Presentazione del libro "La chiesa dei profughi" di M. Bellizzi

il . In Libri in recensione

Indice articoli

 

 

(…) anche un luogo è tempo rappreso, tempo plurimo. Non è solo il suo

presente, ma pure quel labirinto di tempi ed epoche diverse che si intrecciano

in un paesaggio e lo costituiscono, così come pieghe, rughe, espressioni scavate

dalla felicità o dalla malinconia non solo segnano un viso, ma sono il viso

di quella persona, che non ha mai soltanto l’età o lo stato d’animo di

quel momento, bensì è l’insieme di tutte le età e gli stati d’animo della sua

vita. (…) il viaggio-scrittura è un’archeologia del paesaggio; il viaggiatore

-lo scrittore- scende come un archeologo nei vari strati della realtà, per

leggere anche i segni nascosti sotto altri segni, per raccogliere quante più

esistenze e storie possibili e salvarle dal fiume del tempo, dall’onda cancellatrice dell’oblio, quasi costruendo una fragile arca di Noè di carta, sebbene ironicamente consapevole della sua precarietà.

                              

(Claudio Magris, L’infinito viaggiare)

                       

Le finalità del presente lavoro in principio avevano come motivo preminente lo studio di una confraternita laico religiosa fondata a San Basilio, operante all’interno della Venerabile Cappella del Purgatorio; e, ciò fu reso possibile grazie all’acquisizione da una biblioteca privata di una platea settecentesca: una sorta di diario di bordo redatto dai suoi procuratori. Il manoscritto che reca sul frontespizio il titolo di Libro Maggiore nonostante una fugace esposizione pubblica, non fu né trascritto né studiato fino ad oggi. Attraverso i bilanci annuali compilati nella platea si descrive, per uno spazio temporale di circa mezzo secolo, sia l’attività dei confratelli nella comunità e nel territorio sia la sua vita interna, fortunatamente frammista a narrazioni di non poche vicende storiche. Per dipanare quella trama, come sempre accade in questi casi, fu necessario ricorrere ad un lavoro al contorno che, documento su documento: da quelli del silenzioso e vetusto Archivio vescovile di Cassano e dell’Archivio di Stato di Castrovillari agli altri del municipio di San Basile, svelò il turbinio di una storia che andava prendendo vieppiù forma a spirale, ruotando per ben quattro secoli attorno ad un singolare locus: la sconosciuta chiesa fondata dai profughi albanesi alla fine del XV secolo. Il percorso storico che emerse fu più complesso di quello prefissato dall’autore: difatti, esso compenetra la comunità, i ceti e gli uomini, illustrando le loro diverse modalità di aggregazione attorno le risposte identitarie e soprattutto il pauperismo della Calabria Citeriore, le astuzie, le utopie, le cadute rovinose proprie di una realtà popolata, con maledetta costanza, da moltitudini di pezzenti e una ristretta elite di potere. Ernesto De Martino in La terra del rimorso. Contributo a una storia religiosa del sud scriveva che, fra le storie regionali più circoscritte, una particolare importanza tocca alla storia religiosa del Regno di Napoli, dove sta in primo piano la dimensione sociologica delle tradizioni culturali del Mezzogiorno. Essa è la storia di una formazione socialmente e politicamente definita, geograficamente delimitata, come diceva Ferdinando II, “fra l’acqua santa e l’acqua salata”, fra lo Stato della Chiesa e il mare o, rileggendo la metafora ad usum delphini, fra il vescovo di Cassano e i principi i quali vendevano e compravano il borgo di San Basile con i suoi abitanti, passandoli di mano in mano lasciando loro solo la triste sorte. Più tardi toccò allo Stato e alla Chiesa continuare, sul filo dell’egemonia, la ‘gestione’ dei poveri e la loro assistenza. Questa in sintesi la trama del libro, sicuramente una storia fra le storie dei paesi della Calabria Citeriore verso le quali lo stesso De Martino invocava ricerche molecolari, indagini per “ricomporre in vicende motivate e comprensibili il panorama disgregato, caotico e contradditorio che la vita religiosa del Sud offre inizialmente all’osservatore”. Lo stesso auspicio metodologico, per molti versi, fu espresso in modo ancor più suggestivo dal regista sovietico Pudovkin:

