albanese, costituita come tale solo nel 1922 e riconosciuta da Costantinopoli nel 1937. Ai tempi dell'esodo, gli Albanesi erano fedeli del Patriarcato ecumenico la cui lingua liturgica era ed è quella greca. Ma Padre Nilo Borgia aveva scoperto in un manoscritto greco della Biblioteca Ambrosiana di Milano una traduzione interlineare albanese di una pericope evangelica greca. E' una prova di un certo disagio provato nei confronti di una lingua poco comprensibile, anche se non si può non riconoscere che nel passato l'impiego liturgico della lingua greca ha consentito agli Arbëreshë di conservare una propria identità rispetto al circostante mondo di lingua liturgica latina.
La lingua albanese e il rito bizantino hanno rappresentato i principali strumenti d’autoidentificazione e i tratti peculiari dell’identità etnica, per tutte le comunità arbëreshe. La definitiva scomparsa della lingua albanese, è, a Mezzojuso, per esempio, conseguenza non secondaria del processo costante d’assimilazione. Ciò accadde quasi due secoli or sono e, a partire da allora, venuta meno la diversità linguistica, l’identità etnica sarà percepita, a volte, nella diversità liturgica. Oggi, potrebbe accadere in tutte le altre comunità arbëreshe a causa dell’invadente globalizzazione. Il fattore religioso non può costituire l’unico tratto etnico caratterizzante, vale a dire, l’elemento fondamentale d’identificazione.
Una comunità cristiana costituitasi con l'emigrazione, come è appunto il caso degli Arbëreshë, deve riconoscersi attorno a dei simboli della propria identità non solo etnica ma cristiana, perché l'esodo plurisecolare degli Albanesi in Italia — è bene ribadirlo — fu esodo di popolazioni cristiane. Un simbolo di questa storia cristiana degli Arbëreshë, più che la bandiera con l'aquila bicipite nera in campo rosso, potrebbe essere l'icona della Madre di Dio oggi a Genazzano (Roma), che la tradizione vi vuole giunta prodigiosamente da Scutari. Il culto alla Theotokos popolarmente detta “del Buon Consiglio”, è vivo non solo tra gli Arbëreshë di Calabria e di Sicilia ma anche tra gli emigrati in Argentina e negli Stati Uniti. La stessa cosa si potrebbe dire dell'Odigitria di Piana degli Albanesi o di Mezzojuso, simbolo materno delle origini e della storia della Chiesa degli Arbëreshë in Sicilia. 
[4]  Il Sinodo è il Secondo Intereparchiale. Non è l’Assemblea di una Eparchia, non è un Sinodo Provinciale. E’ un Sinodo Inter – eparchiale, un sinodo di più Eparchie. Questa figura non si trova nel nuovo Codice dei Canoni delle Chiese Orientali. Per questa ragione è stato necessario che previamente ricevesse l’autorizzazione del Papa poiché le tre Circoscrizioni dipendono direttamente dalla Santa Sede. Sarà poi necessario che le deliberazioni siano approvate dalla Santa Sede prima della promulgazione da parte degli Ordinari.
Il Primo Sinodo intereparchiale del 1940 è stato celebrato dalle stesse Circoscrizioni con le stesse procedure canoniche.
L’intento prioritario è contenuto proprio nel termine Synodos, termine che, come accennato, ha una esplicita connotazione comunionale. Gli Ordinari nella Lettera sul Sinodo lo hanno esplicitamente messo in evidenza: “L’Assemblea Sinodale sarà l’espressione della comunione ecclesiale”. Innanzitutto il Sinodo si fonda sulla comunione: sulla comunione di fede, della vita sacramentale e della relazione con la gerarchia cattolica e con il Papa.
Ma vi è un altro legame di comunione: quello storico, culturale, cultuale - liturgico, canonico.
Celebrano questo Sinodo le tre Circoscrizioni bizantine in Italia. Già nella lettera di benedizione del Santo Padre per il Primo Sinodo si parla di “Circoscrizioni ecclesiastiche di rito bizantino in Italia”. Queste tre Circoscrizioni sono unite dalla fondamentale tradizione bizantina, anche se ciascuna potrà avere alcune particolarità locali che colorano la comunione.
Altro elemento che accomuna le tre Circoscrizioni bizantine in Italia è che sono sottoposte ugualmente al Codex Canonum Ecclesiarum Orientalium, come diritto comune.
