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Convegno su “Il rito bizantino: storia e struttura”
Konferencë me temë “Riti bizantin: historia dhe struktura”
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GreciIn occasione della ricorrenza dei 300 anni dalla fondazione della Chiesa Madre di Greci (AV), intitolata a S. Bartolomeo apostolo (1710-2010), l’amministrazione comunale, in collaborazione con la parrocchia, il 1 luglio 2010 ha organizzato un Convegno sul rito bizantino, che per i primi due secoli dalla immigrazione dall’Albania era praticato, come in tutte le altre comunità arbёreshe, anche a Greci.
Prof. Don Antonio Porpora: storia e struttura del rito bizantino
Nella sua relazione il Prof. Porpora, della Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale di Napoli, ha inteso mettere in evidenza che la chiesa cattolica non si può identificare con la chiesa latina,  come spesso avviene, perché abbraccia anche Chiese orientali di rito bizantino, copto, etiopico, siro, armeno, maronita. La tendenza all’identificazione della chiesa cattolica con la latina è frutto del processo di latinizzazione innescato dalla chiesa di Roma con vari provvedimenti ispirati al concetto di praestantia latini ritus (superiorità del rito latino sugli altri).
Ci sarebbe voluto il Concilio Vaticano II per affermare con decisione che anche le chiese di rito bizantino cattolico “godono di pari dignità”.
Il relatore ha, quindi, espresso il concetto secondo cui i riti non sono una somma di cerimonie sacre, ma l’espressione di una cultura, di una teologia, di una visione della vita spirituale, e, pertanto, l’espressione di una comunità, e della sua storia, l’espressione cioè di una chiesa, della sua spiritualità liturgica. In questa prospettiva si può comprendere meglio l’essenza della varietà dei riti: da quello latino a quello copto, al siro-occidentale e siro-orientale, al rito armeno e a quello bizantino.
Don A. Porpora è passato, in seguito, a presentare le caratteristiche della struttura delle chiese  da un punto di vista architettonico, accennando ai lineamenti delle chiese greche (Salonicco), ispirate alla Basilica di Costantinopoli, alle chiese russe, alla loro struttura interna (nartece, navata, santuario delimitato dall’iconostasi), e sottolineando i valori simbolici dei colori: oro dedicato a Cristo, azzurro alla Madonna, verde alla Trinità, rosso ai santi.
Il relatore ha trattato anche della liturgia, del suo significato nel percorso spirituale che interessa l’intero ciclo dell’anno. Diverse sono state le tradizioni nella formazione dei testi liturgici che attualmente si riducono essenzialmente a tre: la liturgia di S. Giacomo, l’unica che si celebra fuori dall’iconostasi, la liturgia di S. Basilio, la più lunga, e quella di S. Giovanni Cristostomo, la più usata durante tutto il ciclo dell’anno. L’eucologio, considerato come il libro delle preghiere liturgiche, nel corso dei secoli ha visto svilupparsi più tradizioni: la costantinopolitana,  e quelle monastiche del Monte Sinai, dell’Italia meridionale e del Monte Athos.
Il prof. Porpora ha attirato l’attenzione anche sulle maggiori funzioni liturgiche giornaliere: l’esperinon, preghiera della sera, l’apodipnon, del dopocena, il mesoniktikon, funzione della mezzanotte, l’orthros, o mattutino, la divina liturgia o messa, e l’ufficio delle ore; e sulle ricorrenze delle celebrazioni dell’anno liturgico del ciclo fisso e di quello mobile.
A conclusione il relatore ha ribadito che il rito bizantino contiene una grande ricchezza di contenuti e di forme che meritano di essere conosciute, anche in occidente, e possibilmente vissute.
 
