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19 Agosto 2008
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Torino
È sufficiente sfogliare l'elenco
telefonico della città di Torino e dei comuni della provincia per accorgersi di
quanti cognomi arbëreshë compaiono tra gli abbonati ivi residenti. In
quest'area, le opportunità lavorative sono state, nell'immediato dopoguerra, di
gran lunga superiori a quelle che il Meridione d'Italia forniva. Pertanto, in
quel periodo storico, forte è stata l'emigrazione del popolo meridionale e con
esso, dunque, degli Italoalbanesi.
La gente arbëreshë, come quella meridionale,
dapprima migrò dovette all'estero e poi verso il triangolo industriale del
nord-ovest del nostro Paese. Un posto in azienda garantiva ottime opportunità,
uno stipendio tutto l'anno e un lavoro meno massacrante di quello nei campi.
Infatti, il 99,0% degli Italoalbanesi erano contadini. I motivi che spingevano
famiglie intere ad abbandonare la propria casa e le radici erano simili -fame e
mancanza di lavoro- e uguali anche le difficoltà da affrontare: trovare
alloggio, lavoro, integrarsi nella società di arrivo nonostante la lingua e gli
atteggiamenti razzistici. Il Piemonte era diventato un luogo di accoglienza per
le masse provenienti dalle zone "meno fortunate" della penisola, grazie alla
nascita e allo sviluppo delle industrie che divennero veri elementi propulsivi
della realtà economica e sociale. In realtà, la presenza di questi ultimi è
diffusa in tutta l'Italia e non solo nel Piemonte. Attualmente, dei più di
10.000 Arbëreshë di rito bizantino in Piemonte, la maggior parte proviene dai
comuni della Calabria, della Sicilia e, infine, dalla Basilicata. Ad essi si
possono affiancare anche numerosi immigrati di comuni italoalbanesi che hanno
conservato la lingua ma perso il rito. Questi sono meno numerosi, ma il loro
numero in Piemonte è pur sempre nell'ordine delle migliaia (di loro, alla
chiesa di San Michele Arcangelo, non si hanno dati precisi). Alcuni paesi in
provincia di Torino e in Piemonte hanno nuclei numerosi di Arbëreshë. A Poirino
esiste un nucleo di 65 famiglie; altri comuni con presenze consistenti
includono Santena, Chieri, Susa, Orbassano, Nichelino, Leinì e Moncalieri.
Ancora, a Crescentino, nel 68 Vercellese, è presente una colonia di 20 famiglie provenienti da
San Giorgio Albanese Un calcolo degli Arbëreshë per numero di nuclei familiari
deve tenere conto che si tratta di famiglie numerose, raramente con meno di
cinque persone ciascuna. Pertanto, una stima generale potrebbe contare tra 1.500
e 2.000 famiglie in Torino e dintorni. La presenza di 4.000 Arbëreshë in Torino
e cintura (sugli oltre 10.000 in Piemonte), fa sì che Torino possa essere a
buon diritto definito il più numeroso singolo centro di Italoalbanesi nel
mondo. L'etnia italoalbanese mantiene il nome originario di Arbëresh che viene dato
pure al linguaggio (oggi più arcaico rispetto agli idiomi di uso corrente in
Albania). La lingua si è conservata in diverse aree (Abruzzo, Puglia, Calabria,
Sicilia), il rito solo nelle due attuali diocesi (Eparchie) da cui dipendono,
in totale, circa 90.000 fedeli. L'Eparchia più estesa è quella di Lungro
(Cosenza) che ha giurisdizione sui fedeli di rito bizantino greco dell'Italia
continentale; mentre l'Eparchia di Piana degli Albanesi (Palermo) ha
giurisdizione sui fedeli di rito bizantino greco dell'Italia insulare. Anche se
la comunità ha mantenuto una forte identità culturale, la Chiesa di San Michele
Arcangelo, dove si celebra la Liturgia di rito bizantino greco, è frequentata
da fedeli di altra provenienza soprattutto orientali provenienti dai paesi
dell'est Europa. Talora partecipano alle funzioni anche cattolici di rito
romano e un avviso all'ingresso ricorda come la partecipazione alla Divina
Liturgia soddisfa il precetto festivo per i cattolici di ogni rito. Frequentano
la Chiesa alcune famiglie greche e alcuni Slavi tra cui molti Ucraini e Romeni.
