thumb_arb-itaA distanza di più di due anni dalla pubblicazione e dalla messa on-line del dizionario della parlata arbëreshe di Piana degli Albanesi, esce oggi nella Biblioteca on-line di Jemi un aggiornamento che contiene oltre alla doverosa correzione di alcuni refusi e di qualche errore (primo fra tutti l’inversione dell’ordine alfabetico delle lettere x-xh, z-zh, venuto fuori chissà come in tipografia), la sfrondatura di alcuni termini che ad una più approfondita ricerca si sono rivelati prestiti siciliani.
Si tratta di una ventina di vocaboli che avevo deciso di includere nel dizionario derogando ai criteri rigidi che mi ero fissato e confidando troppo nelle conoscenze linguistiche di qualche mio concittadino. Di contro qualche vocabolo arbëresh sfuggito nella prima edizione, invece, sarà incluso.
Vale la pena qui di ricordare che i criteri di inclusione dei vocaboli nella prima edizione e nell’attuale sono stati fondamentalmente due:
  1. I vocaboli devono essere arbëreshë. Voglio dire che lo spirito di un arbëresh proveniente dalla Morea e sbarcato sulle coste siciliane alla fine del 1400, evocato in seduta spiritica, deve comprendere tutte le parole del dizionario.
  2. Dal momento che sono passati più di cinque secoli e la lingua attualmente parlata ha perso molti vocaboli, l’unica fonte alla quale ho attinto per la ricerca delle parole perdute è la letteratura arbëreshe che, per fortuna, a Piana è stata ed è fiorente.
 
Quindi hanno trovato posto i seguenti lemmi arbëreshë:
  1. quelli ancora in uso;
  2. quelli ricavati dal vaglio della letteratura.
 