 

Per avere un’impressione chiara della dimostrazione l’osservatore deve compiere certi atti. Deve prima arrampicarsi sul tetto d’una casa per vedere dall’alto il corteo nel suo insieme e calcolarne la grandezza; poi deve scendere a guardare da una finestra del primo piano per leggere i cartelli portati dai dimostranti, e infine deve mescolarsi con la folla per farsi un’idea dell’aspettoesteriore dei partecipanti.

 

In nuce, si conferma a mio avviso che il “macrostorico” non vede determinati oggetti storiografici per il semplice fatto che non può vederli e perchè la prospettiva da cui osserva li nasconde alla sua vista; e, così operando non si realizza solo la marginalizzazione di alcuni soggetti, di alcune aree e territori, ma accade anche che, con l’aumentare della distanza dai dati elementari, questi ultimi si disperdono, diventando più radi. Le prove perdono in questo modo il loro potere vincolante lasciando libero il campo a una soggettività più arbitraria. Privilegiare questo punto di vista significa mettere a nudo anche le stigmate del nesso cruciale tra immagini dei fenomeni sociali e categorie statistiche, costutivamente incapaci di rappresentare la dispersione aleatoria dei comportamenti. D’altronde, se guardiamo alla mobilità nel territorio, il senso e le logiche degli spostamenti individuali registrati scompaiono nel baratro di categorie forti. E allora come si fa a raccontare la cosiddetta grande storia attraverso le vite individuali? Edoardo Grendi aveva coniato un felice ossimoro per identificare l’oggetto di un’indagine su scala microstorica: l’eccezionale normale a cui una certa arte ha il compito di far fuoriuscire voci umane articolate anche da documenti di scarsa importanza apparente. Lo storico Cantimori, in altre pagine, scioglie qualche nodo di questa narrazione infinita di infinitesime testimonianze biografiche di cui è perfettamente conscio: “Certo, la vita materiale si presenta innanzitutto sotto la forma aneddotica di migliaia e migliaia di piccoli fatti di cronaca. […]. È polvere di storia, microstoria, nel senso in cui Gurvitch parla di microsociologia: piccoli fatti che, ripetendosi peraltro indefinitamente si affermano come realtà in serie. Ognuno di questi fatti attesta per migliaia di altri, che attraversano silenziosamente lo spessore del tempo e durano”. Ciò di cui si sta tentando di dare una definizione è lamicrostoria annalistica che non è ‘storia locale’tout-court ma filologia integrale, indagine sociologica, economica, linguistica, geografica, culturale, dove ciascuna componente è organica e reciproca dell’altra. E la microanalisi, scrive E. Grendi, ha rappresentato una sorta di via italiana verso la storiografia sociale più avanzata (teoricamente guidata), in una situazione relativamente bloccata in termini di ortodossia gerarchica delle rilevanze storiche e di chiusura alle scienze sociali. Essa ha assunto, così,dignità di storiaperché, pur espletandosi l’indagine nell’angusto spazio del municipio, convoca, a suo polo orientativo, un metodo nuovo, appunto annalistico, che attraverso lo scandaglio critico dei documenti di una piccola cellula sociale, risale alla comprensione di sincroni fenomeni generali, di più ampie e complesse dinamiche le quali sottendono, fagocitano persino, quelle del concreto, piccolo cosmo della provincia e della periferia. Ciò che tutti auspichiamo che emerga da questa storia sociale è l’uomo vivo, sotto la polvere degli archivi; altrove quella storia si chiamerà etnostoria, esplorazione critica dei fatti economici, linguistici, comportamentali, insomma di tutto ciò che è palpitante della vita quotidiana che trascorre, come diceva Manzoni, “senza lasciare traccia”. Questo genere storiografico è nato in polemica con le grandi narrazioni dello sviluppo storico (marxismo, liberalismo ecc.), con le periodizzazioni convenzionali per epoche (età medievale, moderna, contemporanea) e soprattutto con l’uso di categorie generali (stato, mercato, sviluppo economico ecc.) incapaci di render conto, delle permanenze e dei mutamenti storici concreti, come sostengono C. Ginzburg e G. Levi, esponenti importanti di questo genere storiografico. Ma pensando ad un’altra storia, quella definita locale, occorre riflettere sul fatto che essa è tale, di certo, non per un riferimento ad uno spazio oggettivo e delimitato ma perché si instaura una relazione di duplice significatività storica: polarità/dialettica locale/generale. Scorrendo alcune pagine di questo libro, come si fa a definire ‘storia locale’ «di San Basile» la vicenda degli eretici luterani o calvinisti che abiurano mentre attraversano quel luogo? o la conversione di un servidore del conte di Bourges, gli spiccioli dati ad un turco o ad una donna ebrea, l’errare di un monaco siriano tra le nostre strade nel Settecento? E come non leggere in controluce una trama profonda, nella geografia e nella storia del Mediterraneo, tra i fili che compongono le allegorie e il periodare greco e arabo della tela: l’Antiminsion che reca in un angolo la firma diSua santità il patriarca Agapios Matar, giunta da Sidone, città del Libano sino a San Basile, nel Settecento e ancora oggi esposta nel salotto del palazzo Tamburi? O in primis le folate nei territori del sud Italia di profughi dai Balcani “erranti quali avvanzi miserandi di rabbiose guerre, ridotti poveri e affranti, lungi dai luoghi nativi, senza avere più stretti come prima i sacri legami del culto, della parentela, de’ costumi, della lingua onde per lo passato eransi congiunti”, come scriveva F. Tajani nel 1886? Se si sconta l’enfasi con cui la microstoria può essere presentata come proposta esclusiva di accesso al passato, le ricerche prodotte finora hanno contributo all’autoriflessione degli storici sul proprio lavoro e sui rapporti con le altre scienze sociali, scriveva Nicola Gallerano. Si può aggiungere che la microstoria è un genere, un problema cognitivo, narrativo, documentario e in un Italo Calvino che pensa, non solo al proprio mestiere, ma anche a quello dello storico, fa capolino il tema della rappresentatività dei campi dell’indagine microstorica e della possibilità di generalizzare le sue conclusioni su scala più ampia:

