Spolverando il contenuto della mia posta elettronica, trovo l’appello della Dott.ssa Micol Bruni presidente dell’IRAL. Chi riceva una lettera, una mail o quant’altro con un simile titolo in oggetto, è subitaneamente portato a credere che si parli nuovamente – menomale, vuol dire che ne abbiamo ancora voglia - delle problematiche delle minoranze linguistiche storiche d’Italia e della legge a loro collegata: salvo poi, appena si legga il  contenuto del documento, ricredersi su quanto pensato.

Mi domando, chiedo dunque alla Dott.ssa Bruni: di cosa stiamo parlando Dottoressa di problematiche insite nell’istruzione del sistema scolastico italiano, oppure stiamo parlando del noto tema delle minoranze linguistiche che hanno specificità e problematiche ben precise e già individuate?  Non crede Dottoressa di mettere in relazione tematiche tra di loro differenti?

Di primo acchito, sembra che, Lei Dottoressa, voglia mettere nel calderone del Suo appello cose diverse, che hanno specificità tra di loro differenti.

Lei Dott.ssa Bruni inizia il suo appello dicendo: “La 482 del 1999 è ormai obsoleta”. Obsoleto può apparire tutto ciò che appare superato ma, obsoleto, può apparire anche tutto ciò che non viene incontro ai propri bisogni.

Al Ministro Gelmini io direi che, Più che obsoleta, la 482 sia invecchiata, invecchiata a causa dei dispiaceri dati da chi, invece di applicarla per gli ideali e i bisogni per cui è nata - la salvaguardia delle lingue di minoranza - l’ha strattonata sin dalla sua nascita tirandola a destra ed a manca come fosse una vecchia baldracca affinché soddisfacesse i propri bisogni personali.

Ecco allora che, se i principi per cui è nata la legge tutelano le lingue di minoranza storiche d’Italia riferite alle popolazioni autoctone  proprie della penisola italiana, ecco che qualcuno si inventa che tale legge sia riferita alla lingua in una qualche metafisica madrepatria.

Se la già detta legge 482/99, tutela le lingue, i costumi e le tradizioni locali delle popolazioni autoctone delle minoranze linguistiche storiche d’Italia, ecco che qualcun’altro – strattonando un’ennesima volta la povera vecchia baldracca buona a soddisfare tutte le voglie –  intravede in essa la possibilità di sfruttarla  per i propri interessi settoriali.

Lei Dott.ssa Bruni continua poi asserendo che: “Si tratta di una legge che ha chiaramente dato la possibilità di finanziare progetti relativi alla valorizzazione della lingua delle minoranze linguistiche ma ha salvaguardato soltanto un comparto che è quello dei fenomeni puramente linguistici con qualche entratura in settori semi – antropologici,…” Successivamente, trattando la lingua come se  essa fosse un elemento marginale scrive: “La legge è nata sbagliata perché una comunità minoritaria non può essere salvaguardata soltanto attraverso la lingua o attraverso progetti da affidare alla scuola e agli istituti scolastici dove ricadono tali comunità.”

Mi sovviene di dire: benedetta Dott.ssa Bruni, si è alfine accorta che la legge 482/99 è stata voluta proprio per cercare di salvaguardare le lingue delle minoranze storiche d’Italia?

Ben vengano dunque le richieste di tutela verso i beni architettonici, librari, letterari e quant’altro, ma si badi bene: questi ultimi devono però essere subordinati alla lingua e parlare la lingua di minoranza che resta l’elemento fondamentale da tutelare!

Infine, Lei Dott.ssa Bruni, in un successivo paragrafo scrive: “Si è chiuso nel cerchio dei propri interessi settoriali insistendo sulla lingua. Ma non mi pare che sia stata e sia la cosa più giusta culturalmente e neppure istituzionalmente”.

La mia impressione è che, sostenere che l’interesse per la lingua sia interesse settoriale e, da come credo di estrapolare dal suo scritto, trattare la lingua di minoranza come se essa fosse, se non elemento di fastidio, elemento marginale,  sia tesi del tutto non sostenibile e non condivisibile!

I vari attacchi - per interessi, appunto settoriali - alla legge 482/99, non sono cosa nuova, ma dobbiamo convincerci che, la detta legge, è nata per la tutela delle lingue di minoranza.

Se, come da più parti, proprio per interessi settoriali, appunto, è proposto lo  stravolgimento della legge facendo rientrare nella suddetta tutela: dialetti romanzi che con tale legge niente hanno a che fare, beni architettonici esistenti in paesi che di arbëresh non hanno niente, opere letterarie non scritte in lingua minoritaria, opere artistiche non contenenti alcuna peculiarità della minoranza linguistica,  ebbene cari signori, stando tutto questo,  non posso fare altro che  dirmi in totale  disaccordo.

Spero vivamente che il Ministro Gelmini, e gli addetti alla revisione delle leggi abbiano capacità critiche sufficienti da capire che, gli interessi di chi tratta la legge strattonandola come una vecchia baldracca, non coincidono con gli ideali contenuti nella legge 482/99: quella voluta da questi ultimi è un’altra legge che, con la tutela delle minoranze linguistiche non ha niente da spartire!

