Parë sè èrret - Prima che faccia buio

Scritto da Lucio Franco Masci il . In Santa Sofia d'Epiro - Shën Sofia

PasquaLucioMasciGli uomini generosi e valorosi
 vivono la vita migliore;
essi non hanno timore.
Invece un codardo ha paura di tutto,
l’avaro ha sempre paura dei doni”.
Hávámal

(Poema della Edda scandinava)*

Nel tardo pomeriggio dell’ultimo Giovedì Santo (E Ënjte e Javes e Madhe), mi trovavo in località Gaudio (Ghaudh), contrada di Santa Sofia (Shën Sofia), a raccogliere asparagi (sprerënj) per preparare una tipica pietanza che si consuma il Sabato Santo (E Shtunë e Javes e Madhe). Dopo essermi fermato per un po’ sull’aia (te lëmi) di una familiare collina, dove un tempo si praticava il rituale del “llaullà” (trebbiatura del grano mediate una pietra, con sopra un ragazzo, denominato llaullà, che veniva trainata dai buoi), mi diressi verso l’edicola (konza) dedicata a Sant’Atanasio il Grande (Shën Thanasi i Madh), patrono della comunità. Nel frattempo non avevo potuto fare a meno di riprendere con una fotocamera digitale le attraenti colline accarezzate dalla tipica luce di fine marzo. Essa ricreava, come per magia, la particolare atmosfera soffusa tipica di questo periodo che mi trasportava nei luoghi interiori dei ricordi ormai affievoliti, i quali riprendono di nuovo vita quando una scintilla li incendia nuovamente. Catturato da tali reminiscenze che scorrevano dentro di me come un monocromo documentario d’epoca, mi muovevo lentamente. Volgendo lo sguardo verso la collina a settentrione dell’edicola, notai quattro persone, che estirpavano, utilizzando degli adeguati attrezzi, lampascioni (çipulina) e, ovviamente, “ponendo sulla stessa linea di mira, la mente, gli occhi e il cuore”, iniziai a “fotografarli”. Appena si accorsero della mia presenza, gentilmente, mi invitarono a bere un bicchiere di vino insieme (bashkë). Subito, la giovane donna bionda, che sembrava uscita da una fiaba, si avviò verso una delle due auto parcheggiate vicino all’edicola del santo. Una volta tornata, la signora aveva in mano un luminoso e dorato Kulaç (rustico tradizionale pasquale, per alcuni è un dolce) e porgendomelo disse che era per me. Il fragrante Kulaç era ancora caldo e il suo gradevole e irresistibile profumo sprigionava anche onestà, cordialità e amicizia. Ero come stordito e credevo di trovarmi dentro un bellissimo sogno. Nel ricevere tale dono ho provato una sensazione unica e ho vissuto un raro “momento magico” di amicizia che mi ha toccato il cuore.
In questo mondo che cade a pezzi, in questa nostra società vuota, in cui vige la cultura dell’odio, dove tutto viene mercificato e l’apparenza è ciò che più conta, nonostante essa non possieda alcun valore, vivere un’esperienza del genere non è solo estremamente emozionante, ma ci fa comprendere che quella “cultura della solidarietà”, la quale desidera la felicità altrui, ossia la Vëllamja (Fratellanza), forte peculiarità dell’antico popolo arbëresh, in alcuni contesti, seppur minimi, vive ancora.
Sarebbe auspicabile che ognuno di noi, arbëresh e non, si sforzasse di comprendere, perché se è vero che in questo mondo veniamo soli, è altrettanto vero che si viene per incontrare gli altri nostri simili e la vita ha un nobile senso quando ci doniamo incondizionatamente.

Diten ikënjen, moti shkon, miqësia e vërtetë qëndron!
(I giorni se ne vanno, il tempo passa, l’amicizia pura resta!)
Lucio Franco Masci
*Marcel Mauss , “Saggio sul dono. Forma e motivo dello scambio nelle società arcaiche”. [Année sociologique - Serie II, Parigi, 1923-24]

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