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05 Marzo 2011
E’ risaputo che il fascismo non amasse granchè le diversità: che fosse linguistica, ideologica o ‘razziale’ (al tempo non era stata ancora sbugiardata l’idea scientificamente fasulla di ‘razza’); questa avversione, nel nostro povero sud della periferia, si manifestava anche per le serenate con organetto e zampogna, il canto di vjershe, sotto il balcone di probabili fidanzate o di amici e compari che venivano invitati ad aprire per condividere un bicchiere di vino e qualche fetta di soppressata.
Ma ancor più insopportabili per il fascismo erano i gruppi che di notte si aggiravano armati di fucili e una zucca oblunga kungulli, secca e scavata, usata a mo’ di megafono per amplificare e deformare la voce con cui si denunciavano fatti e comportamenti moralmente deprecabili da parte di qualche membro della comunità. In quel tempo, per le donne arbereshe era una iattura farsi ‘cantare con la zucca’ : i kenduan me kungullin! Voleva dire che una sorta di tribunale della comunità, delegava alcuni suoi uomini a denunciare pubblicamente il disonore o il tradimento della parola data di una di loro! Come si leggerà di seguito alla maglia del controllo sociale, spettante a carabinieri e capi squadra della milizia fascista, non potevano sfuggire le pericolose serenate e soprattutto i vjershe il cui significato per le loro orecchie era insopportabilmente misterioso, nient’altro che schiamazzi, lugubri grida ferine, e gli strumenti musicali solo strumenti di tortura. Chissà … forse la Resistenza, la nostra Resistenza al sud, affatto epica, a volte è stata solo esercitare la voglia di cantare serenata, alla maniera dei nostri padri, nonostante la fame e la miseria. Altre, Resistere al Fascismo era fargli sberleffi, deridere il Podestà, i gerarchetti che spadroneggiavano nei paesini. Nel mio, raccontano gli anziani, in una stradina poco illuminata, quasi buia, ka Rinuçrat, un temerario osò defecare accanto il muro e su questo vi scrisse, con un pezzo di carbone:
“Qui lo dico e qui lo faccio, un poco al duce e un poco al Fascio”.
Lo smacco fu tanto forte che il Podestà dell’epoca immediatamente fece mettere un piccolo lampione, proprio in quel posto. Ma dopo qualche tempo, probabilmente lo stesso antifascista (?) incontinente, ripetè la scena defecando con più abbondanza; non solo, ma sempre munito del bastoncino di carbone, vergò un’altra rima dedicatoria: ”E ora che avete messo la luce, gliela lascio tutta al duce!”
Ora lasciamo i lettori alla cronaca che un anonimo corrispondente da San Basile ha inviato al giornale La Vedetta stampata a Castrovillari e diretta da Guido Lombardi.
Ai fascisti non piacevano le serenate con zampogna e organetto
ma solo il moschetto, la guerra e la quiete pubblica.
Micro-storia da un paese italo albanese: San Basile (Cosenza)
QUIES ULTIMA DEA
Castrovillari, La Vedetta, 1925 / 1927 (?)