Nonostante le mie già dichiarate contrarietà a ciò, Lei Dott.ssa Bruni mi fa preferire le lingue straniere che da alcuni sono contrabbandate come madrelingua degli idiomi di minoranza parlati in Italia: ben vengano quindi anche queste ultime purché - coerentemente con quanto scritto nella legge 482/99 – si parli di lingue da tutelare!

Tralasciando per un momento gli ideali insiti nella legge di tutela, - quella legge 482/99 che tutti vorrebbero piegata alle proprie voglie – chiediamoci per un attimo: per quale elemento si contraddistingue immediatamente un gruppo sociale? Per cosa ci rendiamo immediatamente conto di essere di fronte ad un popolo, o un’etnia differente?   Perché, di volta in volta, i popoli sentono il bisogno di identificarsi in, italiani, francesi, tedeschi, inglesi, o come nel nostro caso, arbëreshë?             Oltre ogni ipocrisia e interessi settoriali, bisogna ammettere che, l’elemento primario che ci fanno rendere conto di trovarci di fronte ad una persona di diversa provenienza e cultura è la lingua, poi, noteremo in lui che è portatore anche di peculiarità culturali proprie del suo popolo.

Se un popolo perde la propria lingua, perderà anche l’orgoglio di appartenenza a un dato gruppo sociale, e non saranno le pietre dei palazzi od i costumi indossati - ormai solo più per folclore – che gli diranno che è parte di un popolo: le pietre che compongono i palazzi cadranno ed i costumi  sono già stati sostituiti da jeans e stracci vari provenienti dalla Cina.

A sostegno di quanto appena detto nel precedente paragrafo, facciamo notare che, là dove, nei paesi arbëreshë si è perso l’uso della lingua d’origine – come p. es. a Brindisi Di Montagna (PZ) - la popolazione non si riconosce più come di origine albanese e rifiuta categoricamente tali accostamenti.

Al proposito di Brindisi Di Montagna, l’esimio Francesco Altimari, emerito docente di lingua e letteratura albanese dell’Università di Calabria, una volta, durante un convegno tenutosi in Bardonecchia (TO), ebbe a dirmi: “Durante le ricerche da me condotte, sull’esistenza delle peculiarità di minoranza linguistica nei vari paesi arbëreshë della Basilicata, sono stato anche a Brindisi Di Montagna vicino a Potenza, arrivato nella piazza del paese inizio a chiedere alla popolazione se sapessero parlare un po’ l’arbëreshe e se sapessero dirmi qualcosa circa la loro antica origine. Dopo le prime curiosità verso la mia persona e verso la mia venuta, un gruppo di persone che circondava me e la mia macchina con la quale ero andato in quel paese, mi dissero: «noi di albanese non sappiamo niente, e nemmeno vogliamo sentirne parlare». Al che, montando sulla macchina ritenni come fosse meglio desistere.”

Altro chiaro esempio, questo sostenuto da Giuseppe De Padova e dalle ricerche condotte sul luogo dal compianto Prof. Carmine De Padova, è la fantomatica Albania tarantina. Negli anni settanta, Giuseppe De Padova con il Prof. Carmine De Padova, ambedue di San Marzano di San Giuseppe (TA), condussero delle ricerche nei paesi circostanti il paese di San Marzano: Carosino, Faggiano, Monteparano, Montemesola etc. Giuseppe De Padova che, personalmente, accompagnò il Prof. Carmine De Padova nelle ricerche, in un filmato su yuotube dice: “… abbiamo condotto queste ricerche in tutti i paesi intorno a noi (intorno a San Marzano) e nessuno ha mai saputo dire qualcosa sull’albanese, mai nessuno ha saputo rispondere su qualcosa, e badate che abbiamo intervistato tutte persone anziane che qualcosa avrebbero dovuto sapere. Solo a Lecce hanno saputo dire qualcosa sul greco”.

Dunque questi paesi, Brindisi di Montagna, Carosino, Monteparano e quant’altri ad esempio - se mai lo sono stati di origine albanese - le ricerche condotte in quei luoghi hanno chiaramente indicato che, perdendo l’uso della lingua, con essa  si perde anche il ricordo della propria origine. E, semmai in qualcuno di questi paesi c’è una parvenza d'interesse per la ripresa della propria coscienza, riteniamo che questo sia si interesse, ma nel senso che si intravede nelle leggi di tutela una possibilità meramente economica.

Servendomi di una metafora tra le minoranze linguistiche e l’esistenza umana, non si può far convivere tra di loro, il vivo, il moribondo, e il morto: ora, questi tre stadi che pur fanno parte del nostro essere quotidiano, hanno prerogative e necessità diverse, se al vivo bisogna dedicare attenzione perché esso continui a vivere  in salute, al moribondo si dedicano le cure per la sua sopravvivenza, al morto invece si dedica la memoria.  Dunque, la tutela ed i pochi finanziamenti che la legge 482/99 destina per le minoranze linguistiche storiche d’Italia, diamoli alle comunità vive che la lingua ancora la parlano ed a qualche  comunità moribonda che ancora la sussurra.

Pafshit hare e  ndëlenëmi ndë kleva i glat.

Tommaso Campera


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