Lettera di protesta all’Ambasciatore Albanese in Italia

Scritto da Italo Elmo il . In Arberia e dintorni

DitaElmoShën Mitër 18 Gusht, 2015

La difesa dell’identità culturale sarà labile o forte a secondo il grado di macinare il “mulino” dell’Arbëria.

L’altra faccia della medaglia

 (Prima parte)

 di Italo Elmo

Si era partiti con una buona idea e poi tutto è finito (scusate, tutto è iniziato… e finito!), a “taralluzzi e vini”.

A proposito della visita del presidente della Repubblica d’Albania, B. Nishani, in Ca­labria avvenuta il 7 e 8 aprile 2015, quando ha conferito alcune onorificenze ad artisti e intellettuali arbëreshë, ossia le onorificenze e i titoli “Mjeshtër i Madh”, Dekorata e “Flamurit Kombëtar”, Dekorata “Nënë Tereza” e il titolo “Naim Frashëri”, il cultore arbëresh, arch. Atanasio Pizzi, nel suo sito web www.scescipasionatith.it, con l’articolo “La passeggiata del Presidente”, aveva giustamente scritto come il presidente della Re­pubblica “ha ringraziato gli arbëreshë che da cinque secoli continuano a parlare l’idioma portato dall’Albania e a mantenere le tradizioni, senza volgere lo sguardo, però, su quali manifestazioni avevano luogo, quali fossero gli uomini che hanno reso possibile il fenomeno albanofono e di cui bisogna andare orgogliosi, ne si è preoccupato di vivere intensamente la manifestazione che ha avuto luogo nella cittadina di Civita durante tutta la giornata del martedì dopo la Pasqua, da cui apprendere cosa sia la vera Arbëria”.

LogoElmoIl puntuale articolo mette in evidenza come “invece il presidente con un programma stonato come le tarantelle che si attribuiscono agli arbëreshë moderni, si è allocato ben lontano dalla manifestazione colma di significato, di storia, di tradizioni e di reali riferimenti arbëreshë (da salvaguardare) e non lontano, distribuiva onorificenze (come una meteora che prima illumina e poi lascia cenere) di una maestranza che all’Arbëria attribuisce sonorità strumentali, eppure dovrebbe saperlo che noi usiamo da secoli solo la pura espressione vocale/orale”.

È lecito chiederle”, continua l’articolo, “cosa sia venuto a fare, forse una scampagnata? A giu­dicare dalle previsioni meteo lei ha sbagliato tempo e tempi”. Inoltre “nessuno storico o esperto d’ambito ha avuto occasione di avvicinarla per illuminarla sulle nostre difficoltà di tutela; un riconoscimento ai veri uomini che hanno fatto brillare l’Arbëria non l’ha dato, e se l’ha fatto ha sbagliato persona in almeno la metà dei casi”.

Siamo pronti ad affermare che il legame di sangue con la madre patria non è certo acqua, ma a volte ci troviamo in imbarazzo quando il nostro amore affascinato e coinvolto da una storia lunga più di 500 anni, mette in ombra, anche solo per un istante il nostro attaccamento per le scelte balorde ed inopportune, senza criteri e regole di un nobile e fiero premio ai figli dell’Arbëria.

Non è certo un premio, però, a far affievolire il nostro amore per la madre patria, e an­cora di più, parafrasando un canto del grande compositore arbëresh Alfio Moccia “… Me shokët u luftonj, me shumë fuqi, me Shqipërinë ndë zëmër e ndër si!”.

Non c’è Ambasciatore che tenga. Vanno e vengono (anzi, alcuni, nei nostri ricordi, se ne vanno per sempre!), ma l’amore e il nostro attaccamento morboso verso l’antico popolo illiro rimane solidissimo di legami.

Gli arbëreshë hanno un profondo e saldo attaccamento alla propria identità culturale, un sentimento antico mai superato da altri valori. E’ questo un legame con l’antica madre che non puo’ essere scisso e calpestato dall’improvvisazione di funzionari albanesi o dall’affarista di turno arbëresh che vuole imporre il “business etnico”, ora con l’olio, ora con il vino, ora con il porcus o sus scrofa domesticus, in l’Albania e dintorni, fre­gandosene del saldo attaccamento dell’Arbëria alla storia della propria etnia, incuranti, quindi, dei valori autentici, ritenuti preferenziali e utilizzati come strumenti identitari solo se c’è il business.

Il risultato, cari lettori, potrebbe essere che gli affaristi, siano in attesa di una qualche promozione o medaglia, mentre “un riconoscimento ai veri uomini che hanno fatto bril­lare l’Arbëria” non verrà mai dato (speriamo di no!...), e se alcuni premi sono stati con­segnati, come scrive il Pizzi, è stata sbagliata “... persona in almeno la metà dei casi”.

Che pena constatare quanta miseria umana ci circonda!

Voglio chiarire fin dal principio, per evitare gli equivoci alimentati dal mio excursus, che non sono contro con chi è stato premiato, ma sulle modalità di reclutamento dei can­didati da premiare con onorificenze e titoli prestigiosi che sono sotto gli occhi di tutti.

E se proprio i premi andavano dati, allora si sarebbe dovuto allargare l’orizzonte in tutta l’Arbëria dove ci sono istituzioni, associazioni, enti e persone singole che da tanti anni, con enormi sacrifici mirano a rafforzare i legami tra i due paesi.

