Ypapantí del Signore Dio e Salvatore Nostro Gesù Cristo

Scritto da Pietro Di Marco il . In Chiesa e Religione

presentazioneQuaranta giorni dopo la Nascita del Signore, Giuseppe e la Theotókos salirono al tempio di Gerusalemme, per rispettare due prescrizioni della legge mosaica. L'una era quella riguardante la consacrazione del Fanciullo, l'altra la purificazione della Vergine. .

E'  noto dall'Antico Testamento come la decima piaga del Faraone abbia costretto gli Egizi a lasciare liberi gli Israeliti. Questo avvenne conseguentemente alla strage dei primogeniti «...Dal primogenito di Faraone... al primogenito di ogni animale» (Esodo, 12, 29).

 

I primi nati degli Egizi, esseri umani e animali, furono massacrati. Quelli degli Israeliti, però, si salvarono allora con l'aiuto di Dio.

 

Questo evento sconvolgente non poteva andare dimenticato.

 

Per questo gli Ebrei dovevano consacrare i primogeniti, cioè considerarli come dedicati a Dio: appartenevano a Lui.

 

Il comando di Dio era esplicito: «Consacra a Me ogni figlio primogenito, che apre il ventre, tra i figli d'Israele, dall'uomo all'animale; essi sono miei»(Esodo, 13, 2. Luca, 2, 23).

 

Quando nasceva il primo figlio maschio della famiglia, quaranta giorni dopo la sua nascita i suoi genitori dovevano presentarlo al tempio, cioè offrirlo a Dio.

 

Solo se pagavano un quantitativo in denaro potevano riscattarlo.

 

Il secondo obbligo della Sacra Famiglia era quello della purificazione della Santa Vergine e l'offerta del relativo sacrificio.

 

Dal momento che Giuseppe e la Panaghìa erano poveri, offrivano «un paio di tortore o due giovani colombi», che era quanto prefissato dalla legge per gli appartenenti al loro ceto.

 

L'ingresso della Sacra Famiglia al tempio e la sottomissione del Signore alla legge e alle misure che Egli stesso aveva imposto ad ogni Israelita (Gesù aveva subito nel frattempo la circoncisione) confermano quello che l'apostolo Paolo dice sulla condiscendenza e l'umiliazione del Signore: «...Dio inviò il Figlio Suo, nato da una donna, sottomesso alla legge, affinché riscattasse coloro che erano sottoposti alla legge, affinché ricevessimo l'adozione a figli» (Galati, 4, 4‑5), ciò che Egli ci aveva promesso.

 

Come dice un tropario dell'Esperinòs della festa della Presentazione al tempio (2 Febbraio), il Legislatore, che Mosé vide sul Sinai, diviene infante e si sottomette alla legge: «Colui che Mosé sul Sinai vide nella densa nube emanare la legge, divenuto pargolo, é alla legge sottomesso » (II stichirón).

 

L'Evangelista Luca narra ciò che avvenne nel tempio, quando l'Uomo‑Dio (o Theántropos) vi fu presentato: «Ora, c'era a Gerusalemme un uomo di nome Simeone: costui era un uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d'Israele (=che il Messia avrebbe portato), e lo Spirito Santo era su lui, ed anzi gli era stato rivelato dallo Spirito Santo che egli non avrebbe visto la morte prima di vedere l'Unto del Signore.

 

Così, mosso dallo Spirito, venne al tempio... e Lo prese tra le braccia e benedisse Dio, dicendo: "Adesso lascia andare, o Signore, il Tuo servo, in pace, secondo la Tua parola, poiché i miei occhi hanno visto lo Strumento della Tua Salvezza, che Tu hai preparato di fronte a tutti i popoli, luce di rivelazione per le genti e gloria del Tuo popolo di Israele...". Vi era anche una profetessa, Anna... e parlava del bambino...» (Luca, 2, 25‑38).

 

Descrizione dell'Icona. Il pittore dell'icona della Presentazione di Cristo al tempio basandosi sul materiale citato, ambienta la raffigurazione dentro il tempio, dirimpetto al Sacro Altare di una chiesa cristiana. Si distinguono la porta dell'altare (Vimóthiron), la Santa Mensa (Trápeza), il tabernacolo a volta (Kivõrion), sorretto da quattro colonne. Come è stato rilevato, «le colonne si stagliano al di sopra delle aureole, quasi intendessero segnalare i personaggi e contemporaneamente continuare la tensione verticale delle loro linee nella composizione pittorica». La Theotókos, «slanciata come un giovane cipresso» stende le braccia nell'atto di accogliere il Fanciullo dalle mani di Simeone. Questi, sui suoi avambracci coperti, regge il Neonato, il quale, col Suo braccio destro proteso e lo sguardo rivolto alla Tutta Santa, mostra l'ansia di gettarsi nell'abbraccio di Lei. La veneranda e santa figura di Simeone è impressionante:«Il suo capo è coronato di lunghi capelli scomposti, con le ciocche attorte come serpenti, la sua barba è agitata, il suo volto venerabile è per molti aspetti anche patriarcale, i suoi piedi piegati, battono ansiosi sulla pedana. I suoi occhi sono come lacrimanti, e pare dica: adesso prosciogli il Tuo servo, o Signore!»  (F. Kóndoglu).

 

Vale la pena di notare come, mentre l'icona riproduce la scena quaranta giorni dopo la Natività di Gesù, l'infante non è presentato in fasce. Ha l'aureola (Fotostéfanos), tiene in una mano un rotolo, ha apparenza regale e divina. Questo non accade senza motivo: il Fanciullo è Emanuele, «Dio con noi», il Theánthropos. é «il Verbo di Dio increato, avente principio eterno, non uscito fuori della propria Divinità», «Colui che è trasportato sui cocchi dai Cherubini è magnificato negli inni dai Serafini», come recitano i tropari dell'Esperinòs della festa.

 

Dietro la Vergine sta la profetessa Anna.

 

La sua posizione lascia intuire il suo carisma profetico. Una sua mano è sollevata in un cenno colloquiale e l'altra, la sinistra, regge un rotolo aperto che riporta scritto, in minute maiuscole nere: «Questo fanciullo ha rafforzato il cielo e la terra». La sua testa, con studiata inclinazione, è girata verso Giuseppe, che viene appresso a lei, come se dirigesse a lui il discorso profetico, mentre guarda verso noi.

 

Sul margine a sinistra Giuseppe avanza portando sulla falda della sua veste (in altre icone dentro una gabbia) le due tortorelle o colombelle. Questi uccelli, come recita il seguente frammento dell'inno dell'Esperinòs della festa, simbolizzavano i cristiani delle due nazioni, giudaica e pagana, come pure i due Testamenti, l'Antico e il Nuovo, guida dei quali è Cristo. «Colui che è portato in trionfo sui Cherubini ed è magnificato dai Serafini, oggi portato al divino tempio secondo la legge, siede come su un trono su braccia sacerdotali; e da parte di Giuseppe accoglie, com'è di Lui degno, i doni sotto forma di una coppia di tortore, la Chiesa immacolata e il nuovo popolo prescelto delle genti; due giovani colombe, come capo dell'Antico e del Nuovo...» (Doxastikón degli Stichirá). Analogo è quanto affermano i Padri della Chiesa riguardo al simbolismo di questi pennuti.

 

 

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Tratto da CH. G. Gòtzis, O Mistikòs kósmos tôn Vizandinôn ikónon (Il mondo mistico delle iconi bizantine), Diaconia Apostolica, Atene, 1995².

 

 

 

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