Nell’Albania settentrionale, fra le popolazioni di montagna, si sono conservate vive le melodie che musicalmente e cronologicamente sono le più antiche. Questo canto solistico e forte è l’espressione del montanaro libero, la traccia sonora dell’ultimo strato culturale albanese, quello della casa abbandonata, di un’esistenza isolata e dal carattere individualistico. Durante la sua performance il cantore, di norma, chiude l‘orecchio ponendovi sopra il palmo della mano che copre anche una guancia, mentre volge gli occhi al cielo assieme alla voce.
La voce discende di tono fino al silenzio, poi immediatamente ascende in modo lacerante e grande potenza vocale, ricade di nuovo al termine di ogni verso lungo per riprendere con calma all‘inizio. La genesi di questo canto si può trovare nell’urlo dei montanari che rimbomba in lontananza: lo stesso spaventevole urlo che udì il viaggiatore vercellese nel XVI secolo Carlo Ranzo nel Montenegro “e nel descendere di dette montagne gridavano talmente che non voci umane, ma tori che mugissero ne pareva di sentire“. Quell’urlo ha poi transitato nell’urlo del banditore che tradizionalmente gioca un ruolo importante nel panorama socio-militare. Questa sembra essere l’origine delle melodie albanesi mescolate in una serie infinita di variazioni al quelle orientali. Nelle città dell’Albania settentrionale e Centrale dominano su tutte le melodie orientali; anche se è possibile stabilire una scala di contaminazione nella loro balcanizzazione e il progressivo allontanamento dai motivi originari poichè il suono, fondamentalmente monotono e aspro delle melodie dei popoli balcanici, è più consono al senso di quei luoghi, ed è diverso da quello estatico-sensuale delle melodie orientali. F.C.H. Pouqueville nell'ottocentesco Viaggio in Morea, a Costantinopoli ed in Albania, riporta una nota interessante: “Sono dotati d’organi sensibili alla melodia, e per la maggior parte cantano acconpagnandosi con un tetracordo, i cui suoni ne sostengono la voce. (…) La musica de‘ Greci d’Epiro, de‘ fieri Albanesi, porta una impronta affatto diversa. È barbara, è selvaggia come il popolo che le canta, e può dirsi che respiri la guerra ed il sangue. Sembra fatta per essere ripetuta dall’eco delle caverne, e delle orride montagne che abitano. Quella musica veramente infernale non potè aver origine che presso gli Sciiti o presso gli Albanesi, che loro rassomigliano. Que‘ figli dell’acroceraunie rupi la combinano con canzoni che risalgono ai secoli gloriosi di Scanderbeg loro duce …“. In un altro passo, egli racconta che per gli albanesi, pastori, guerrieri, agricoltori o soldati, nei loro travagli “sembra che il canto, la danza, l’allegria tenga loro luogo di tutto, e li ristori dalle fatiche“. Nella regione tosca sono meglio conservate le vecchie melodie polifoniche, corali, mentre nel nord d’Albania si incontrano esecuzioni solistiche che comunque risultano le più arcaiche, espressioni simboliche di abitazioni isolate e di una realtà senza socializzazione. All’interno di queste melodie viste come espressioni musicali della diversità delle due regioni si possono tracciare due cerchi separati dal corso di un fiume: una parte tosca vera e propria, ad est e nord-est del fiume, e la parte labe alla sua sinistra. La loro diversità si deduce dal rapporto esistente tra il primo cantore e il coro: nel canto tosco, si dice che il primo cantore ‘lanci‘ la voce, i a hedh, nel canto laberico ‘la prende‘, i a merr; per il cantore, che interviene dopo il primo, nel canto tosco si dice: i a pret, che egli ‘lo taglia‘, mentre in Laberia i a kthen, egli ‘lo rivolta‘.  Per quanto riguarda il coro, nel canto tosco si dice che ‘fa l’ison‘ bën iso, mentre in Laberia ‘lo riempie‘ i a mbush. La melodia tosca, si può definire con due aggettivi: elegiaca per i canti lirici ed epici ed espansiva, per l’atmosfera di dolce lirismo di cui è pervaso il verso che, durante il canto, viene vieppiù allungato. In particolare, il canto della Laberia, si esegue assieme alla ridda vera e propria dei guerrieri, e si può definire, ancor meglio ‘canto dei pastori guerrieri‘ dove risuonano i rintocchi delle campane dei montoni e la voce assume toni profondi nelle sue contorsioni, simili ai campanacci, mentre ‘risponde‘ solitario al coro monotono e lungo. Qui, la gente per dire che un canto è stato eseguito magistralmente usa l’espressione “vate si kumborë“, è andata come una campana. I canti delle colonie albanesi d‘Italia  hanno conservato elementi antichi albanesi e di tradizione bizantina avendo evitato l’influenza turca. La loro metrica è fatta di brevi versi senza rima il cui ritmo scaturisce da un periodo ben determinato della metrica popolare albanese. Gli antichi canti epico-drammatici si definiscono valle e assumono valenze differenti da quelle dell’Albania Settentrionale e Meridionale.

 

mario bellizzi



Segnala questo articolo su:

Facebook    OK notizie    Digg    reddit    Deli.cio.us   
 24 visitatori online
Articoli attualmente presenti
su Jemi.it:1175
Utenti registrati
1125 Registrati
9 Questo mese