Aver coinvolto i sindaci, al fine di formulare proposte di nominativi del mondo arbëresh da valorizzare con una medaglia, a nostro parere, non è stata una scelta felice, anche per dare giustizia storica a quanti hanno operato senza alcuna finalità di lucro, esclu­sivamente per attaccamento verso la propria appartenenza etnica e per amore verso l’Albania in tempi difficili e in periodi in cui tanti sindaci ed esponenti politici delle nostre comunità erano avversari e terribili denigratori.

Sappiamo bene che essendo figure politiche, sono a volte lontane della operosità quo­tidiana dei cultori delle nostre peculiarità e con tutto il rispetto per il ruolo istituzionale e l’incarico conferiti loro dal sistema democratico delle leggi italiane e dalla volontà popolare, i sindaci e gli amministratori passano, ma il contributo degli operatori del mondo arbëresh al mantenimento della lingua, cultura e tradizioni rimangono.

Anche se alcuni sindaci ed amministratori sono figure oneste e corrette nell’imparzialità e nel rispetto, altri ancora potrebbero usare comportamenti di parte, legati ad interessi personali e clientelari.

Forse c’era un modo migliore per coinvolgere i sindaci delle comunità albanofone: far disporre, tramite rilevazione, un elenco di famiglie e di persone del luogo che ancora oggi, dopo cinque secoli mantengono la propria identità etnico-linguistica e religiosa e sono i veri custodi del patrimonio orale, tramandato da generazione in generazione, costituito prevalentemente da canti popolari, fiabe e racconti.

Un attestato di riconoscimento a queste famiglie, testimoni della nostra storia, delle nostre radici, della memoria collettiva, ancora uniti dal cordone ombelicale che lega alla Madre Patria, sarebbe stato un successo mai visto: una nazione intera, l’Albania, che premia i suoi figli, portatori diretti della cultura, lingua e tradizioni dell’antica terra delle aquile!

Non penso che la stampa di alcune migliaia di attestati, da consegnare ad ogni famiglia, avrebbe messo in crisi le finanze del Governo Albanese o fiaccato l’economia del paese.

E poi, premiare a chi ha operato per decenni e decenni, promuovendo la salvaguar­dia del patrimonio linguistico, letterario, storico e folklorico degli Albanesi d’Italia, fa­vorendo altresì i legami tra gli albanesi d’Albania e di tutta la diaspora. Ssarebbe stato più semplice e più adeguato, predisporre un semplice bando di concorso da affiggere presso le bacheche dei comuni albanofoni, per dare la possibilità a tutti quanti, in modo trasparente e solare, di candidarsi per il nobile riconoscimento.

Tutti sappiamo, invece che l’applicazione del criterio per il reclutamento dei can­didati da premiare con onorificenze e titoli prestigiosi è stato aggiustato o più semplice­mente aggirato con il sistema della chiamata personale.

Il merito come criterio di scelta per l’Ambasciatore, ha rappresentato un fastidioso fat­tore di disturbo. È meglio cooptare sulla base di altri criteri.

Un quadro impressionante di inefficienza nella gestione dell’Ambasciata Albanese in Italia.

Per chi ha pensato al merito come unica regola per l’accesso ai prestigiosi premi è rimasto profondamente deluso, al di fuori di qualsiasi criterio oggettivo.

Senza dimenticare che il mancato coinvolgimento delle varie Università, sedi della Cat­tedra di Lingua e Letteratura Albanese è stato gravemente carente.

Università dove si insegna lingua e letteratura albanese e che da anni svolgono il ruolo di promozione scientifica della diversità linguistica e culturale arbëreshë: Università de­gli Studi della Calabria, l’Università di Palermo, l’Università di Napoli, l’Università di Bari, e l’Università La Sapienza di Roma.

Il rapporto fiduciario che si sarebbe dovuto stabilire, a mio parere, tra i responsabili politici del Governo Albanese, rappresentato dall’Ambasciatore e le massime istituzioni culturali in Arbëria (Università, Associazioni Culturali, Enti Locali, etc.), non poteva prescindere ad un esame e ad una valutazione obiettiva delle principali attività svolte dagli Arbëreshë in questi anni.

Gli effetti negativi di un mandato così ampio e privo di reali verifiche hanno sminuito, quindi, un premio prestigioso molto caotico e poco controllabile, al fine di celare mec­canismi clientelari e nomine decise - come sostengono voci maligne, speriamo false - “… a tavolino, pardon a tavola!”, senza che i candidati avessero particolari meriti, ad eccezione di qualcuno, rispetto ad altri dimenticati e offesi.

Comunque sia, è stato un intollerabile elemento di imprevedibilità, un attentato all’Arbëria e a chi per tanti anni continua a tenere vivo un collegamento emozionale con una parte essenziale di noi stessi: il luogo di origine dei nostri avi, il “cordone ombeli­cale” tra il mondo in cui viviamo, e il mondo da cui proveniamo.

Speriamo che l“arbentopoli culturale” (1) dell’Ambasciata Albanese in Italia, per sod­disfare le esigenze interne, non meno di quelle esterne, si siano esauriti e che un criterio di assegnazione obiettiva dei prestigiosi premi, possa dare credibilità all’antica terra delle aquile. Sarà così? Boh…!

Qualcuno potrebbe chiedere, come mai questa rimostranza? Cosa c’è sotto?

Ribadisco, e lo scrivo a caratteri cubitali: NON SONO INTERESSATO A PREMI DI QUALSIASI SORTA! Né tantomeno voglio fare “pressione” o influenzare l’Ambasciatore, Ministri o Segretari, ecc., ecc. da contatti esterni, per ottenere vantaggi personali o benefici di qualunque tipo che ad altri possano apparire come compromettenti per la loro capacità di giudizio o integrità.

