Presentazione del libro "La chiesa dei profughi" di M. Bellizzi

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Se si redigesse una enciclopedia  sull’emigrazione, gli italo-albanesi vi occuperebbero uno posto di rispetto, anche se le enciclopedie, come le storie, solitamente sono scritte dai vincenti. Separati brutalmente dal corpo della nazione, in mare con un sogno svanito e un sogno per il ritorno, o per sola sopravvivenza, la novità di un popolo che non ha ancora sperimentato a fondo l’emigrazione avrebbe omologato gli italo-albanesi tra i vinti. Ma l’emigrazione – evento complesso, con le radici ora in terra ora in cielo, ha un’altra accezione, metaforica, dove sovente, nella pronuncia di una parola o di una frase c’è da intendere il contrario. I profughi ebbero la benedizione di scrivere una nuova storia del popolo di appartenenza, quasi un’isola di albanesità nel mare della latinità, trasformando l’Adriatico in una metafora, preservando e divulgando la lingua materna, le usanze, i valori spirituali e l’arte, o la predisposizione degli  albanesi ad adeguarsi e misurarsi con la vita dei primordi. Quando mi viene in mente la straordinaria produzione letteraria degli arbëreshë, il loro repertorio di aforismi, le metafore non rinvenibili in alcun altro testo scritto, il loro pregio intrinseco quasi a confine con il mondo antico greco-romano, o con il classicismo europeo, ho istantaneamente presente pure due versi di Girolamo De Rada su una ragazza fuggita oltre un fiume (del tempo, della storia?!):

Come vive lei oltre (il fiume)

così viviamo noi dopo la morte…

In qualche modo, gli italo-albanesi vivono come noi dopo la nostra morte, e noi viviamo come loro dopo la loro morte, uniti nella lingua avita e con quello spirito che non conosce ostacoli geografici, o storici. Si sa che ogni emigrante porta con sé gli stili di vita anteriori allo sradicamento, le emozioni forti, i dolori, le privazioni, gli stromi dei sogni incompiuti, le parole, ma anche i rancori, i perdoni non concessi, ecc. La nostalgia, o l’Esodo, annullano tutto e distolgono l’esule con la quotidianità stimolandolo a rivisitare i trascorsi del proprio popolo in modo da trasformare  lo sradicamento in un trapianto. Confini e modi di vita cambiano, intere generazioni fuggono da quel mondo come se non vi fossero mai nati; case e strade, le acque ed altri aspetti del creato si polverizzano, o talvolta si sostituiscono in forme incomprensibili e / o inaccettabili – e allora la gente d’origine, quella che in vero non è erede della cinematografia, invoca l’aiuto della Memoria. Ogni rinascita in terra straniera è anche una rinascita della Memoria, un suo arricchimento, un mezzo inalienabile a tutela dell’anima. Le sequenze degli eventi e le fonti del libro “La Chiesa dei profughi” attraversano in profondità i vissuti di una comunità la quale, avendo compreso che è unta dal Signore e che percorre in silenzio un cammino interiore, edifica una chiesa. La Chiesa diventa la casa principale della comunità, come il Principio del genere umano. Non casualmente il suo nome è in nesso stretto con il Purgatorio: l’espatrio, prima di condurre l’uomo fino alla porta della Memoria, lo mette a prova in una lotta purificatrice nella ricerca di quelli che sono deceduti e di quelli trovati, e delle cose che smise di fare e di quelle che fece, e di quello che disse e tacque. Allora la Chiesa si attiva, custodisce e assolve il compito spirituale della comunità. La Venerabile Cappella del Purgatorio di San Basile, consacrando al luogo il nome dove fu eretta,  in questo si ispira pure alla vita del gigante della teologia ortodossa, San Basilio il Grande, il quale, come ideatore delle preghiere più efficaci per l’allontanamento del maligno, tra le altre cose disse “non offriamo la vita al Signore quando siamo già vecchi e non abbiamo più la forza di peccare, ma in giovinezza quando siamo in pieno vigore”. Sono trascorsi oltre cinque secoli dalla erezione della Chiesa di San Basilio, e il suo ricordo, il rispetto verso quelli che l’hanno costruita per riconoscenza al Signore, dimostra ancora oggi che i costruttori la dedicarono al Creatore quando erano giovani e ancora in forze in terra straniera. Mario Bellizzi, poeta assai versatile e sempre sorprendente, studioso e intellettuale di chiara fama, con questo libro non solo onora la memoria dei suoi antenati, mettendone in luce i valori spirituali, ma riedifica quella chiesa anche nella sfera indelebile

della Memoria.                                                                                     Prof. dr. Ardian Kyçyku


Rector of Romanian University of Sciences and Arts “Gheorghe Cristea” of Bucharest

Executive President of European Academy of Performing Arts

Al di qua e al di là del mare

febbraio 2014

Trad. in italiano di Zef Skirò di Modika

 

 

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