Si sono notate presenze di Copti, Eritrei ed Etiopi. Sono stati effettuati
diversi battesimi di nomadi slavi. Si sono avute presenze di Albanesi
soprattutto nella prima ondata migratoria dopo la caduta di Enver Hoxha. [1] Il Rettore, Mons. Giovanni
Bugliari, originario di Santa Sofi a d'Epiro, uno dei comuni italoalbanesi
facenti parte dell'Eparchia di Lungro, è a Torino dal 1959. Dal 1965 è delegato
dalla Congregazione per le Chiese Orientali per Torino e Piemonte e al tempo
della promulgazione del Codice di Diritto Canonico per le Chiese Orientali è
divenuto uffi cialmente plenipotenziario per i cattolici orientali in Piemonte[i].
Tra i personaggi illustri che hanno frequentato la Chiesa si ricorda un membro
eminente del mondo accademico torinese, il Prof. Augusto Guzzo che, pur non di
origine italoalbanese, ne amò profondamente il rito e contribuì con articoli
alle pubblicazioni della comunità. Di famiglia italoalbanese è invece il Dr.
Giorgio La Valle, direttore della rivista Arberesh,
ma pure dirigente della casa editrice SEI che
promosse la conoscenza della comunità italoalbanese attraverso un certo numero
di trasmissioni radiofoniche e televisive. Verso la metà degli anni '80 la
comunità fu presentata in un documentario della RAI, Popoli in trasferta - gli Arberesh del Piemonte, curato dal Dr. Edoardo Ballone, giornalista de La Stampa e autore di
studi sulle minoranze etnico-linguistiche e dal Regista Michelangelo Dotta. La
chiesa di San Michele Arcangelo è una delle più belle realizzazioni del barocco
piemontese a Torino e fu progettata dal Buonvicino che ne curò direttamente i
lavori nel 1784. Stilisticamente, la Chiesa si situa nel periodo di transizione
tra il barocco e il neoclassico e si adatta molto bene al rito bizantino, anche
per la relativa assenza di arredi scultorei (sono presenti bassorilievi e
stucchi pregevoli). L'edifi cio apparteneva all'ordine dei Trinitari Scalzi
(benemeriti per l'opera di evangelizzazione nei paesi islamici e per gli sforzi
nel campo della liberazione degli schiavi) che possedevano la Chiesa e
l'annesso convento. Con la soppressione del convento nel periodo napoleonico,
il complesso fu trasformato in ospedale ginecologico. Qui, fino al 1938 (anno
in cui fu inaugurato l'ospedale di Sant'Anna) ebbe luogo la maggioranza dei
parti ospedalieri della Città. La Chiesa, sconsacrata, venne adibita a deposito
di armi e munizioni durante la seconda guerra mondiale e subì due
bombardamenti. Dopo la guerra, il comune assegnò i locali a diversi usi tra cui
un deposito per la nettezza urbana e uno studio di pittura. La concessione
della Chiesa alla comunità italoalbanese risale al 1959; già da due anni,
tuttavia, vi si celebravano liturgie di rito bizantino. La Chiesa con gli
annessi locali ad uso della comunità è proprietà del comune di Torino, a carico
del quale è la manutenzione ordinaria e straordinaria. La Chiesa è dotata di
ampi locali sotterranei che ne costituiscono il centro di incontro sociale, con
accesso alla attigua piazza Cavour, così come l'abitazione del parroco.
Giuridicamente la Chiesa è affidata ai cattolici di rito orientale in Torino,
non specificamente agli Italoalbanesi, che ne rappresentano comunque tuttora
una stragrande maggioranza. Lo spazio interno del tempio, a unica navata, è di
circa 350 metri quadri e può ospitare, con relativa comodità, circa 250 fedeli.
