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Una lirica di Mons. Mele dedicata alla "Luna"
Hёna
Lettera di Mons. Giovanni Mele al Prof. Emilio Tavolaro
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In occasione del 90° dell'istituzione dell'Eparchia di Lungro riceviamo dal Prof. Italo C. Fortino una poesia del I Vescovo, S.E. Mons. Giovanni Mele, con il testo della lettera che lo stesso vescovo inviava a Don Emilio Tavolaro.

 

Breve prologo

  1. Il manoscritto

Il testo albanese della poesia che segue, dal titolo Hёna, ci è pervenuta manoscritta su un foglio protocollo (cm. 31 x 21) di cui copre le prime tre facciate, mentre l’ultima risulta bianca; così la traduzione italiana “La luna” è riportata su un altro foglio protocollo delle stesse dimensioni di cui copre anch’essa le prime tre facciate. Anche la lettera che il Vescovo Giovanni Mele indirizza al Prof. Emilio Tavolaro, datata Lungro, 6.12.75, è contenuta in un foglio protocollo delle stesse dimensioni e qualità delle due precedenti, di cui copre tutte e quattro le facciate.


Non ci sono dubbi sulla paternità della composizione sia per le sigle presenti a fine scritto (G.[iovanni] M.[ele] V.[escovo] con la variante cassata di Joan Melle e di Peshkop J. M. P.), sia poi per i riferimenti diretti che l’Autore fa nella lettera di accompagno che indirizza al prof. E. Tavolaro. Il manoscritto è vergato con pennino a inchiostro con una grafia chiara anche nelle cancellature che, ove ricorrano come evidenziato nell’apparato delle note, sono fatte o con una matita colore celeste o con lo stesso pennino, apponendo uno o più tracciati sullo scritto interessato.
  1. L’Autore

Giovanni Mele (Acquaformosa 1885 – Lungro 1979) ha pubblicato nel 1962 una raccolta di poesie in lingua italiana, mentre in altre date trattati pastorali su alcune feste del ciclo dell’anno: Pentecoste, Pasqua, come pure sui Sacramenti. Poche le liriche scritte in albanese (Shêjzat, Roma, VIII (1964), nn. 7-8, 9-10, pp. 231 - 233).

Vescovo di Lungro dalla istituzione della nuova Eparchia di rito bizantino per gli albanesi dell’Italia continentale, avvenuta nel 1919, e fino al 1979 (coadiuvato dal 1967 dall’amministratore apostolico Giovanni Stamati), ha avviato la ricomposizione della comunità ecclesiastica arbёreshe sulla base del diritto canonico orientale, dopo quattro secoli di dipendenza dagli ordinari diocesani latini.

  1. La lirica

Il testo albanese della lirica Hёna, di 28 versi di endecasillabi a rima baciata, risponde con precisione ai canoni nella scansione di undici sillabe nei versi che terminano con parole piane, mentre nei versi che terminano con parole tronche le sillabe si riducono formalmente a dieci, compensate, tuttavia, dalla lunghezza dell’ultima.

Dalla scansione dei versi due elementi risaltano con evidenza: a) l’armonia che pervade l’intera lirica, scaturita tanto dalla rima baciata (AABB), quanto dal ritmo scandito dall’accento tonico (2ª, 4ª, 6ª, 8ª, 10ª); b) l’imponenza del verso – l’endecasillabo – che infonde un tono di maestosa solennità a un tema che si presta a disparate interpretazioni e visioni.

La traduzione, dal titolo La luna, è dello stesso autore, come testimonia la sigla apposta alla fine dello scritto (G.M.V.). Si tratta di una libera traduzione, ossia senza rima e senza rispetto di un metro prestabilito, ma fedele al testo albanese. Alla traduzione, dunque,  manca la forma poetica, manca la musicalità e pertanto si appiana a livello prosastico, anche se l’intensità di alcune immagini cerca qua e là di  evidenziarsi.

  1. Il contenuto

I distici che si susseguono con tono incalzante sembrano chiusi e, a volte, conclusi in sé: dall’immagine dei primi due distici, dove la luna, vagante senza sosta per il cielo, è presente come generosa elargitrice della luce che di giorno riceve dal sole; alla sua misteriosa, nell’immaginario popolare,  e instancabile trasformazione da falce argentea a un cerchio tutto tondo, del secondo distico;  per continuare così fino alla fine.

Le immagini e le metafore sono appropriate e rendono bene l’intensità dell’immaginario poetico, sia quando dheu (la terra), intesa come creato, gode della letizia e della fortuna, sia quando la luna assume figurazione umana e ne personifica i sentimenti: helmone (ti rattristi), oppure ti vete pa taraksur (tu vai senza spavento).

