Online il libro "Good bye Shin Vasil"

Scritto da _ il . In Libri in recensione

mariobellizzi.jpgCon piacere pubblichiamo online la raccolta "Good bye Shin Vasil", antologia di poesie curata dal poeta Mario Bellizzi.

L’edizione dell’Antologia poetica di San Basile del 1982 è stata possibile grazie al lavoro collettivo di Nicola Pugliese Pickoco, Gennaro Bellizzi Buzio, Giannino Bellusci Mustakut, Mimmo Rizzo, Franco Riga Stupelit, Vincenzo Bellizzi e tanti altri, il compianto Raffaele Pugliese, nipote di lal Çimpeci, che con sensibilità trascrisse dalla voce del nonno gemme surrealmente sbocciate in un periodo buio per le coscienze libere.
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 Ad essi, per la ri-edizione del 2008, si aggiunge Maria Laurito, dello Sportello Linguistico del Comune di San Basile, che ringrazio per i suggerimenti e la messo ‘a nuovo’ dei testi, puliti da errori e svarioni e riversati pazientemente nel supporto informatico; last but not least l’assessore comunale avv. Dina Filardi artefice della riesumazione del vecchio lavoro che si è attivata a nome dell’Ente Locale in tutte le fasi del progetto perché si concretizzasse al meglio delle possibilità. La responsabilità sull’esito dell’opera ricade per intero sul curatore.



Introduzione


Negli Anni Ottanta, del secolo scorso, un gruppo di giovani e qualche amministratore comunale di San Basile fecero un felice incontro con la miniera orale della poesia popolare e in particolare con i versi pirotecnici di zio Xhuani Çimpecit, un mugnaio sui generis: socialista anticlericale e antifascista. Essi svolsero un’indagine sul campo, scavando nella memoria della comunità e si misero sulle orme di chi variamente già aveva effettuato un’analoga ricerca. Il lavoro fu motivato da un desiderio malcelato di smentire la sensazione che imperava tra gli arbëreshë, anche di San Basile, e cioè che non si fosse prodotto materiale poetico/letterario di pregio dal momento che, come è risaputo, essi furono storicamente occupati in vicende più vitali per la loro territorializzazione e la loro esistenza calata impetuosamente nella storia dell’emigrazione e del Sud italiano. Probabilmente quei giovani periferici, pur in ritardo di qualche decennio, cominciavano a mettere in discussione ciò che era stata l’idea egemone di ‘letteratura’, condivisa e accettata (da altri), nonchè il discrimine di classe o metodologico, tra scrittura ‘alta’ di singoli autori e produzione orale di una comunità. Questa ultima, infatti, stentava (non solo per un sano anafabetismo, come osservato da P. P. Pasolini), a trovare degna visibilità schivando il violento stritolamento della scrittura, affatto neutra, una divulgazione editoriale e l’attenzione etno-antropologica delle Cattedre universitarie, orientate per lo più in senso ‘grafocentrico’. Quegli strani ed irriverenti giovani sanbasilari cercavano di collegarsi al cordone ombelicale che precedentemente teneva legata la comunità arbëreshe a una concezione del mondo e della storiacomunque altra. Si sperava di incontrare nel corso delle ricerche, tracce poetiche attraversate più marcatamente da vicende sociali collocate poi sbrigativamente nella definizione di poesia pratica. Coraggiosamente, ma con un senso di pudore, laddove si riscontrarono dei vuoti tematici, alcuni di noi li riempirono con propri versi ‘zoppicanti e incerti’, come già suggeriva di fare agli operai Antonio Gramsci. Fu il caso felice di Xirxuli, pseudonimo di Nicola Pugliese Pickocit, il più vicino allo spirito popolare della satira e della denuncia sociale che esordì con un’unica ma graffiante poesia e del nostalgico Franco Riga che spediva dalla Germania le sue poesie-canzoni. Fummo confortati grandemente nel lavoro da una ricerca degli Anni Quaranta, del giovane universitario Raffaele Pugliese, allora iscritto

alla Sapienza di Roma, nipote di colui che fu poi il protagonista della vecchia Antologia. Egli aveva proposto al docente di Lingua e Letteratura Albanese, il prof. Ernesto Koliqi, una tesi di laurea sulla poesia popolare di San Basile e sui versi del nonno Giovanni Antonio Pugliese.

Le poesie di lal Xhuani finalmente recarono un motivo nuovo e stimolante nel panorama ingombro di fiori, cuori e mielosi versi d’amore! Altri vjershërtarë, suoi coetanei seppur delicati e lirici, non si erano discostati con i loro versi dalle tematiche note alla comunità. Si stampò, quindi, l’antologia nel 1982 da parte dell’Amministrazione comunale, con sindaco Pietro Bellizzi, con gli stessi mezzi poveri della ‘politica’ militante del tempo: ciclostile-matrici e fogli ingialliti dei volantini! Essa rappresentò una voce pluralizzata di cui certamente, come genere letterario, da sempre, molti sono i difetti, non ultimo la parzialità. Inoltre, essa palesava in modo stridente il limite della comunicazione a mezzo stampa del “guscio letterario”che non faceva emergere dal foglio il flatus vocis, l’oralità, la voce narrante! Consci del ‘decadimento’ subito dall’oralità di alcune satire, il gruppo dell’antologia pensò di musicarne qualcuna che riprese così una rinnovata sonorità, pensiamo a Rina e Zoti e Sabukur osht dejti che divennero patrimonio ancora vivo dei gruppi folklorici. L’antologia precedente era divisa in tre parti: la poesia orale dei vjershëtarë (Çimpeci, Leshi, Kacendri); quella popolare e religiosa e infine, quella delle nuove generazioni. I primi, verseggiatori e cantori, rappresentavano una comunità autarchica, agropastorale, e senz’altro erano la sua coscienza critica che con la loro colonna sonora, fatta di versi ‘spontanei’, segnavano la quotidianità e gli eventi straordinari. Operando in un contesto naturalmente mutato ‘i poeti’ delle nuove generazioni, nella prospettiva di un uso della poesia antagonistico, rivendicavano e assumevano in toto un ruolo critico e consapevole della loro diversità etnica e di classe.
Disoccupazione, antinuclearismo, ecologia, emigrazione, critica della rassegnazione e spinta verso un nuovo impegno sociale e culturale: questo era il
leit motiv dei ‘poeti’ del 1982. Cosa è rimasto di quell’esperienza, dopo un quarto di secolo? Intanto il gusto e l’entusiasmo che derivano, non solo dall’età, nell’affrontare con spirito unitario e collettivo l’assalto al cielo, l’amicizia, la consapevolezza che letteratura e arte non sono creazioni di singoli individui ma prodotti di una lunga e complessa cooperazione sociale, infine l’ebbrezza che ognuno di noi può dirsi ‘poeta’ in sintonia con la comunità.