Prof. Italo Costante Fortino: latinizzazione della maggior parte delle comunità arbёreshe
 
Greci (AV), il paese formato da immigrati arbёreshё, che si innestò su un’antica comunità già di rito bizantino, è passato al rito latino nella seconda metà del XVII secolo. Come Greci, i due terzi delle comunità arbёreshe di rito bizantino sono trasmigrati al rito latino nello stesso periodo: Portocannone, Montecilfone, Campomarino, Ururi, Casalvecchio, Casalnuovo, Chieuti, Barile, Ginestra, Maschito, Cerzeto, Cavallerizzo, Cervicati, S. Martino di Finita, S. Giacomo di Cerzeto, Mongrassano, Rota Greca, S. Caterina Albanese, Falconara Albanese, S. Lorenzo del Vallo, Spezzano Albanese, Amato, Andali, Caraffa, Gizzeria, Marcedusa, Vena di Maida, Zangarona, Carosino, Faggiano, Fragagnano, Monteiasi, Montemesola, Monteparano, Roccaforzata, S. Crispieri, S. Giorgio Ionico, S. Marzano di S. Giuseppe, Galatina, S. Cristina Gela, Biancavilla, Bronte, S. Michele di Ganzaria, S. Angelo Muxaro ecc. In sintesi le comunità passate al rito latino sono 65, quelle che hanno resistito e ancora oggi mantengono il rito bizantino sono 26.
Il prof. Fortino ha ricordato che gli arbёreshё quando si stanziarono nel Regno di Napoli (sec. XV-XVI ) seguivano il rito bizantino ed erano in perfetta armonia con la chiesa latina di Roma, anche perché il Concilio di Firenze (1439) aveva sancito l’unione tra la Chiesa cattolica e quella ortodossa. In forza di ciò, tutte le comunità arbёreshe d’Italia da un punto di vista canonico, con l’accordo del Patriarca di Costantinopoli e del Papa di Roma, dipendevano dal Patriarcato di Ocrida (Macedonia) che nominava un metropolita con sede ad Agrigento, in Sicilia, e con giurisdizione sugli albanesi e greci di rito bizantino residenti in Italia. Al primo metropolita di Agrigento, Giacomo, successe Pafnuzio di Cipro, a questi Timoteo di Korça, e infine, l’ultimo, Acacio Casnesio, originario di Corfù.
Illuminanti rimangono i provvedimenti pontifici (Accepimus nuper) di Papa Leone X (1521) a tutela delle peculiarità del rito bizantino in Italia. Ma appena qualche decennio dopo, con le deliberazioni restrittive del Concilio di Trento (1563), si ebbero conseguenze gravissime che danneggiarono il rito bizantino: Papa Pio IV col documento Romanus Pontifex (1564) annullò il diritto riconosciuto  a Ocrida e Costantinopoli e sottopose le comunità arbёreshe di rito bizantino ai vescovi latini, con “la volontà di sopprimere o, almeno, di favorire l’estinzione per esaurimento del rito greco in Italia” (V. Peri) come ribadito dal successore Papa Pio V nel documento pontificio Providentia Romani Pontificis (1566). I deliberazioni del Concilio di Trento, attuati dai due succitati Papi, hanno aperto una falla che avrebbe latinizzato i due terzi delle comunità arbёreshe dell’Italia meridionale. I concili provinciali successivi, - basti citare solo quello di Benevento (1567) e quello di Bisignano (1571) - , interpretando con sospetto le usanze rituali bizantine, favorivano forme di latinizzazione all’interno del rito stesso. Nel 1742, poi, Papa Benedetto XIV esplicitando la tesi della superiorità del rito latino su tutti gli altri, col documento Etsi pastoralis collocava il rito bizantino in uno stato di inferiorità rispetto al rito latino. I succitati provvedimenti mirarono a cancellare il concetto di chiesa cattolica bizantina e a ridurlo a sole forme rituali bizantine.
Così ridimensionata la comunità arbёreshe di rito bizantino, la chiesa cattolica latina di Roma prendeva, tuttavia, provvedimenti a favore di quanti avevano resistito alla latinizzazione: Papa Gregorio XIII fondava nel 1577 il Collegio Greco di Roma dove risiedeva un vescovo ordinante anche per il clero arbёresh, nel 1732, su sollecitazione di esponenti della famiglia Rodotà, Papa Clemente XII creava a S. Benedetto Ullano il Collegio “Corsini”, e finalmente nel 1919 Papa Benedetto XV creava l’Eparchia di Lungro e nel 1937 Pio IX quella di Piana degli Albanesi. Il secondo sinodo intereparchiale – Lungro, Piana degli Albanesi e Monastero di Grottaferrata – celebratosi di recente (2005-2006), ha posto le basi per una configurazione più autentica della chiesa cattolica bizantina in Italia secondo il Diritto Canonico delle Chiese Cattoliche Orientali.

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