(1) Espressione per indicare in modo originale, senza riferimento alcuno di malcostume e degenerazione profonda, diffusa dalla politica come nel linguaggio giornalistico, circoscritto, invece, solo ed esclusivamente agli avvenimenti sopra descritti.

La ragione e lo scopo del mio disappunto è l’applicazione del criterio per il reclutamento dei candidati da premiare con onorificenze e titoli prestigiosi, avvenuto in modo non del tutto trasparente e solare a “persone sbagliate in almeno la metà dei casi” che ha alimentato sospetti, pruderie, intolleranze e polemiche sulla gestione dell’assegnazione dei premi.

Il desiderio è invece quello di vedere premiati gli sforzi, le sofferenze, le fatiche di sin­goli, gruppi, istituzioni ed enti che hanno fatto brillare l’Arbëria in tutti questi anni, adoperandosi per la salvaguardia della specificità etnico-culturale, non solo come stru­mento di lotta contro la predominanza delle classi egemoni, ma come tutela dell’identità culturale di intere popolazioni, da valorizzare.

Molti sono gli Arbëreshë che continuano ad esistere a mantenere vivo il cordone ombelicale mai reciso con la Madre Patria e salvaguardare le avite tradizioni, da oltre cinquecento anni.

Trasmissione dei valori identitari

Il legame alla tradizione è testimoniato dalla presenza in molte comunità – so­prattutto quelle in cui è presente il clero greco – dei tratti distintivi della loro cultura. È evidente il ruolo culturale che ha avuto la chiesa nel corso di cinque secoli per la conser­vazione della lingua e dell’identità arbëreshë.

L’Eparchia di Lungro, con tutti i paesi arbëreshë che la compongono, costituisce una mirabile e gloriosa corona che onora i secoli della nostra emigrazione e della nostra sto­ria in terra italiana. Tanti uomini illustri della nostra Eparchia hanno trasmesso questi grandi valori anche nel campo letterario, artistico, culturale, sociale e politico.

Una Chiesa viva che nel corso dei secoli è stata un baluardo ed una difesa per la fede cristiana cattolica, la lingua, la cultura albanese attraverso il mantenimento costante del rito bizantino-greco e portatori di una civiltà arbëreshe, che trasmette messaggi e valori di fratellanza, di amicizia, di collaborazione e di pace.

Le continue visite del Vescovo Donato in Albania e non solo, riaffermano con forza e decisione il ruolo di tutta la Chiesa Arbëreshe come punto di contatto privilegiato tra l’occidente e l’oriente cristiano. In questo senso, l’Eparchia di Lungro dà un forte segnale di vitalità e autonomia all’esterno delle nostra piccola realtà rimarcando la netta differenza tra la chiesa italo-albanese e le altre comunità cattoliche di rito bizantino.

Lo slancio verso oriente del nuovo Vescovo di Lungro, a mio avviso, avrebbe meritato più attenzione da parte dell’Ambasciata Albanese in Italia che non ha colto la rilevanza storica sia ecumenica che sociale.

Gravissimo è stato dimenticare la figura del prof. Nicola Tocci, arbëresh di Lun­gro, direttore del “Calendario didattico degli Albanesi d’Italia” che ha il merito di un’intensa attività didattica in Arbëria. Era il tempo, quando nessuno di noi conosceva le comunità arbëreshë, al di fuori della provincia di Cosenza. Grazie al suo “Calendario Didattico”, alle sue instancabili attività, ai suoi contatti in altre regioni, molti arbëreshë, gruppi folk­loristici e vari intellettuali hanno potuto conoscere anche i fratelli di altre regioni (Gjaku jonë i shprisur). Una sorta di social network dal contatto umano vero, non digitale, di ampia portata, che ha favorito ed innescato l’amore per l’antico legame alla madre patria e rafforzato la nostra identità culturale.

Spiace molto che il nostro Ambasciatore non abbia segnalato al Presidente della Repubblica d’Albania, Bular Nishani, l’opera didattica importantissima che porta avanti in modo concreto la prof. ssa Cettina Mazzei, arbëreshe di Caraffa, ideatrice e coordina­trice della Rassegna Culturale Folcloristica per la valorizzazione delle minoranze etniche.

Questo non è né tollerabile né accettabile.

La rassegna è uno dei pochissimi eventi in Arbëria che “rinverdisce” ogni anno e si organizza da oltre ventidue anni, rappresentando di fatto la continuità per la per la tutela delle minoranze etniche.

L’evento così strutturato rappresenta in Arbëria, ma anche in Italia una no­vità assoluta, in quanto riesce a coinvolgere gruppi scolastici appartenenti a comunità contraddistinte da minoranza storica etnico presenti nel territorio nazionale, e quindi le giovani generazioni a socializzare le diverse esperienze culturali.

Un chiaro esempio di riappropriazione dell’appartenenza e un’occasione di con­fronto e di studio attraverso diverse forme espressive nella lingua matrice locale.

In egual misura, secondo la mia opinione, avrebbe meritato il premio il Festival della Canzone Arbëreshe, che da oltre trent’anni riesce a coinvolgere ed appassionare cen­tinaia e centinaia di giovani, provenienti da tutte le comunità italo-albanesi e non solo, a scrivere e a cantare nella matrice linguistica arbëreshe. Un evento pieno di contenuti culturali aprendo percorsi di coscientizzazione, di ricerca storica e musicale allo scopo di sensibilizzare i giovani sui temi attuali della società, espressi nella lingua madre per favorire la salvaguardia della lingua minoritaria. Una vera e propria rivoluzione cul­turale messa in atto contro il tempo per impedire in qualche modo, la perdita delle parlate locali che potrebbero estinguersi tra qualche anno, per via della globalizzazione imperante.