Per questa base comune, e perché si tratta di tre Circoscrizioni Bizantine in Italia, ciascuna direttamente dipendente dalla Santa Sede, per la convocazione del primo Sinodo Intereparchiale (Grottaferrata 1940), è stata necessaria l’autorizzazione del Santo Padre.
Lo scopo della comunione fra le Circoscrizioni convocate al Primo Sinodo – espressa con la terminologia del tempo – si ritrova nella lettera che i tre Ordinari – Card. Lavitrano, il vescovo Giovanni Mele e l’archimandrita Isidoro Croce – indirizzarono al Papa Pio XII (10 luglio 1940) e nella risposta del Papa (6 agosto 1940).
Gli Ordinari affermavano che il Sinodo era urgente ”per assicurare non solo l’unità della disciplina ecclesiastica, ma per ricondurre, più che sia possibile, alla purezza del Typikòn il rito(cfr. Costituzioni del Sinodo Intereparchiale, Grottaferrata 1943, p. 7).
Il cardinale Eugenio Tisserant nella lettera al card. Lavitrano, a cui trasmetteva la benedizione del papa per il Sinodo, scrive: “Il Sommo Pontefice ha appreso con vivo e lieto compiacimento la lodevole iniziativa dei tre Ordinari delle Circoscrizioni ecclesiastiche di rito bizantino in Italia ed ha approvato, senza riserve, la loro intenzione di chiamare a raccolta i rispettivi cleri, per dare maggiore uniformità liturgica e disciplinare alla vita delle due Eparchie e del Monastero Esarchico, sia nei rispettivi confronti, sia in relazione alle contermini diocesi di rito latino o ai gruppi di fedeli latini che vivono entro i confini dei loro territori” (Ibidem, p. 10).
Gli attuali Ordinari danno un giudizio positivo su quel primo Sinodo. Essi affermano nello stesso decreto di Indizione (15 agosto 2001) che il Sinodo: “ha apportato molti vantaggi spirituali e pastorali”.
Notano però che da allora sono intervenuti degli eventi importanti che offrono un decisivo aiuto anche alle nostre Comunità:
a) La celebrazione del Concilio Vaticano II (1962- 1965),
b) La pubblicazione del Codex Canonum Ecclesiarum Orientalium (1990),
c) La pubblicazione della “Istruzione” sulla Liturgia da parte della Congregazione per le Chiese Orientali (1996).
E’ in conseguenza a tutto questo che è emersa la convinzione della convocazione di un nuovo Sinodo. Gli Ordinari nel Decreto di Indizione dichiarano: “Tutto ciò fa si che si renda necessaria la convocazione di un II Sinodo Intereparchiale che, in forme rispondenti ai tempi e alla maturazione ecclesiologica verificatasi in questi decenni, affronti i vari aspetti della vita liturgica, catechetica, pastorale delle nostre Circoscrizioni ecclesiastiche”.
[5] I sinodali delle tre Circoscrizioni bizantine in Italia, l’11 gennaio 2005, nella Sala Clementina, sono stati ricevuti dal Santo Padre Giovanni Paolo II che ha rivolto loro una densa esortazione aperta al futuro.
Il Prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali ha presentato al Papa i Sinodali, pastori e fedeli, dichiarando che essi nell’incontro “possono rinnovare l’adesione gioiosa di fede e di amore al ministero del successore di Pietro, al vostro illuminato magistero, confermando la fedeltà dei loro Padri”. Oltre alla creazione delle strutture ecclesiali, l’elemento decisivo che ha promosso la crescita coerente di queste comunità bizantine in Italia è stato l’orientamento, che si è progressivamente fatto strada, del diritto e del dovere di recuperare la propria autentica tradizione liturgica e disciplinare. Questa prospettiva emergeva dalle parole di Giovanni Paolo II rivolte al Sinodo. Egli considerava le comunità bizantine “eredi di un comune patrimonio spirituale” e rilevava che ora esse “ rafforzano sempre più la loro identità, facendo tesoro della loro millenaria tradizione bizantina”. Elogiava lo sforzo sinodale di promuovere una solida formazione catechetica, mistagogica e teologica. Per questo il sinodo “ha individuato percorsi teologici e ascetici per la preparazione del clero e dei membri degli Istituti di vita consacrata”. Il Papa ribadisce come fatto e come dovere il consolidamento dell’identità ecclesiale. “Per evitare una trasformazione indebita dell’identità spirituale che vi distingue, è vostro intendimento curare una solida formazione radicata nella tradizione orientale e atta a rispondere in maniera efficace alle sfide crescenti della secolarizzazione”.
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