identit_albanesiIl titolo in plurale cerca di evidenziare dall’inizio l'esistenza, invece di una monolitica forma identitaria, di varie forme di espressione culturale dell'"albanesità" o meglio dire di diverse modalità di essere albanesi non solo in Albania e nei Balcani (albanesi, kosovari e arvaniti) ma anche in Italia (arbëresh).

 Un interessantissimo lavoro per il futuro sarebbe quello di cercare di indagare come è avvenuto l'incontro antropologico e quale è la reciproca percezione esistente tra le due diversità "culturali" albanesi in Italia: gli arberesh che si sentono da secoli albanesi e figli d’Italia e gli albanesi dell’immigrazione recente post-comunista.

Il libro è  stato adottato come testo universitario per il Corso di Antropologia Culturale perché l'analisi delle dinamiche storiche e psico-antropologiche della civiltà albanese e delle sue diverse espressioni culturali locali in diversi contesti geo-politici può servire anche per fare luce sui nodi e gli innumerevoli interrogativi generali intorno ad aspetti importanti del problema “nazione-etnia".
Civiltà e cultura etnica sono due concetti che si compenetrano strettamente costituendo una rete concettuale comune dentro uno stesso campo denotativo semantico. Nel testo si propone di considerare la civiltà come il significato denotativo base ed essenziale mentre la cultura come segno connotativo con valore temporale e particolare. In altre parole, mentre la civiltà (albanese) esprime ciò che è (o viene percepito) e viene trasmesso attraverso il tempo e lo spazio come “essenziale” e condiviso da un insieme relativamente grande di determinati collettivi, la cultura o le culture (shqipetar, kosovar, arberesh, arvanitis ecc.) sono espressioni particolari di quella civiltà in un determinato periodo cronologico, in un determinato spazio geo-politico e sociale e attraverso determinati gruppi collettivi (auto)percepiti come etnie o culture locali. Quando è stato dato alla stampa il libro “Identità albanesi” la situazione degli albanesi del Kossovo era diversa. I kosovari albanesi erano considerati come una semplice espressione locale dell’albanesità. Con la nascita di uno stato nuovo albanese invece la situazione non è più la stessa perché una cultura, fino ad ora locale è stata promossa, volendo o no, in una cultura statale.
Gli arberesh hanno tramandato per secoli la loro tradizione senza entrare in collisione con la cultura ospite italiana per diverse ragioni. Una delle più  importanti è quella di essere dimostrata profondamente dinamica e aperta alla diversità. Le dinamiche trasformative avvengono inevitabilmente come conseguenza di una frammentazione culturale della stessa civiltà. Le esigenze nuove dettate da un nuovo spazio geo-politico hanno indotto la cultura arberesh verso trasformazioni non solo formali ma anche strutturali (Esempio la sparizione del mito del confine, il sottolineare dell’erranza, l’aumento dell’importanza della figura materna, l’indebolimento dell’esogamia ecc.).
Come scrive Chiozzi (nel suo volume “Antropologia della libertà”, Bonanno, 2009) gli arberesh con i loro secoli di sopravvivenza culturale senza nessun segno di ghettizzazione hanno dimostrato che l’individuo può vivere in un contesto culturalmente ed etnicamente eterogeneo senza venire “dissociato” (o, tagliato in due) essendo lui stesso che in un certo senso opera dei tagli tra le sue diverse dimensioni identitarie. L’identità è un insieme complesso (come ci insegna Georges Devereux essa è multidimensionale) e ogni persona si trova a dover scegliere tra diverse “opzioni di identità”, che sono insieme la causa e l’effetto della natura fluida dell’identità. L’identità arberesh è stata forgiata nella bidimensionalità coerente e arricchente italo-albanese. Il trattino è servito da collante invece di essere causa di disgregazione o dissociazione identitaria.

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