L’estinzione di una lingua comporta la perdita di un patrimonio scientifico e cul­turale di grande valore e può essere paragonata all’estinzione di una specie. Speriamo che ciò non accada! Da qui il grande merito degli organizzatori, aver creduto sin dall’inizio che can­tare in arbëresh, coinvolgendo, soprattutto la nuova generazione, era l’unica azione valida per opporsi alla perdita della diversità linguistica e culturale.

Detto questo, tutti avrebbero meritato il premio: il Comitato storico nella persona dell’Avv. Giuseppe D’Amico (post-mortem), ideatore del grande evento e l’Amministrazione Comunale di San Demetrio Corone che nonostante la diminuzione costante di risorse rende estremamente difficoltosa l’organizzazione dell’evento, garan­tisce di fatto, annualmente, lo svolgimento dignitoso e professionale del Festival e la raccolta di numerosissime persone provenienti da ogni dove.

Etnomusica

Sappiamo che l’Ambasciatore ha segnalato al Presidente della Repubblica anche arbëreshë che in questi ultimi anni nel panorama, molto più frastagliato, delle dispa­rate possibilità di riuso dei repertori popolari, dal cosiddetto folk revival a più recenti ibridazioni con altri generi musicali, si sono segnalati all’attenzione di tutti. Nulla in contrario, per carità, per chi ha avuto il premio. Non riusciamo a capire, però, in questa medesima direzione, come mai non sono stati premiati, ad esempio i Peppa Marriti Band, famosi in tutto il territorio nazionale e non solo che hanno nel cuore la tradizione musicale e culturale arbëreshe, dalla quale riprendono i canti tradizionali polivocali e sonorità balcaniche, mentre nei testi scorge una forte nostalgia per la madrepatria. Oppure il lavoro del gruppo reggae degli Spasulati che sa parlare alla mente e sa svi­lupparsi in tutti i cinque sensi. E soprattutto, è un lavoro che mescola generi diversi, li ospita e aspetta che siano essi stessi a mischiarsi tra loro. Un bellissimo esempio di con­taminazione a 360°: dal reggae allo ska, non dimenticando le origini.

Grazie a questi gruppi, sovente fuori per esibizioni nelle piazze più importanti d’Italia, viene portato con orgoglio e fierezza il messaggio dei valori antichi dell’Arbëria, ma an­che quello dei nostri giorni con i vari problemi che attanagliano la società meridionale. Il miglior spot per la minoranza etnica-culturale arbëreshe presente in Italia, spesso percepita come problema ma che invece sono una grande ricchezza.

Non riusciamo a capire come mai, in riferimento a determinati repertori polivoca­li, sia stata gravemente dimenticata la ricerca avviata sin dal 1981 dal Gruppo di musica tradizionale arbëreshe di Lungro “Moti i Pare”, conosciuto in diversi Paesi del Vecchio Continente e largamente noti in Albania, Kossova e Grecia. Interpreti eccezionali di un vivo patrimonio musicale straordinario che si evidenzia nelle antiche forme polivocali di retaggio balcanico, nei canti religiosi bizantini, nelle composizioni poetico-musicali e nelle melodie estemporanee ad una o più voci, che per secoli sono stati strumento di comunicazione e veicolo primordiale della letteratura popolare arbëreshe.

Al primo Festival Euromeditarraneo, la Giuria Internazionale ha premiato il Gruppo “Moti i Pare” con il primo posto, ritenendolo capace di trasmettere il patrimonio collet­tivo, in parte ancora funzionale e i valori espressivi collettivi nella sua forma autentica.

Noti studiosi di etnomusicologia, come Roberta Tucci e Beniamin Kruta si erano espres­si a suo tempo in merito alla ricerca avviata da questo fantastico Gruppo e alle arcaiche espressioni polivocali come veicolo di trasmissione orale alle nuove generazioni.

Negli anni Ottanta del precedente secolo a San Demetrio Corone, nasce la Coopera­tiva Musicale Arbëreshe (C.M.A.), dedicando anni di ricerche e studi per la valorizza­zione del patrimonio canoro tradizionale.

La bravura degli strumentisti e dei cantanti ha prodotto nel tempo quel fenomeno chiamato “tendenza”, fino a diventare il gruppo più rappresentativo nella ricerca di nuove sonorità balcaniche e mediterranee. Ancora oggi, nonostante siano passati più di tre decenni, continuano ad essere un “fenomeno esclusivo”, di moda, il cui repertorio è diventato patrimonio di tutta l’Arbëria e non solo.

Ascoltando, poi, le melodie del soprano Antonella Pellilli, arbëreshe del Molise non si capisce bene come mai l’Ambasciatore ha chiuso tutti e due gli occhi per questa cantante straordinaria, vanto di tutta l’Arbëria, impegnata da più anni in Italia e in Eu­ropa a diffondere il patrimonio culturale orale con l’orgoglio e la fierezza di una verace arbëreshe.

Forse non la conosce? Gravissimo!

La Pellili che incarna una splendida e morbida voce da soprano leggero. ha la luce negli occhi, e trasmette solarità. Ha operato nel gruppo corale “La Kamastra” di Montecilfone che nasce nel 1995 in seguito ad un’azione di ricerca dei canti e delle musiche della tra­dizione arbëreshe nell’ambito di un progetto tendente ad un lavoro di recupero e salva­guardia del patrimonio culturale. In questo gruppo La Pellili si esalta con alcuni brani ritenuti tra i più interessanti nel panorama canoro arbëresh. Sentirla cantare “Manusaqja” e “Qifti”, brani ripresi, poi, da vari artisti in Albania, Kosovo, Macedonia, Albanesi di Grecia, ecc, ecc. si ha la giusta dimensione della sua indiscussa bravura. Numerosi sono i premi vinti in eventi straordinari e festivals del folklore.