Le fonti letterarie sono state gli autori di Piana che hanno fatto uso della parlata locale. Quindi Luca Matranga (che per errore, nell’edizione del 2007, non è presente nell’elenco delle sigle. Chi ha sfogliato, però, almeno una volta il dizionario si sarà reso conto che “E mbsuame e Krështere” è stata abbondantemente citata come fonte di decine di vocaboli e Luca Matranga stesso è citato tra le fonti nelle note introduttive), Carlo Dolce e soprattutto le opere dello Schirò. Tra queste ultime sono state scelte quelle scritte prima del 1900, quando cioè lo Schirò ha usato quasi esclusivamente la parlata tosca di Piana.
Un problema, allora come adesso, sicuramente è stato rappresentato da tutti quei vocaboli più o meno in uso oggi a Piana, non riscontrati nei testi letterari, ed ai quali ho dovuto dare (o negare) il bollino di arbëreshità. Per molti termini arbëresh è valsa la concordanza con la lingua albanese d’Albania. Non voglio esprimermi in termini di percentuali, ma è chiaro a “quasi” tutti noi che molti termini oggi usati a Piana sono di origine siciliana. In molti casi il loro ingresso nella nostra lingua è così antico che al giorno d’oggi il loro uso in Sicilia è quasi del tutto scomparso: a Piana molte parole siciliane sono state catturate dalla lingua arbëreshe, “arbëreshizzate” ed hanno goduto di un allungamento della loro vita su questa terra. Piana (come Santa Cristina Gela e Contessa Entellina), quindi, rappresenta l’ospizio dove molti vocaboli siciliani hanno trascorso o stanno trascorrendo i loro ultimi decenni di vita. La loro origine siciliana spesso è tanto lontana e sconosciuta ai più che molti le considerano parole arbëreshe. Non c’è dubbio che da un certo punto di vista potrebbero anche essere classificate come “parole arbëreshe di origine siciliana”, ma a questo punto il lavoro da fare diventa un altro ed esula dalle mie intenzioni. Parole come çíkër (tazzina/cicara), násë (girello/nassa), qíkë (piega/chica), qumác (cuscino/chiumazzu), zbríllë o zbríghë (madia/sbriga) e tante altre sono incomprensibili oggi alla maggior parte dei siciliani ma sono presenti nei dizionari del dialetto siciliano. Sono parole siciliane!
Avendo fatto abbondantemente ricorso alle sedute spiritiche per la compilazione dell’attuale aggiornamento del dizionario, mi sono trovato spesso faccia a faccia con lo spirito benigno di un arbëresh defunto nei primi anni del ‘500, cui ho fatto ascoltare molte parole sulle quali avevo dei dubbi per vedere che espressione faceva: tutte quelle che lo lasciavano interdetto sono state scartate. Gli ho letto ad alta voce anche pubblicazioni recenti, che raccoglierebbero termini del lessico di Piana, con il risultato di vedere  comparire sul suo volto un’espressione sbigottita ed alle sue spalle uno spirito buono di un mezzagnese[1] morto alla fine del ‘700, venutogli in soccorso per tradurgli gran parte delle parole della suddetta raccolta lessicale.
Tornando alle cose serie è da rimarcare che gli autori arbëreshë di Sicilia, per fortuna, si sono distinti nel corso dei secoli per il loro “purismo” linguistico. È raro trovare prestiti siciliani anche nelle opere di poeti popolari. In Carlo Dolce sono quattro o cinque i vocaboli di origine siciliana (barxiletë per esempio). Rarissimi nelle opere di Schirò dove appare, forse isolato, un vitër /vetro (Sch. Vol. II 66/57).
Anche gli autori contemporanei preferiscono ricorrere alla lingua shqipe piuttosto che usare il vernacolo.
Ed è prendendo spunto da questa ultima considerazione che voglio fare un annuncio, spero gradito, a tutti coloro che vogliono bene alla nostra lingua arbëreshe: la prossima edizione del Fjalor , che mi auguro vedrà la luce entro la fine del 2010, sarà ampliata e avrà come fonti tutte le opere letterarie degli autori arbëreshë di Sicilia, ivi compresi i contemporanei. Ma la notizia più importante è che si avvarrà della collaborazione di un’eminente personalità[2] della cultura arbëreshe che costituirà, grazie alla sua profonda conoscenza della lingua ed alla sua vasta produzione letteraria, un’autorevole fonte di arricchimento lessicale. L’idea che ho condiviso con lui è quella di approntare uno strumento linguistico completo, comprensivo cioè di tutti i vocaboli che servono per esprimersi in qualsiasi tipo di linguaggio (popolare, dotto, amministrativo, tecnico, scientifico ecc.). Per ottenere un dizionario siffatto non ci si può limitare ai termini della tradizione ma si deve ricorrere a prestiti dalla lingua albanese e a neologismi. Dal momento che molti dei nostri autori del passato hanno già fatto questo sforzo o, per meglio dire, questo tentativo nei secoli passati, tutte le loro opere verranno vagliate e “saccheggiate”. Verrà rispettata la fonologia dell’arbëresh di Piana, di modo che sia le parole di origine shqipe che quelle italiane saranno arbëreshizzate. E dal momento che questa operazione è stata già fatta da molti autori contemporanei, le loro opere costituiranno nuove fonti lessicali. È chiaro che ne risulterà un dizionario non solo più ampio e “multifunzionale” ma anche molto diverso dall’attuale nei criteri di compilazione. Per questo motivo ho voluto pubblicare adesso la versione riveduta e corretta dell’attuale dizionario: perché costituisca la testimonianza quanto più esatta del lavoro svolto fino a questo momento e che mi auguro verrà superato al più presto dalla annunciata terza edizione.
Ritengo sia di grande utilità per gli Arbëreshë avere anche la versione italiano-arbëresh[3] che contiene circa seimilaottocento lemmi e che non è altro che la traduzione in ordine alfabetico del dizionario già pubblicato. Possiede circa duemilaottocento vocaboli più della versione Arbëresh-Italiano per la ridondanza sinonimica della lingua italiana. Anche il Dizionario Italiano-Arbëresh vedrà la luce in forma più ricca fra un anno. Per il momento accontentiamoci di questo...
 


[1] Mezzagnese: di Belmonte Mezzagno, paese siciliano a pochi chilometri da Piana degli Albanesi.
[2] La sua identità per il momento rimane segreta. Trattasi di persona che non ha ancora pubblicato su Jemi.
[3] Alcune voci attualmente sono ancora incomplete.

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