E’ risaputo che il fascismo non amasse granchè le diversità: che fosse linguistica, ideologica o ‘razziale’ (al tempo non era stata ancora sbugiardata l’idea scientificamente fasulla di ‘razza’); questa avversione, nel nostro povero sud della periferia, si manifestava anche per le serenate con organetto e zampogna, il canto di vjershe, sotto il balcone di probabili fidanzate o di amici e compari che venivano invitati ad aprire per condividere un bicchiere di vino e qualche fetta di soppressata.

Ma ancor più insopportabili per il fascismo erano i gruppi che di notte si aggiravano armati di fucili e una zucca oblunga kungulli, secca e scavata, usata a mo’ di megafono per amplificare e deformare la voce con cui si denunciavano fatti e comportamenti moralmente deprecabili da parte di qualche membro della comunità. In quel tempo, per le donne arbereshe era una iattura farsi ‘cantare con la zucca’ : i kenduan me kungullin! Voleva dire che una sorta di tribunale della comunità, delegava alcuni suoi uomini a denunciare pubblicamente il disonore o il tradimento della parola data di una di loro! Come si leggerà di seguito alla maglia del controllo sociale, spettante a carabinieri e capi squadra della milizia fascista, non potevano sfuggire le pericolose serenate e soprattutto i vjershe il cui significato per le loro orecchie era insopportabilmente misterioso, nient’altro che schiamazzi, lugubri grida ferine, e gli strumenti musicali solo strumenti di tortura. Chissà … forse la Resistenza, la nostra Resistenza al sud, affatto epica, a volte è stata solo esercitare la voglia di cantare serenata, alla maniera dei nostri padri, nonostante la fame e la miseria. Altre, Resistere al Fascismo era fargli sberleffi, deridere il Podestà, i gerarchetti che spadroneggiavano nei paesini. Nel mio, raccontano gli anziani, in una stradina poco illuminata, quasi buia, ka Rinuçrat, un temerario osò defecare accanto il muro e su questo vi scrisse, con un pezzo di carbone:

“Qui lo dico e qui lo faccio, un poco al duce e un poco al Fascio”.

Lo smacco fu tanto forte che il Podestà dell’epoca immediatamente fece mettere un piccolo lampione, proprio in quel posto. Ma dopo qualche tempo, probabilmente lo stesso antifascista (?) incontinente, ripetè la scena defecando con più abbondanza; non solo, ma sempre munito del bastoncino di carbone, vergò un’altra rima dedicatoria: ”E ora che avete messo la luce, gliela lascio tutta al duce!”

Ora lasciamo i lettori alla cronaca che un anonimo corrispondente da San Basile ha inviato al giornale La Vedetta stampata a Castrovillari e diretta da Guido Lombardi.

Ai fascisti non piacevano le serenate con zampogna e organetto

ma solo il moschetto, la guerra e la quiete pubblica.

Micro-storia da un paese italo albanese: San Basile (Cosenza)

QUIES ULTIMA DEA

Lo stesso rispettabile giornale che mi ospita, ha dato lo spunto a questa chiacchierata che ha per scopo precipuo di lodare la brava iniziativa del Maresciallo Palmisani, guidata dall’egregio Capitano Pellegrino; e nello stesso tempo lamentare l’incuria delle autorità locali, che non solo non hanno fatto rispettare alcun articolo del Codice Penale, riguardante la quieta pubblica, ma non si sono neanche intesi in dovere d’informare le autorità competenti. In questo paesello, che qualcuno guarda come meta di pace e di tranquillità, da quando la guardia Francesco Tamburi capo-squadra della Milizia, ex sottoufficiale decorato, si è dichiarata dimissionaria, fino a qualche sera fa, non ha avuto alcuno il bene di dormire tranquillo in nessun’ora della notte, se la fortuna non gli ha dato il sonno profondo. Squadre, quasi magicamente organizzate di cantori (sistini) si davano il turno sotto le case, che (combinazione) volevano proprio lasciate in pace, e quivi con ogni mezzo di schiamazzo, cercavano di rendere meno opprimente la quiete della notte. Sembrava una turba inseguita da lupi affamati, e c’eran anche questi poiché di tanto in tanto un lugubre grido ferino saliva a svegliare qualche cocciuto dormente o fare sussultare di spavento qualche malato. Questo, tanto per tacere il contenuto dei canti che dovevan lasciare poco soddisfatti quelli, che avevan la fortuna di capirli. Il tutto sotto lo sguardo delle autorità cittadine che benchè da lontano, credo, avranno pure sentito qualcosa! Informare l’istancabile Maresciallo della Stazione di Saracena e tutto sarebbe finito, come tutto finì sabato 26 settembre u. s. quando l’illustre funzionario non so da quale dio inviato, piombò in paese verso la mezza notte accompagnato da un Carabiniere e dal valoroso capo-squadra Battista Lama: molte contravvenzioni; molti istrumenti di … tortura sequestrati … Ci vuole così poco dunque, per lasciare in pace lo studioso che cerca il vero, l’operaio che riposa per il domani, l’uomo del dovere, che mentre tenta di trarre un essere alla vita, ha la sensazione che cento altri siano in pericolo: ci vuole un Maresciallo e due militi, e forse … anche meno. Rendiamo grazia al gentilissimo Capitano Pellegrino e al simpatico Maresciallo di Saracena; mentre ci facciamo l’augurio che la loro opera sia così incominciata e non finita.

Castrovillari, La Vedetta, 1925 / 1927 (?)


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