L'antico fonte battesimale in pietra di Chivasso occupa una delle absidi
laterali; è inamovibile e viene usato quasi esclusivamente per le funzioni di
benedizione delle acque (il parroco ha tuttavia un progetto di trasformazione
del fonte per renderlo idoneo ai battesimi per immersione pur salvaguardandone
l'integrità architettonica). La chiesa è stata dotata di una iconostasi fin
dall'inizio delle celebrazioni in rito bizantino. Tranne alcune icone
provenienti dalla Grecia, quasi tutte le icone della chiesa (e in particolare
tutte quelle dell'iconostasi) sono state dipinte da membri della comunità
usando l'antica tecnica della tempra all'uovo. Lo stile delle icone regali del
Salvatore e della Deipara è reminiscente di quello delle celebri icone regali
dipinte a Roma da Pimen Sofronov, un famoso iconografo russo contemporaneo,
erede della tradizione iconografica dei Vecchi Credenti (noto per aver
affrescato negli anni sessanta la cattedrale russa di San Francisco dedicata
all'icona della Madre di Dio "gioia di tutti gli afflitti"). Riproduzioni delle icone regali di Pimen Sofronov
accolgono i visitatori dalla finestra della bussola di ingresso. La Chiesa è
quindi in grado di sopperire alle proprie necessità iconografi che anche se non
vi funziona una vera e propria scuola di iconografi a 4. Dopo i prossimi restauri in
corso, si potrà assistere a un'estensione del patrimonio iconografi co della
Chiesa, in particolare con l'utilizzo di aree parietali che un tempo ospitavano
tele a soggetto religioso. Due particolari distintive del santuario (in greco, vima) sono il ciborio (Baldacchino
sorretto da colonne che circonda la tavola dell'altare) e l'artoforio (tabernacolo)
pensile a forma di colomba. Il primo ricorda i Martoria o edicole che
sorgevano sopra alle tombe dei martiri cristiani dei primi secoli, la seconda è
una forma di custodia eucaristica tipica delle chiese italoalbanesi, per quanto
la Chiesa possieda anche un tabernacolo a forma di piccola chiesa che è il
modello tipicamente usato nella tradizione liturgica slava e romena. La chiesa
di San Michele è l'unico centro religioso degli Arbëreshë del Piemonte e
soprattutto per chi abita fuori Torino non è sempre facile una frequenza
regolare. Secondo la stima, tuttavia, quasi tutti i fedeli sono presenti in
Chiesa 9 o 10 volte all'anno (questo permette alle famiglie di mantenere un
collegamento costante con la vita della Chiesa) e vi fanno comunque riferimento
per battesimi, matrimoni e funerali. Vi è purtroppo un reale pericolo di
perdita del rito (soprattutto tra i giovani e in generale per le generazioni
dei nati a Torino dopo l'immigrazione) attraverso l'integrazione in parrocchie
latine e per l'aumento del fenomeno dei matrimoni misti (che rimaneva pressoché
sconosciuto nei paesi italoalbanesi dell'anteguerra). La Chiesa si riempie in
occasione di visite di vescovi delle Eparchie sia di Lungro che di Piana degli
Albanesi, di feste (Natale, Epifania, Pasqua), feste patronali e nei giorni del
triduo pasquale (il venerdì e sabato santo il numero di fedeli supera la
capacità del tempio). Le lingue liturgiche utilizzate nelle funzioni sono il
greco e l'arbëreshe (nelle celebrazioni pasquali e in alcune feste si includono
anche parti di slavo). Come supporto liturgico per i fedeli, il circolo
culturale della Chiesa produce un foglio con le parti variabili della Divina
Liturgia, le letture domenicali e note di catechismo in greco, arbëreshe e
italiano. Il titolo del foglio è La
Domenica (E DIELA in arbëreshe, H KYPIAKH in in greco). Il
Typikon (insieme
di norme e rubriche culturali per lo svolgimento delle celebrazioni) è quello
di Costantinopoli e i Minea ("libri dei mesi" corrispondenti al proprio dei santi e delle
feste del ciclo fi sso) provengono da base greca. L'altro Typikon in uso nelle
chiese di rito bizantino in Italia è quello "criptense" di Grottaferrata. Esso,
tuttavia, è usato solo dai monaci. La Chiesa adotta il calendario giuliano
riformato (lo stesso delle chiese ortodosse di nuovo calendario tra cui quella
greca e quella romena). Tale soluzione, oltre a venire incontro ai
frequentatori di origine greca, fa sì che le celebrazioni pasquali cadano per
la maggior parte in date differenti da quelle delle parrocchie latine. Questo