A San Basile lo scenario nell’anno 1981 era il seguente: in paese risiedevano 1578 persone dei quali 754 erano vecchi pensionati, 163 giovani e l’altra parte forza-lavoro occupata in zona ma soprattutto al nord! A loro, ai molti giovani fuori paese, furono spedite le copie ciclostilate.

Era la prima volta che i compaesani emigrati venivano raggiunti idealmente e materialmente da un inconsueto dono; le nostre coscienze in debito con i fratelli lontani porgevano poesie, semplici versi a cui la geografia e la lontananza davano un altro sapore. Si sa che la distanza tutto trasfigura e che i legami con la propria terra possono dare coraggio e orgoglio identitario, ma anche una lancinante nostalgia che impietrisce l’azione! Questo aspetto permane ancora oggi! Osserviamo l’andamento demografico e la sua ripida scala dal 1951 ad oggi. Nell’agosto 2008 erano residenti in paese 1119 abitanti, mentre oggi, a fine anno, si registrano 35 emigrati, 14 immigrati, 16 morti e 4 nati! San Basile, partorito nel XV secolo da profughi emigrati dalle coste balcaniche, cresciuto sotto il comando di Vescovi e Baroni, abbellito con le rimesse degli esodi del Novecento nelle Americhe, svuotato dalle guerre e negli Anni Sessanta dalle chiamate della forza-lavoro verso il Nord, anzi nei sottosuoli del Nord; San Basile: paese di uomini semplici, forti e sani di campagna, che gli anni del boom economico, trasformarono violentemente in minatori dai polmoni corrosi dalla silicosi; San Basile vive oggi come ieri, un’emergenza sociale: lo spopolamento e l’esodo. Come loro, tanti singoli uomini sono sfuggiti momentaneamente alle proprie identità nominali per diventare testimoni di popoli provenienti da tradizioni contemporanee e al tempo stesso ataviche. Di fronte a etnie e culture diverse ognuno si ritrova ad essere egli stesso Altro e Diverso, con la volontà non di ri-conoscere, ma di conoscere e di farsi conoscere. Per chi è rimasto, le fila delle gjitonie sono falcidiate, le case svuotate, la piazza desertificata e resa spettrale,

ora è un pallido ricordo della comunità che pulsava. Tutti hanno davanti gli occhi lo spettacolo della rarefazione della presenza della gente in paese e della chiusura impaurita nel privato di chi è rimasto assediato dal vuoto e dagli anni; ognuno ha la sensazione di essere spettatore di uno stravolgimento sociale, apocalittico, di cui non vede il ritorno e su cui è impotente. A questo dramma fa da controcanto, seppur tremendamente insufficiente, la crescente consapevolezza della peculiarità e della ricchezza dell’etnia arbëreshe, una mutata sensibilità delle Istituzioni, soprattutto dei comuni diventati spesso presidi di democrazia. A nessuno comunque sfugge lo scenario nefasto e scricchiolante dell’attuale modello di sviluppo con città che non sono più espressione di socialità, né di contenuti culturali e valori condivisi dagli abitanti. La città metropolitana, nelle sue attuali tendenze ipertrofiche, per la prima volta nella storia umana, ha superato le popolazioni delle campagne e delle periferie! E secondo Z.

Baumann, essa rappresenta la forma macroscopica in cui convergono interessi globalizzati estranei alla cittadinanza. Assistiamo quindi ad una singolare a-simmetria: il globale metropolitano che scoppia e non aggrega e il locale che genera identità ma è svuotato. La poesia che ruolo può giocare in questo scenario? Intanto è da sempre vero che ognuno per vivere deve creare nella propria fantasia un modello di villaggio ideale a cui riferirsi nelle geografie terrestri e dell’inconscio, per orientarsi nelle avventure utopiche e atopiche. Dante aveva intuito che la poesia si fonda sul ricordo di uno spazio vuoto in cui è sorta la sonorità pura di un dire, una specie di cavo uterino, ai confini del silenzio assoluto e dei rumori del mondo. Oggi più che ieri, San Basile, ma tutte le comunità del sud e quelle albanofone, sono luoghi radicalmente essenziali, uteri che possono generare nuove vitalità e radicalità, al di là delle previsioni delle scienze statistiche o della sociologia.  Niente non è mai, in nessun luogo, semplicemente presente o assente, ovunque e sempre ci sono solo differenze e tracce. Dunque per ora, Good bye, Shin Vasil!

Mario Bellizzi San Basile, dicembre 2008

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