Presentazione del libro "La chiesa dei profughi" di M. Bellizzi

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Mario Bellizzi, in questo suo lavoro, ci mostra come si possano coniugare l’amore del natio loco e il disincanto, l’afflato umanistico e la perdita di senso. I due corni del dilemma non si connettono formando un ossimoro, ma costituendo un impasto culturale sofisticato e multiforme, sorretto da molteplici curiosita intellettuali e al tempo stesso da acribia filologica e documentaria. Quest’ultima rende il libro talvolta di non facile lettura, ma la semplice e facile godibilita delle cose non sembra essere tra le priorita dell’autore, che predilige invece percorsi accidentati e minuti. Bellizzi non ama le grandi narrazioni che vorrebbero dotare di senso il processo storico, nè le periodizzazioni canoniche tra storia medievale, moderna e contemporanea. Egli ama piuttosto i piccoli spazi e predilige il dettaglio, nello scandagliare il passato della comunita di San Basilio. Ma nel far questo si tiene alla larga dalle angustie del municipalismo, dalle piccinerie del campanile e del localismo. Egli conosce bene la differenza tra storia locale e microstoria, ha appreso la lezione di Ginzburg, Levi e Grendi, che hanno proiettato la microstoria italiana sulla scena culturale internazionale. La sua ambizione, dunque, e quella di ritrovare e far riemergere le voci del villaggio, per connetterle al mondo e ai suoi drammi, rendendo conto di mutamenti e permanenze. L’autore intende se stesso, e lui stesso a dirlo, come viaggiatore-archeologo. E in questo viaggio nel passato gli accade anche d’imbattersi in curiose sorprese, le quali danno senso al suo metodo. Come quando tra le carte della sua Confraternita settecentesca egli scova che anonimi passanti di fede luterana o calvinista, o anche ebrei, transitando nel villaggio abiurano e si convertono per “meno di un cacio”. Come si fa a definire “storia locale” – si chiede opportunamente Bellizzi – questi “attraversamenti” spaziali, economici e religiosi? Sono storia locale “gli spiccioli dati ad un turco o ad una donna ebrea, l’errare di un monaco siriano tra le nostre strade nel Settecento”?

Si tratta ovviamente di domande retoriche, di cui si conosce gia la risposta negativa. Che a porre i quesiti – per concludere – sia uno studioso ch’e figlio di un’antica diaspora, quella degli albanesi giunti in Italia nel XV secolo, non e forse un caso. I “profughi albanesi di San Basilio” divengono metafora di altri attraversamenti. E un luogo di frontiera dell’estremo sud della Penisola diviene metafora di altre frontiere.

prof. Vittorio Cappelli

Docente di Storia Contemporanea

Unical Cosenza

 

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