permette agli Arbëreshë piemontesi di festeggiare il ciclo pasquale alla chiesa
di San Michele riservandosi nello stesso tempo i periodi di ferie della pasqua
"latina" per ritornare ai comuni d'origine. L'alta percentuale di operai tra
gli Arbëreshë dà per scontato il mese di agosto come un periodo di vacanza nei
paesi natii. Per questo motivo la Chiesa rimane solitamente chiusa per tutto il
mese di agosto. La Chiesa non ha altri membri del clero oltre al Ret72 tore che è comunque
coadiuvato da laici per il servizio all'altare e il coro. Il coro della Chiesa
conta circa una decina di ragazzi e ragazze. Altri laici offrono un valido
contributo di volontariato per le visite agli ammalati e per le necessità della
Chiesa. Spesso il Rettore è chiamato per la celebrazione di sacramenti di
iniziazione cristiana e di matrimoni presso parrocchie di rito romano con le
quali vi sono ottimi rapporti. Sul piano delle attività ecumeniche, bisogna
ricordare l'ospitalità data alla comunità ortodossa romena negli anni dello
sviluppo di quest'ultima a Torino; proprio nella chiesa di San Michele fu
ordinato sacerdote nel 1979 Padre Genghe Vasilescu, attuale parroco della
chiesa ortodossa romena di Santa Parascheva a Torino. Fino al momento in cui la
parrocchia di Santa Parascheva ebbe la propria sede, la liturgia domenicale
della comunità romena aveva luogo dopo quella della chiesa di San Michele. Per
ora, la Chiesa non ha ancora ricevute visite episcopali ortodosse, con
l'eccezione dei vescovi romeni. Tramite questa offerta di ospitalità liturgica
e la sensibilizzazione verso il rito bizantino promossa in diversi ambienti del
mondo cattolico, la chiesa di San Michele Arcangelo promuove un discorso di
dialogo ecumenico legato alla stessa ragion d'essere della minoranza
italoalbanese; tuttavia, proprio per le sue specifi cità di identità culturale
e religiosa, la comunità mantiene un'attitudine negativa verso il biritualismo
ritenendolo una modalità sbagliata di approccio ecumenico tra Occidente e
Oriente. L'elemento culturale ha un peso elevato nella formazione della
comunità italoalbanese a Torino, visto l'alto interesse per il mantenimento di
lingua, costumi e tradizioni secolari. Le attività culturali, inoltre, sono un
momento di aggregazione anche per gli Arbëreshë che hanno perduto il rito (per
esempio quelli dell'Abruzzo e del Molise dei quali si hanno nuclei di immigrati
in Torino). L'associazione culturale Jeta
(in albanese, vita), fondata nel 1972,
ha dato un grande contributo all'aumento di frequentazione della chiesa di San
Michele Arcangelo promovendo ogni sabato, accanto al catechismo, una serie di
iniziative culturali. Per molte attività ci si è serviti dell'ampio salone
seminterrato della Chiesa, fi nché non ne è stata dichiarata l'inagibilità nel
1996. Già dal 1985 la comunità faceva comunque pressione sull'amministrazione
comunale per giungere ai tanto sospirati lavori di restauro che sono stati
comunque avviati nel 1998. Il salone non è stato tuttavia l'unico centro di
ritrovo. Nel corso di anni passati, due ristoranti della città (tra cui il
"Vecchia Torino") sono stati gestiti da famiglie arbëreshe e sono serviti come
sede per agapi della comunità. Nel 1989, in seguito ad un conflitto con i dirigenti dell'associazione Jeta, accusati di 73 abbandono delle
tradizioni e della fede dei padri, la comunità ha ricostituito una propria
associazione, tutt'ora viva, denominandola Circolo Culturale Ricreativo
Italoalbanese (CI.C.R.I.A.) ovvero Rreth
Kultural i Gezuar Arberesh[ii]. Momenti intensi di vita parrocchiale si sono avuti in una serie
di gite sociali, talora di interesse prevalentemente culturale e ricreativo, ma
a volte anche con specifi ci obiettivi religiosi (come abbazie e santuari). In questi
casi, la parrocchia ha modo di far conoscere le celebrazioni di rito bizantino
agli altri frequentatori dei centri di pellegrinaggio. La Chiesa, caso unico
tra le comunità cristiane orientali in Piemonte, ha una sua tipografi a interna
che permette la tiratura in proprio di periodici di alta qualità tipografica
(incluse le riproduzioni di fotografi e a colori). La prima rivista pubblicata
dall'associazione Jeta (dal 1972) fu Il Meteco 8, seguito nel 1980 da Arberesh.