Per chi è in crisi di identità etnica, qualsiasi sia lo stadio, si consiglia vivamente di as­coltare la sua voce almeno due volte giorno. Per circa una settimana, dopo aver sognato ad ogni aperti con le sue melodie, d’incanto ritorna l’orgoglio per la propria apparte­nenza etnica. Un effetto altamente dirompente, di grande efficacia per singoli, gruppi e scuole. Non ci credete? Basta ascoltare la sua voce!

Attualmente è impegnata un po’ ovunque ad eseguire brani di composizione originale, a cavallo tra musica colta, world, ambient, d’avanguardia che si avvalgono di testi poetici in diverse lingue, ma soprattutto in arbëreshë.

Sempre in ambito musicale, nessuna segnalazione per Ernesto Iannuzzi, ritenuto uno degli esponenti più bravi e di spicco della scuola dei compositori-cantanti arbëreshë.

Un cantante completo, che da oltre 35 anni, è da tutti ritenuto ed apprezzato quale distinto artista e una delle esibizioni più importanti nel panorama di repertori musicali arbëreshë. Ha collezionato numerosi premi e vari sono stati i festivals vinti. Ovunque è un tripudio, un successo mai visto per un vero artista che ha coniugato il nuovo con quei generi musicali che affondano le proprie radici nelle tradizioni arbëreshë. Nell’ultimo lavoro, le radici del bel canto, da tempo smarrite, sono state riscoperte e rivitalizzate dall’insuperabile Ernesto Iannuzzi. Una voce melodiosa, calda e appassionata che lascia un segno indelebile dentro di noi e ti fa sentire l’Arbëria vicina, ti fa respirare le tra­dizioni avite ancora vive, nonostante i tempi moderni.

Tra i premiati in questo ambito, meritava senza dubbio, anche Silvana Licursi, da molti anni una presenza nota e molto apprezzata nel mondo della musica in Italia e all’estero, la cui ricerca è un “viaggio“ affascinante e coinvolgente nella musica popolare arbëreshe. Ogni traccia è dunque una tappa di questo “viaggio” e porta con se la ric­chezza di musiche, ritmi, movimenti in un altalena di stati d’animo. Tutti i brani fanno parte di un percorso di studio e di ricerca volto alla valorizzazione delle nostre radici musicali. E’ il caso ancora di Pierpaolo Petta di Piana degli Albanesi un esecutore su­perbo che arrangia in maniera nuova ed originale alcuni brani della tradizione albanese. La ricerca di “nuove sonorità, nuovi linguaggi musicali, nuovi suoni, realtà importan­tissime, gli forniscono quei nuovi stimoli di cui un musicista si serve per poter andare avanti”. In tutti i suoi lavori si porta appresso la tradizione della musica arbëreshe, la musica degli albanesi della diaspora. Così Marco Moccia, che riscopre l’importanza e la ricchezza delle radici che lo legano alla propria terra, imparando e interpretando l’antica tradizione orale del territorio in cui vive. Rielabora, trasformandoli in canzoni, diversi testi espressi con l’antico l’idioma linguistico dialettale calabrese e arbëresh.

In rilievo anche tutta la produzione di testi e brani musicali di altri cantautori arbëresh: Alfio Moccia, di San Benedetto Ullano, uno dei padri della nuova canzone arbëreshe che interpreta il meraviglioso viaggio verso la ricerca dell’identificazione culturale con progettualità culturali dirette ad una riaffermazione delle tradizioni e dell’identità territoriale, così da valorizzare non solo l’esistente, ma stimolare anche nuove produzioni. I motivi legati all’attualità e ai temi esistenziali di valore universale, spesso sono presentati sotto forma di satira. Con i suoi canti e i suoi testi esprime, così, il sentimento verso il paese d’origine e il mondo arbëresh; Michele Baffa, cantante fa­mosissimo e straordinario interprete di canzoni arbëreshë; i Fratelli Scaravaglione di Spezzano Albanese plurivincitori del festival della canzone arbëreshe di San Demetrio Corone e magistrali interpreti di alcuni brani, famosi in Italia e all’estero e quant’altri, impegnati da sempre a mantenere viva la memoria storica.

Il riferimento alle forme dell’espressività popolare, in riferimento a determi­nati repertori o ambiti territoriali, non può prescindere dai Gruppi folk di ogni dove nell’arcipelago arbëresh, Una vera palestra e laboratorio del canto e della danza tra­dizionale che dagli anni sessanta del precedente secolo, sulla base di rigorosi moduli musicali della tradizione, cercano di affermare forti elementi di continuità senza com­portare alcuna frattura con il passato, mantenendo viva l’eredità dei padri e la straordi­naria ricchezza di espressioni.

Da ricordare in questo ambito il Gruppo Folk Ullania, Shpirti Arbëresh, Grup­po Folk Shqiponjat, Gruppo Folk Sperimentale Shkëndija, Gruppo folklorico-corale “La Kamastra”, Gruppo folkloristico di Piana degli Albanesi “Dhendurete Arberit”, Gruppo Folk “Arbëria”, il gruppo folk “I figli dell’aquila”, il gruppo folk arbëreshë Vjesh e il gruppo folk “Voxha Arbëreshe” di San Costantino Albanese, il Gruppo folk arbëreshë Katundi Jone di San Marzano, e così via tanti altri, da sempre impegna­ti alla salvaguardia della cultura e del folklore arbëresh quale patrimonio universale dell’umanità è potente mezzo di riavvicinamento dei diversi popoli e gruppi sociali e di affermazione della loro identità culturale.

