Sua Eminenza il Cardinale Kurt Koch, Presidente del Pontificio Consiglio per l’Unità dei Cristiani ha celebrato una Divina Liturgia in suffragio di Mons. Eleuterio Francesco Fortino, scomparso il 22 settembre 2010.

La celebrazione ha avuto luogo il 22 marzo nella Chiesa del “Centro San Lorenzo” a Roma, cui hanno partecipato prelati e sacerdoti dell’Ufficio del Pontificio Consiglio per l’Unità dei Cristiani, il Rettore della Chiesa di S. Atanasio, Arch. Manuel Nin, con molti fedeli della Comunità.

Dopo il Vangelo il Cardinale Kurt Koch ha pronunziato la seguente omelia:


Il messaggio consolatorio di un Dio desto

Media vita in morte sumus

Quest’antica espressione, tratta da una delle grandi corali della cristianità, riassume un’esperienza che, incontestabilmente, facciamo tutti noi uomini: Nel mezzo della vita, siamo circondati dalla morte, siamo circondati dalla morte di persone a noi vicine e care.

Oggi sentiamo quanto questo sia vero ricordando una persona eccezionale come Mons. Eleuterio Fortino che, in cielo, può guardare ad una vita terrena compiuta, posta al servizio dell’ecumenismo, e per il quale la morte ha portato anche il sollievo dalla sofferenza.

Media vita in morte sumus. Questa è la dura verità, la nuda realtà della vita umana, che tuttavia, nel nostro tran tran quotidiano, dimentichiamo spesso e volentieri, come osservava già il pensatore francese Blaise Pascal, fine osservatore: Dato che gli uomini non hanno trovato alcun rimedio contro la morte, sono costretti, per essere felici, a non pensarci più.

Ma quando ci ricordiamo di una persona cara, non possiamo eludere questa dura verità. Piuttosto, dobbiamo guardare in faccia la verità della nostra stessa vita: Nel mezzo della vita, siamo circondati dalla morte.

Nel mezzo della vita: ecco il motivo per cui, anche nel commiato terreno e nel ricordo pieno di affetto di una persona defunta, non è la morte ma è la vita che occupa il primo posto. Le persone vive si riuniscono e ripensano alla vita del defunto per serbarne un buon ricordo; lo vogliono ringraziare per tutto ciò che è stato e per tutto ciò che ha donato loro e, così facendo, approfondiscono quella stessa fede in cui lui ha vissuto.

La Pasqua come svolta della nostra vera vita

Media vita in morte sumus. Questa è la dura verità della vita umana. Ma a tale verità ne segue un’altra: segue la grande, consolante promessa che è il lieto annuncio della fede cristiana. La fede cristiana ha infatti il coraggio di capovolgere la verità incontestabile dell’antica antifona e di invertirla proclamando: nel mezzo della morte siamo circondati dalla vita, dalla vita liberatrice ed eterna di Dio stesso.

Precisamente in questo consiste il mistero della svolta consolante della nostra vita, operata da Cristo nella Pasqua di Risurrezione. La Pasqua, infatti, non è un evento del passato, accaduto duemila anni fa. La Pasqua avviene nuovamente in ogni persona che, morendo, penetra nell’assoluto mistero divino, come ci annuncia il Vangelo odierno. Gesù vuole che coloro che gli sono stati dati dal Padre siano per sempre con lui, perché possano partecipare alla sua vita eterna.

Ma noi, che siamo qui riuniti, dobbiamo chiederci se vogliamo davvero credere questa promessa. La fede nella vita eterna degli uomini e nel loro risveglio dalla morte è infatti il nocciolo della nostra stessa fede in Dio. Che Dio sarebbe un Dio a noi fedele soltanto durante la nostra breve vita terrena, pronto a capitolare e a recedere dalla sua fedeltà davanti alla nostra tomba? Sarebbe una divinità pietosa, non certo il Dio della pietà, il Dio che ci annuncia la fede cristiana. Il Dio cristiano ci dà prova della sua fedeltà anche e precisamente nella nostra morte. E nell’assoluta solitudine della nostra morte egli ci rimane vicino, rimane con noi. Egli veglia su di noi, quando usciamo e quando entriamo, come proclamano le belle parole del Salmo.

Partecipi della vita di un Dio desto

Il Signore, il custode di Israele, veglierà su di te, quando esci e quando entri. Con queste parole si congedava in Israele il pellegrino che usciva dal tempio. Infatti, la protezione del Signore non si arresta alle soglie del santuario. La protezione di Dio doveva accompagnare il pellegrino anche quando faceva ritorno a casa, alla sua vita quotidiana. A maggior ragione, la protezione di Dio non cesserà quando l’uomo, morendo, s’incammina verso la sua vita definitiva ed eterna. Infatti è desto Dio, il Signore. Il custode di Israele non si addormenta, non prende sonno. E’ consolante sapere che Dio rimane desto, senza mai stancarsi, senza mai assopirsi. Dio veglia su di noi, che viviamo. E veglia certamente su coloro che non si risveglieranno più sulla terra e che non saranno più desti tra noi uomini.

Così, Dio veglia anche sul nostro Eleuterio Fortino, che si è addormentato. Ecco l’unica vera consolazione: che il nostro Padre celeste non prende sonno, né si assopisce. Non esiste altra consolazione. Ma di un’altra consolazione non abbiamo neppure bisogno. Infatti, questo è un lieto messaggio per i vivi e per i morti: Dio è desto. E desto veglia su di noi. Il nostro Eleuterio Fortino ci è stato tolto certamente, dalla vita terrena. Ma se crediamo che egli è morto nel Signore che veglia su di lui, allora egli è partecipe della vita del Dio sempre desto e ci verrà ridonato in modo nuovo. Egli ci potrà addirittura essere più vicino di quanto lo è stato durante la sua esistenza terrena, a patto che noi percorriamo quel ponte che unisce i due mondi, il cielo e la terra, ovvero la fedele comunione nella preghiera.

La preghiera è la lingua della speranza. Preghiera e speranza sono inseparabili. La speranza cristiana ci dice che l’ultima parola nella nostra vita non l’avrà la morte, ma l’amore di Dio, che chiama gli uomini a risvegliarsi dalla morte, li chiama ad una nuova vita. Ecco il fulcro della speranza cristiana. Che speranza sarebbe infatti la speranza che si arresta ai confini della vita terrena, evidenziandone piuttosto la finitezza? La speranza cristiana degna di questo nome ha un ben più ampio respiro. Essa dimostra di essere tale anche e precisamente oltre la morte. Il vero amore infatti esige l’eternità. Il filosofo francese Gabriel Marcel ha osservato giustamente che amare davvero una persona significa dirle: tu non morirai, tu vivrai in eterno!

E quale altra forma potrebbe infatti assumere il nostro affetto per Eleuterio Fortino se non quella della gioia per la vita eterna di cui egli è partecipe, se non quella della gratitudine per ciò che egli è stato, se non quella della speranza che noi stessi rinnoviamo dentro di noi? Dentro di noi rafforziamo oggi soprattutto il bellissimo mistero della fede cristiana, che ci dice che, nel mezzo della morte, siamo circondati dalla vita: dalla vita liberatrice, misericordiosa ed eterna di Dio. Amen.


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