Il CI.C.R.I.A. ha curato e cura la rivista Arberesh Piemonte con
una tiratura di 3.000 copie. Il Rettore ha contribuito ai periodici della
comunità con articoli sul rito orientale, l'arte e la letteratura bizantina e
su una varietà di argomenti teologici e storici; vi sono stati suoi contributi
anche in riviste eminenti del mondo religioso. I periodici cercano di trattare
tutti gli aspetti di vita spirituale e culturale della comunità e sono un
prezioso strumento di collegamento tra gli Arbëreshë in Piemonte, oltre che una
ricca fonte di dati culturali. Le aree di interesse generale includono la
storia generale degli Arbëreshë, le descrizioni dei loro paesi storici, note
sulla lingua e la letteratura albanese, considerazioni politico-storiche sulla
realtà dell'Albania e del Kossovo, raffronti con altre minoranze
etnico-linguistiche in Italia, poesie, leggende e costumi Arbëreshë, cenni
biografi ci di celebri albanesi (tra cui Maria Teresa di Calcutta) e notizie
generali della comunità piemontese. La parrocchia italoalbanese è indubbiamente,
tra le comunità cristiane orientali in Piemonte, quella con le più solide
radici e il futuro più sicuro. A prima vista ci si può stupire che una
parrocchia dalla base così numerosa e dai legami interni tanto forti, non abbia
avuto una maggiore espansione nel corso di più di 40 anni di attività. È però
necessario ricordare come, a fianco della vita di culto, buona parte
dell'energia viene spesa nel mantenimento (non sempre facile) di lingua e
tradizioni. Se il problema del mantenimento della identità arbëreshe ha dato
origine ad una fervente vita culturale, è anche vero che questo alto senso di
coesione interna ha creato un confine al di là del quale lo specifico messaggio
religioso del cattolicesimo orientale 74 rischia di venire interpretato come folklore. Questo potrebbe
rivelarsi particolarmente triste per la nuova immigrazione albanese in Torino
che, spinta da motivazioni molto diverse da quelle che portarono i primi
Arbëreshë in Italia rischia di perdere il supporto di questa comunità.
Idealmente, la parrocchia di San Michele potrebbe vedere tra i suoi obiettivi
una fusione della propria eredità albanese con un attento programma di
evangelizzazione dei recenti profughi che può aprire senza dubbio spiragli
significativi di azione pastorale. Il rischio da valutare, tuttavia, sarebbe un
forte riadattamento di quei tratti della cultura arbëreshe che oggi possono
apparire arcaici e insignificanti ai nuovi immigrati. Questo problema e molti
altri riceveranno senza dubbio la giusta attenzione ora che, finiti i restauri,
la comunità potrà di nuovo contare su locali adeguati a una più intensa vita
sociale.
Riferimenti bibliografici
Sanfilippo M., Tipologie dell'emigrazione di massa. In: Storia dell'emigrazione italiana. Partenze. Piero Bevilacqua ed., Roma, Donzelli, 2001, pp. 79-84.
Castronovo V., Una nuova realtà umana e sociale. Storia d'Italia per regioni. Il Piemonte. Torino, Einaudi Editore, 1978, pp. 613-619.
Tranfaglia N., Storia di Torino. Torino, Einaudi Editore, 1999, p. 75. AA. VV., I nuovi immigrati. Milano, Touring Club Italiano Editore, 1997, p. 31.
Derossi Z., L'inserimento nel lavoro degli immigrati meridionali a Torino, immigrazione e industria. Milano, Edizioni di Comunità, 1962.
Testo tratto da Studio antropologico della comunità arbëreshe della provincia di Torino a cura di Antonio Tagarelli
[1] I recenti immigrati d'Albania si trovano in una situazione molto diversa da quella dei secoli passati: la politica di annichilazione della religione del regime comunista ha portato forme di indifferentismo religioso che formano un contrasto stridente con l'attaccamento degli Italoalbanesi alle radici della propria fede; inoltre, le forme arcaiche mantenute dalla lingua arbëreshe creano talora ostacoli linguistici (anche nella comprensione dei riti) agli Albanesi appena giunti in Italia.
[i] Il nuovo codice garantisce una tutela molto più ampia ai fedeli cattolici di rito orientale richiedendo, per le aree dove esistono parrocchie o chiese funzionanti, che i fedeli di rito orientale vi facciano riferimento per i sacramenti dell'iniziazione cristiana e del matrimonio. Pena per il conferimento dei medesimi senza dispensa speciale in chiese di rito romano è l'illiceità del battesimo e la nullità dei matrimoni e cresime
[ii] Bugliari G., Perché Arberesh Piemonte. In: Arberesh Piemonte, giugno 1989, pp. 3-5