Prosa e poesia

Al di la dell’indiscusso merito dato allo scrittore, poeta e cantautore Giuseppe Cacozza, non riusciamo a comprendere bene come mai non sono stati posti all’attenzione nell’ambito della prosa e della poesia, ad esempio il romanziere Carmine Abate, vin­citore di numerosi premi come il Campiello del 2012. I suoi libri sono tradotti in Ger­mania, Francia, Olanda, Grecia, Portogallo, Albania, Kosovo, USA, ponendo al centro dell’attenzione nazionale e non solo le sue origini arbëreshë, il ricordo delle tradizioni culturali, i problemi della società attuale; la poetessa Caterina Zuccaro, arbëreshe di Ci­vita, di Rai Internazionale, autrice di numerose raccolte di poesie e premiata più volte, per aver posto all’attenzione mondiale la problematica arbëreshe, riuscendo a dare un chiaro quadro del nuovo sentimento etnico di appartenenza. Così anche Vincenzo Bel­monte, che ha curato per varie antologie la traduzione italiana di testi popolari e letter­ari arbëreshë; Vincenzo Bruno, impegnato dal 1980 a portare avanti una serie di attività di drammatizzazione in lingua arbëreshe nelle scuole di Frascineto e non solo, portando in scena nella matrice linguistica locale arbëreshe, riutilizzando l’insieme di un lessico spesso dimenticato per un obiettivo di difesa e di salvaguardia di una realtà e di una cultura minoritaria; Pietro Napoletano, scrittore e giornalista, autore di numerose opere inedite, monografie, racconti e commedie arbëreshe, e così via. L’elenco è lungo di poeti e prosatori con una vasta produzione, esponenti della letteratura arbëreshe contempo­ranea.

Riviste arbëreshë

Gravissimo è stato dimenticare, a Frascineto, la figura del papas Antonio Bel­lusci, direttore della rivista “Lidhia” e autore di numerose pubblicazioni scientifiche.

A mio parere, fra gli organi di stampa a tema albanese solo Lidhja, poteva con­tare, allora e fino a poco tempo fa, su una presenza territoriale italiana ed estera ad am­pia portata. Uno strumento importantissimo e fondamentale di identità, contribuendo in maniera determinante alla crescita e all’affermazione di un forte senso di appartenen­za alla Madre Patria. Una grande occasione per la minoranze storica albanese presente in Italia per presentarsi in maniera qualitativa sulla scena pubblica, apprezzata non solo per la salvaguardia del patrimonio linguistico e folclorico, ma anche per la dedizione alla tematica della tutela della nostra minoranze e della diversità culturale nel contesto del processo di integrazione europea.

Ma l’Egregio Ambasciatore, non riuscendo a vedere al di la del proprio naso, soffrendo, forse di miopia, ha ignorato completamente anche la prima rivista italo-alba­nese apparsa in Arbëria nel dopoguerra, “Zgjimi-Risveglio”, fondata dall’Avv. Albino Greco. “Risveglio-Zgjimi” è stata una palestra di ampia portata ed ha offerto un signifi­cativo contributo alla rinascita del mondo arbëresh.

Così anche la rivista “Zjarri”, fondata nel 1975 da Giuseppe Faraco, un par­roco di rito bizantino. Il periodico di carattere scientifico con taglio divulgativo diventa ben presto uno strumento d’analisi linguistica, di dibattito e di confronto sulla realtà dell’Etnia, imprimendo una salutare spinta sinergica alle espressioni linguistiche delle varie comunità arbëreshë.

Grazie alla rivista Basilicata Arbëreshe, fondata e diretta da Donato Michele Mazzeo - Organo dell’ Associazione “Basilicata Arbëreshe”, con una presenza dinamica e continua da oltre 30 anni, rinascono le radici arbëreshë nel Vulture.

Maggior fortuna avrebbero meritato gli sforzi di Fernanda Pugliese, fondatrice della rivista ‘Kamastra’ in Molise che mette in atto una vera e propria rivoluzione cul­turale per tramandare la preziosa eredità del patrimonio antico, organizzando e pro­muovendo eventi culturali. convegni, simposi, mostre, rassegne, nonché pubblicazioni di libri e saggi, per contribuire alla crescita culturale, civile e sociale delle comunità albanofone del Molise.

Attenzione particolare avrebbe meritato la rivista Jeta Arbëreshe, fondata e di­retta da Agostino Giordano, arrivata al 79 numero. L’informazione è garantita nella propria madrelingua e rappresenta un forte contributo alla vitalità dell’identità. Stru­mento, quindi, fondamentale finalizzato alla conservazione della memoria in questi luoghi, alla diffusione della cultura e della lingua di matrice arbëreshe in una vasta area.

La funzione di “Jeta Arbëreshe” non si esaurisce qui. Il prof. Agostino Giordano è impegnato a una serie di importanti iniziative editoriali che rivelano un eccezionale fervore.

Biblos, è un altro organo di informazione culturale e bibliografica della biblioteca comunale “G. Schirò” di Piana degli Albanese (PA) che ha operato in un lungo periodo di servizio culturale con materiali e saperi della Sicilia arbëreshe.

Così anche Besa, il notiziario mensile di Roma, realizzato grazie all’impegno dell’Archimandrita Mons. Eleuterio Fortino che ha operato dal 1965, quale voce della comunità cattolico-bizantina della Chiesa di S. Atanasio in Roma ed informava quanto accadeva nel mondo arbëresh.