La lirica è originale nella sua struttura e nella sua argomentazione e non manca di accentuare aspetti che ci riportano all’area culturale e al “credo” dell’Autore, per il richiamo all’esistenza della luna antecedente alla presenza dell’uomo sulla terra, per quello suo sguardo indiscreto quando scorge Adamo che, dopo il peccato, si nasconde, e per quel sentimento di gratitudine a Dio che per suo tramite garantisce all’uomo la luce anche di notte.

Forse gli interrogativi Ka vjen? Ku vete? Kush e di sa vjet / kan shkuar ç’ti na ruan e s’na fjet (Donde vieni? Dove vai? Chi sa quanti anni / sono passati e tu guardi e non ci parli), ci potrebbero far pensare a reminiscenze dipendenti dal grande poeta recanatese col Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, ma è solo un’associazione puramente e solo esterna della forma interrogativa, in quanto nulla accomuna nel canto i due poeti, sia nella forma che nel contenuto, sia nell’impostazione che nello spirito della poesia. La poesia del Mele è - sia permesso il contrasto - del tutto “solare”, aperta alla vita, al godimento della “bellezza” del creato, al “piacere” che scaturisce dalla contemplazione del creato. E se la “luna” piace a tutti gli uomini senza distinzione, tanto più piace a quei “pastori erranti” che guardano le pecore: mё pёlqen atire ç’ruaĭn dhen (piaci più a quelli che guardano le pecore).

 

  1. La lingua

Le riflessioni che il Mele fa sulla lingua albanese, in cui esprime la sua poesia, vanno prese in considerazione perché aiutano, prima di tutto, a comprendere meglio lo scritto della sua poesia, poi perché rendono ragione delle scelte linguistiche e infine perché sono espressione della sua concezione sulla lingua albanese, o meglio sulla lingua dei paesi a cui si riferisce. Tre fenomeni specifici, presenti nel testo della poesia, secondo l’autore, meritano d’essere chiariti: a) l’assenza della vocale media centrale “ё”, là dove non ha ragion d’essere segnata perché non è pronunziata, in posizione pretonica e in posizione finale (gёzuar > g’zuar, shumё > shum); b) il fenomeno del passaggio della glottale sorda “h” in fricativa labio-dentale “f” presente nella parlata del paese dell’autore, Acquaformosa ( shoh >shof, zёhet > zёfet); c)  e il fenomeno del rafforzamento della vocale debole media centrale “ё” che passa ad  “i” (dritёn > dritin, dёftone > diftone, pёr > pir).

Della lingua albanese sostiene che è povera e ancora in fase evolutiva, per cui va sostenuta nel processo di formazione e arricchimento. E’ un’argomentazione questa che hanno affrontato quasi tutti gli scrittori albanesi, soprattutto quelli d’Italia, nell’accingersi a scrivere nella loro lingua materna. Il discorso ha interessato soprattutto il campo lessicale dove si è verificata l’infiltrazione di elementi lessicali del contesto romanzo. Gli autori vi hanno sopperito in vari modi: col ricorso alla neoformazione sulla base di radicali albanesi, al ripristino di lemmi andati in disuso, al ricorso di termini attinti dal patrimonio lessicale della lingua d’Albania, oppure con l’uso di termini di origine italiana ma col tempo ben acclimatati nel sistema linguistico albanese.

In assenza di un sistema ortografico ufficiale, negli scritti degli autori arbёreshё, pertanto anche in questo del Mele, incontriamo varianti di una stessa forma che rispondono, a volte, anche ad esigenze metriche e ritmiche, come lo esplicita l’Autore stesso nella lettera al Tavolaro. E’ il caso della negazione nёng che vive accanto a nёg, ng’, s’.

Il Mele, che rispecchia essenzialmente la parlata di Acquaformosa, è attento alle particolarità fonomorfologiche. Distingue perfettamente il valore fonematico della consonante fricativa palatale j (je, ajrit) rispetto alla semivocale ĭ (vĭen, pĭot, mĭegullat) e rispetto alla vocale anteriore i (ti, lepurit, ilzit), così come avverte e segnala la lunghezza vocalica con l’iterazione della stessa, quando scrive dhee, pee, che sulla base dei criteri filologici ormai consolidati ho trascritto con un trattino che sormonta la vocale lunga dhē, pē.

La lingua della lirica Hёna si presenta pura, priva di quelle frequenti infiltrazioni di lessico italiano, di cui abbondano le parlate arbёreshe, elevata dal punto di vista della espressività e tuttavia comprensibile anche da un pubblico non avvezzo alle ricercatezze della lingua letteraria.



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