 

il racconto (...) propone insieme singolarità e geometria: si dà racconto quando la singolarità dei dati si compone in uno schema, sia esso rigido o fluido. Ogni nuovo racconto è una vittoria della singolarità sullo schema già ossificato, finché un insieme di eccezioni allo schema non si configurano come schema esse stesse.

 

Con un’ottica che deriva dall’antropologia sociale, il villaggio si può vedere come un teatro politico che parla una lingua religiosa e spesso parla anche una lingua politica sebbene qualche volta lo fa con il silenzio dei miserabili e la violenza assordante dei nobili. Le metamorfosi della chiesa dei profughi albanesi di San Basile mi sembra che ricalchi questo schema. Infine, mi si permetta di sottolineare il senso dei luoghi che alle volte fa sì che il loro magnetismo li candidi a divenire crocevia nelle storie e micro-storie di una comunità. La mia speranza-auspicio è che coloro che si apprestano a leggere questo contributo e l’ardua trascrizione della Platea di Tiziana Rizzo lo considerino come il lavoro di un viaggiatore- archeologo che scavando porta alla luce luoghi, volti e frammenti di biografie sepolte dalla polvere del tempo o dal Potere che occulta perennemente le orme di sofferenza che dissemina nell’esercizio del suo dominio. E ancora, l’atto del ricordo, in tal senso, è carità e giustizia per chi è scomparso talora anche in silenzio e nell’oscurità, schiacciato dal “terribile potere di annientamento” della Storia universale, come la chiamava Nietzsche.                                                         

M.B.

 

Testi tratti dal sito academia.edu

Блогът Click here очаквайте скоро..

Full premium Here download theme for CMS

Bookmaker Bet365.gr The best odds.

Articoli suggeriti