Gli indicatori più immediati dell’identità culturale arbëreshe negli ultimi de­cenni sono, inoltre, i due portali online, Arbitalia e Jemi per la condivione sul web dei valori identitari, realizzati rispettivamente da Pino Cacozza e Luigi Boccia.

Persone singole

E poi decine e decine di studiosi e appassionati che con ostinata continuità riannodano il filo mai reciso con la nostra storia, con le nostre radici, a dimostrarci che i valori, i punti di riferimento, sono già segnati. Testimoni e fedeli alle tradizioni più antiche, nonostante le ineluttabili trasformazioni della dimensione spazio-tempo del nostro vivere contemporaneo.

Pure loro, però, dimenticati e offesi!.

E’ il caso di Francesco Fusca, ex ispettore Miur, Carmine Stamile, Ernesto Tocci, Francesco Marchianò, Nicola Scaldaferri, Antonio Gattabria, Vincenzo Perrel­lis, Oreste Parise, Atanasio Pizzi, Giulio Peta, Alessandro Rennis, Gennaro De Cic­co, Vincenzo Cucci, Domenico Morelli, Ferdinando Elmo, Caterina Adduci, Flavia D’Agostino, Costantino Bellusci, Angelo Matrangolo, Francesco Perri, Vincenzo Li­brandi, Michelangelo La Luna, Pierfranco Bruni, Francesca Santamaria, Pietro Mana­li, Giuseppe Siciliano, Cosmo Damiano Montone e tantissimi altri che con ostinata continuità tengono viva l’eredità dei padri e la straordinaria ricchezza di espressioni, un collegamento emozionale con il luogo di origine dei nostri avi, promuovendo iniziative e manifestazioni che sopperiscono in qualche modo alle carenze della legge 482 che non garantisce l’insegnamento curriculare nelle scuole di minoranze.

E se alcuni premi erano legati alla buona tavola e al buon vino del Pollino…, come sostengono le voci maligne da qualche mese a questa parte (spero, non veritiere!), perché non allargare l’orizzonte anche nelle altre aree arbëreshë dove abbonda il meravi­glioso e magistrale vino e le gustose pietanze tradizionali preparate in tutte le salse?

Ovviamente scherziamo, perché tutto sarebbe andato a finire “a taralucci e vino”. Per il momento, un’area geografica basta e avanza!...

Comunque sia, speriamo che il buon vino delle colline arbëreshë non partorisca altri obbrobri premi!

Anzichè dare medaglie a vampera, logiche alcune, forzate altre, con pres­sioni indebite, privilegiando ragioni politiche e personali piuttosto che di efficien­za, l’Ambasciata dovrebbe rappresentare un ideale trait d’union fra la Madre Patria e l’Arbëria. Unire gli aspetti più variegati dell’Albania e la sua componente etnica presen­te Italia, riconoscendo di fatto il ruolo determinante svolto dagli arbëreshë nella storia italiana dal XV secolo ad oggi che siamo certi, continueranno a farlo chissà ancora per quanto tempo. Speriamo in eterno!

Il rovescio della medaglia offre spunti di riflessioni dai quali ripartire per uscire dalle secche venute alla luce.

Per fare un esempio, l’Ambasciata e quindi il Governo Albanese, dovrebbe strin­gere e sviluppare legami con le comunità arbëreshë, esistenti in Italia, per promuovere iniziative atte ad estendere la conoscenza delle loro tradizioni culturali e della lingua albanese in modo da mantenere vivi e rafforzare i legami con la Madre Patria. Soste­nere, inoltre, attivamente con contributi finalizzati da parte del Governo Albanese, tutte quelle attività che gli arbëreshë da anni portano avanti al fine di liberare tutto il patrimonio di tradizioni linguistico-culturali insito nella loro secolare storia, in maniera da migliorare qualitativamente e quantitativamente le iniziative, che in Ca­labria, Sicilia, Basilicata, Molise, Abruzzo, Puglia e Campania, molte volte si rendono impossibili in un’atmosfera di asfissiante ideologia e chiusure preconcette.

Signor Ambasciatore, quando era dura spiegare agli altri, in Arbëria, il nostro più vivo attaccamento alla propria identità culturale e alle proprie radici storiche nel periodo difficile dell’Albania. A prescindere dalla situazione e dai governi che si sono succeduti in quegli anni nell’antica terra delle aquile, tendevano ad orientarci tutti come polvere di ferro verso un magnete.

Perchè nessun premio ai sindaci arbëreshë che hanno favorito a cavallo degli anni set­tanta / ottanta del precedente secolo, in tempi difficilissimi, l’avvio dei rapporti di sin­cera amicizia man mano consolidatosi nel tempo? Vogliamo ricordare che era il periodo quando nella terra delle aquile si praticava il turismo degli amici e di coloro che volevano bene all’Albania, il turismo delle persone oneste di paesi e stati che avevamo atteggiamenti corretti e di amicizia nei confronti dell’ antico popolo illiro.

Da allora, per gli Arbëreshë, siano essi professionisti, figure istituzionali, gruppi folk, studenti, intellettuali, operatori culturali e così via, inizia una serie di ondate e contatti sociali regolari e prolungati nel tempo, percorrendo l’Albania, in lungo e in largo, ancor prima della transizione e del cambiamento che si respirava.

Il dato che emerge da questi viaggi è la dimensione che si rispecchia dalla persistenza di un forte orientamento affettivo e di legami tangibili verso la madrepatria in un’atmosfera emozionante densa di racconti, incontri e ricordi che ognuno ha portato con sé tenen­doli sempre nel proprio cuore.

