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02 Settembre 2011
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Arberia e dintorni
C’è una certa approssimazione teoretica nel tramandamento della tradizione che si riflette sull’Icona.
Nando Elmo intende con questo lavoro, come egli stesso dice, scuotere la tradizione nel luogo in cui si incontrano arte e filosofia.
Parte, l’autore, decostruttivamente dalla constatazione della impossibilità del sistema. Ed agisce contro il tentativo di censura di questa impossibilità.
Censura sulla base della quale si coltiva l’illusione, nella conoscenza, di un potere ultimo e sovrano, di una teleologia pre-potente, di una ragione e di una logica fondante, a partire dalla quale si determina una chiusura rispetto a l’Evento.
Ogni scrittura presuppone una codifica, una certa astrazione, la ripetizione, l’iterabilità, la duplicazione, la registrazione attraverso una tecnica.
Sono le caratteristiche ineludibili di qualunque forma comunicativa, che in qualche misura costituisce un atto istitutore arcontico, attraverso il quale di volta in volta si formalizza un archivio; si lavora alla sua costituzione, legittimazione e custodia.
Inevitabilmente ogni comunicazione è un atto performativo che si basa su di un’apertura autoimmunitaria verso l’altro, ma anche su di una violenza istitutrice arcontica, un atto sovrano di selezione e inordinamento.
La fondazione della forza di legge, della violenza istitutrice, è comunque abissale. Non può quindi ambire ad una giustificazione assoluta e divina.
La macchina sistemica si fonda sulla dissimulazione e sulla rimozione della violenza istitutrice e sull’occultamento dell’abissalità della fondazione su cui poggia ogni formalizzazione.
Conferire alla fondazione un carattere di assolutezza, di perentorietà e di presenza, equivale alla costituzione di una violenza metafisica.
E la violenza metafisica impedisce l’accadere dell’Evento.
Di diritto e di fatto, chiude alla Rivelazione.
Ebbene la principale insufficienza dell’iconografia, per così dire, neo-bizantina (non tutta ovviamente) consiste nella insufficienza teoretico-teologale sulla base della quale si reduplicano, più o meno consapevolmente, figurazioni e simbologie metafisiche.
Con un’aggravante: tale genere di icono-logia specula sulla sacralità dell’immagine.
Una volta realizzata, l’opera è contestualizzante; alimenta la logica sistemica che ne sta alla base, e produce un nuovo avvitamento nella violenza metafisica. Crea attorno a sé, ed al sistema, nuovo consenso e ne incrementa la diffusione capillare.
Dobbiamo quindi prendere atto che la tradizione da cui proveniamo è un’entità magmatica e complessa, a vario titolo solidale e compromessa con la koiné metafisica che da oltre duemila anni costituisce l’impianto ideologico di buona parte della cultura occidentale.
Non si può fare testimonianza della fede in Cristo-Dio-Crocifisso senza fare i conti con le logiche grammaticali e sintattiche che informano il linguaggio (anche figurativo) a partire dal quale ed attraverso il quale si fa la professione di fede.
D’altra parte è la stessa Fede a sollecitarci la decostruzione delle logiche sistemiche di certo neoplatonismo ideologico e certo neohegelismo ideologico, che informano i linguaggi, anche figurativi, della nostra tradizione.
Ma vi è un’altra insufficienza tematica nella maggior parte dell’iconografia neo-bizantina, nelle immagini sacre come nell’architettura sacra: e riguarda la non-curanza del tema ontologico fondamentale, meglio: meontico-ontologico fondamentale.
Da questa insufficienza poetica, teoretica e teologale discendono tutte le storture e la condizione di stallo in cui versa la testimonianza della tradizione e le sue forme comunicative.
Ogni nostra progettualità è costitutivamente eventuale: di volta in volta è estaticamente gettata ed estesa tra la disparenza di una provenienza passata, cui sentiamo e decidiamo di appartenere, ed un’apertura a l’avvenire, cui incondizionalmente ci votiamo e ci esponiamo.
La fondazione della progettualità resta comunque, ineludibilmente ed irriducibilmente, abissale.
La nostra tradizione è costituita dal tramandamento delle memorie dell’Evento dell’Essere e dalle sue stratificazioni ed esige che il tramandamento delle memorie de l’Ereignis divenga, per così dire, oggetto tematico esso stesso dell’Evento artistico.
L’ignoranza della stratificazione storica del tema de l’Ereignis non può essere consentita se l’iconografia vuole essere all’altezza dei temi che intende trattare, perché il linguaggio della tradizione, con tutto il suo bagaglio metafisico, costituisce un significativo impedimento a l’evenire dell’Evento.
Così come, l’accadimento de l’Ereignis ha implicazioni de-struttive sul profilo metafisico dello stesso linguaggio della tradizione; lo lavora, lo torce e ne lussa irrimediabilmente le connessioni logico-sintattiche. Ne mette a dura prova l’impianto.
La deriva disseminale dei tramandamenti passati e di quelli venturi, che avviene nell’Evento artistico, comporta infatti la decostruzione della metafisica del linguaggio. E questa stessa bisogna sia posta a tema e sia esposta a l’Evento.
In questo, infatti, si decide della incondizionalità della apertura a l’Evento venturo e della stessa testimonianza di Fede.
Ignorare tutto ciò significa giocherellare con l’arte e l’architettura, con la teologia e la filosofia. Significa alimentare scelte teologalmente e teoreticamente irresponsabili. Le chiese, imbrattate da tali e tanti virtuosismi, ne resteranno compromesse per lungo tempo.
Non si può quindi solo attendere che una theia mania ci trascini ne l’Evento.
L’evento bisogna saperlo attendere. L’Ereignis esige l’insistenza nelle sue prossimità ed un lungo lavoro decostruttivo che ne prepari l’avvento.
Stare nel mare aperto e desertico de l’Ereignis significa saper navigare tra i flutti meontico-ontologico dell’essere in quanto Evento. Reggerne i vortici abissali.
Dalla radura dell’Ereignis partono i sentieri interrotti che si perdono nella notte meontica de l’a-venire (Elmo, pp. 134 e 135).
Le contraddizioni, l’espropriazione di sé, le aporie, i silenzi estenuanti dell’eventuarsi dell’Essere segnano (e lo testimoniano le loro opere) l’estremo tratto desertico della fede dei venturi.
E sono un passaggio necessario per la sopravvivenza della nostra Fede e dell’Icona.
***
Riprendendo uno dei passi di Platone citato e commentato nel testo:
ek tou me ontos eis to on (Platone, Simposio 205 B)
potremmo (ed in questo consiste il mio piccolo contributo a questa serata) riferire il me ontos a l’Ereignis e parafrasare il testo nel modo seguente:
dal venir meno dell’Essere essente
verso l’Essere essente che e-viene
rapportando il me greco (la negazione), per così dire, alla sua (ed alla nostra) provenienza Vom Ereignis.
L’Icona consisterebbe allora nella rammemorazione di una provenienza a-venire.
E la nostra condizione ek-istenziale in una coappartenenza anacoretica, per la quale la kora (Platone, Timeo 52 B e ss.) di là dal costituire uno sfondo da cui sono tratti gli enti, designerebbe l’accadere dell’Aperto e la stessa medesima provenienza Vom Ereignis, dai quali veniamo es-propriati e tratti-via verso l’Erkomenos.
VMM +
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