A darci le tante emozioni, rafforzare e consolidare i sentimenti di amicizia, è stato meri­to, soprattutto, dei sindaci arbëreshë Vincenzo Minisci di San Giorgio Albanese e Da­miano Bua di San Cosmo Albanese, al tempo in cui ricoprivano l’incarico di presidente della “Lega Italiana di Difesa della Minoranza Albanese”, nonché dell’On. Mario Brunetti, segretario della Lega in questione.

Questi legami, poi, hanno assunto un carattere continuativo e sistematico, gettando le basi ad una serie di iniziative e una significativa persistenza di relazioni e di scambi.

Ancor prima degli anni Ottanta, una serie di iniziative e progetti presero il via, come le Settimane di Cultura Albanese, grazie, soprattutto all’apporto del Centro di documentazione e ricerca arbëreshe, con il coinvolgimento di tantissimi studiosi, gruppi folk, associazioni culturali, enti, ecc., ecc., nonché delegazioni culturali, artistiche e politiche provenienti dall’Albania.

Da quel momento i legami tangibili verso la madrepatria e la difesa dell’identità cul­turale, attraverso le proposte di legge per la tutela delle minoranze linguistiche hanno impresso una spinta sinergica in tantissime persone, i cui effetti sono sotto gli occhi di tutti con l’approvazione definitiva della legge. 15 dicembre 1999, n. 482 .delle mi­noranze etnico-linguistiche albanesi e dell’approvazione della legge di tutela delle mi­noranze da parte del Consiglio Regionale della Calabria, per la tenacia e la passione ris­pettivamente, dell’On. Mario Brunetti e dell’On.le Damiano Guagliardi e le centinaia di iniziative di singoli, associazioni, enti, Università, Eparchie, ecc., ecc.

In una di queste iniziative, nel 2003 nell’ambito del 2° Festival Euromeditarraneo, grazie alla intermediazione culturale e politica di Andrea Kokeri, direttore artistico del Festival, ho potuto proporre al sindaco di San Cosmo Albanese / Strighari (Cs) e San Basile / Shèn Vasili (Cs), in qualità di direttore organizzativo del Festival Euromeditar­raneo, il conferimento della Cittadinanza Onoraria al Sindaco di Tirana Edi Rama, in virtù dell’opera meritoria che svolgeva in Albania e in tutti i settori della vita sociale. Il grande Edi Rama, è stato, inoltre, premiato dalla Presidenza della Giunta Regionale della Regione Calabria e dal Centro Studi e Ricerche delle tradizioni popolari italo-albanesi.

In particolare, in quell’occasione il Sindaco di Tirana espresse la ferrea volontà di dedi­care una strada della città di Tirana agli Arbëreshë per il legame con l’antica madre e per il profondo e saldo attaccamento alla propria identità culturale, mai superato da altri valori.

Sappiamo che tale progetto è stato bloccato, poi, dal Governo Berisha, per mancanza di fondi. E’ così, oppure si è rinunciato, lasciando spazio alla sindrome dell’invidia e della gelosia. Perché non si da corso alla proposta meritoria dell’ex Sindaco di Tirana, oggi Presidente del Consiglio?

Questo e quanto chiediamo all’Ambasciatore Albanese in Italia. Vorremmo, però, una risposta chiara e trasparente, non strumentale e faziosa, anche perché credo che la po­litica del tergiversare e del rinvio non sia assolutamente più possibile.

Vorremmo in sostanza, noi Arbëreshë, che si desse corso alla messa in opera dell’importantissimo e bellissimo progetto del Presidente del Consiglio Edi Rama, sostenendo e finanziando una meravigliosa idea.

Nè tanto meno possiamo tollerare a livello morale la resistenza e l’ostilità del Presidente della Repubblica d’Albania nel nominare uno dei più importanti poeti albanesi, Visar Zhiti ad ambasciatore presso la Santa Sede, su segnalazione del primo ministro alba­nese Edi Rama.

Vorrei ricordare che dal 1997 al 1999 è stato Ministro consigliere alla Cultura dell’Ambasciata albanese a Roma, lasciando in tutti noi, sentimenti profondi di amicizia che solo un grande uomo può donare.

Ecco perché pensiamo che la figura di Edi Rama sia indispensabile e garante non solo oggi, ma anche per il futuro dell’Albania, sperando anche in una Arbëria migliore.

Sono certo, per dirla con un eufemismo, che rimarrete impassibili difronte alle mie rimostranze. Temo che il mio disappunto sarebbe un elemento di disturbo non da poco. Comunque sia, una cosa però voglio consigliare: esercitate il vostro mandato nell’esclusivo interesse di tutta l’Arbëria e non dei portatori di interessi personali, anche perché il mulino dell’Arbëria, come si può scorgere, segna il tempo e macina i secoli. Non ha ancora voluto recidere il cordone ombelicale che la tiene stretta alla sua origine, mantenendo viva l’eredità dei padri con la straordinaria ricchezza di espressioni.

Uno dei canti del noto compositore arbëresh Alfio Moccia, così recita:

“... E pesëqind vjet

si një lumë shkuanë

e ki mullir i vjetër

edhé sot bjuanë!

Shurben natë e ditë

ndë malë e ndë sheshë,

shurben vet me djerrset

të neve Arbëreshë!

Me shokët u luftonj,

me shumë fuqi,

me Shqipërinë

ndë zëmër e ndër si!”

Cordialmente

Italo Elmo

(scrittore e pubblicista, promotore e organizzatore di eventi culturali e scientifici in Arbëria; presidente del Centro studi e ricerche delle tradizioni popolari italo-albanesi).

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