È sufficiente sfogliare l'elenco telefonico della città di Torino e dei comuni della provincia per accorgersi di quanti cognomi arbëreshë compaiono tra gli abbonati ivi residenti. In quest'area, le opportunità lavorative sono state, nell'immediato dopoguerra, di gran lunga superiori a quelle che il Meridione d'Italia forniva. Pertanto, in quel periodo storico, forte è stata l'emigrazione del popolo meridionale e con esso, dunque, degli Italoalbanesi.
La gente arbëreshë, come quella meridionale, dapprima migrò dovette all'estero e poi verso il triangolo industriale del nord-ovest del nostro Paese. Un posto in azienda garantiva ottime opportunità, uno stipendio tutto l'anno e un lavoro meno massacrante di quello nei campi. Infatti, il 99,0% degli Italoalbanesi erano contadini. I motivi che spingevano famiglie intere ad abbandonare la propria casa e le radici erano simili -fame e mancanza di lavoro- e uguali anche le difficoltà da affrontare: trovare alloggio, lavoro, integrarsi nella società di arrivo nonostante la lingua e gli atteggiamenti razzistici. Il Piemonte era diventato un luogo di accoglienza per le masse provenienti dalle zone "meno fortunate" della penisola, grazie alla nascita e allo sviluppo delle industrie che divennero veri elementi propulsivi della realtà economica e sociale. In realtà, la presenza di questi ultimi è diffusa in tutta l'Italia e non solo nel Piemonte. Attualmente, dei più di 10.000 Arbëreshë di rito bizantino in Piemonte, la maggior parte proviene dai comuni della Calabria, della Sicilia e, infine, dalla Basilicata. Ad essi si possono affiancare anche numerosi immigrati di comuni italoalbanesi che hanno conservato la lingua ma perso il rito. Questi sono meno numerosi, ma il loro numero in Piemonte è pur sempre nell'ordine delle migliaia (di loro, alla chiesa di San Michele Arcangelo, non si hanno dati precisi). Alcuni paesi in provincia di Torino e in Piemonte hanno nuclei numerosi di Arbëreshë. A Poirino esiste un nucleo di 65 famiglie; altri comuni con presenze consistenti includono Santena, Chieri, Susa, Orbassano, Nichelino, Leinì e Moncalieri. Ancora, a Crescentino, nel 68 Vercellese, è presente una colonia di 20 famiglie provenienti da San Giorgio Albanese Un calcolo degli Arbëreshë per numero di nuclei familiari deve tenere conto che si tratta di famiglie numerose, raramente con meno di cinque persone ciascuna. Pertanto, una stima generale potrebbe contare tra 1.500 e 2.000 famiglie in Torino e dintorni. La presenza di 4.000 Arbëreshë in Torino e cintura (sugli oltre 10.000 in Piemonte), fa sì che Torino possa essere a buon diritto definito il più numeroso singolo centro di Italoalbanesi nel mondo. L'etnia italoalbanese mantiene il nome originario di Arbëresh che viene dato pure al linguaggio (oggi più arcaico rispetto agli idiomi di uso corrente in Albania). La lingua si è conservata in diverse aree (Abruzzo, Puglia, Calabria, Sicilia), il rito solo nelle due attuali diocesi (Eparchie) da cui dipendono, in totale, circa 90.000 fedeli. L'Eparchia più estesa è quella di Lungro (Cosenza) che ha giurisdizione sui fedeli di rito bizantino greco dell'Italia continentale; mentre l'Eparchia di Piana degli Albanesi (Palermo) ha giurisdizione sui fedeli di rito bizantino greco dell'Italia insulare. Anche se la comunità ha mantenuto una forte identità culturale, la Chiesa di San Michele Arcangelo, dove si celebra la Liturgia di rito bizantino greco, è frequentata da fedeli di altra provenienza soprattutto orientali provenienti dai paesi dell'est Europa. Talora partecipano alle funzioni anche cattolici di rito romano e un avviso all'ingresso ricorda come la partecipazione alla Divina Liturgia soddisfa il precetto festivo per i cattolici di ogni rito. Frequentano la Chiesa alcune famiglie greche e alcuni Slavi tra cui molti Ucraini e Romeni. Si sono notate presenze di Copti, Eritrei ed Etiopi. Sono stati effettuati diversi battesimi di nomadi slavi. Si sono avute presenze di Albanesi soprattutto nella prima ondata migratoria dopo la caduta di Enver Hoxha. [1] Il Rettore, Mons. Giovanni Bugliari, originario di Santa Sofi a d'Epiro, uno dei comuni italoalbanesi facenti parte dell'Eparchia di Lungro, è a Torino dal 1959. Dal 1965 è delegato dalla Congregazione per le Chiese Orientali per Torino e Piemonte e al tempo della promulgazione del Codice di Diritto Canonico per le Chiese Orientali è divenuto uffi cialmente plenipotenziario per i cattolici orientali in Piemonte[i]. Tra i personaggi illustri che hanno frequentato la Chiesa si ricorda un membro eminente del mondo accademico torinese, il Prof. Augusto Guzzo che, pur non di origine italoalbanese, ne amò profondamente il rito e contribuì con articoli alle pubblicazioni della comunità. Di famiglia italoalbanese è invece il Dr. Giorgio La Valle, direttore della rivista Arberesh, ma pure dirigente della casa editrice SEI che promosse la conoscenza della comunità italoalbanese attraverso un certo numero di trasmissioni radiofoniche e televisive. Verso la metà degli anni '80 la comunità fu presentata in un documentario della RAI, Popoli in trasferta - gli Arberesh del Piemonte, curato dal Dr. Edoardo Ballone, giornalista de La Stampa e autore di studi sulle minoranze etnico-linguistiche e dal Regista Michelangelo Dotta. La chiesa di San Michele Arcangelo è una delle più belle realizzazioni del barocco piemontese a Torino e fu progettata dal Buonvicino che ne curò direttamente i lavori nel 1784. Stilisticamente, la Chiesa si situa nel periodo di transizione tra il barocco e il neoclassico e si adatta molto bene al rito bizantino, anche per la relativa assenza di arredi scultorei (sono presenti bassorilievi e stucchi pregevoli). L'edifi cio apparteneva all'ordine dei Trinitari Scalzi (benemeriti per l'opera di evangelizzazione nei paesi islamici e per gli sforzi nel campo della liberazione degli schiavi) che possedevano la Chiesa e l'annesso convento. Con la soppressione del convento nel periodo napoleonico, il complesso fu trasformato in ospedale ginecologico. Qui, fino al 1938 (anno in cui fu inaugurato l'ospedale di Sant'Anna) ebbe luogo la maggioranza dei parti ospedalieri della Città. La Chiesa, sconsacrata, venne adibita a deposito di armi e munizioni durante la seconda guerra mondiale e subì due bombardamenti. Dopo la guerra, il comune assegnò i locali a diversi usi tra cui un deposito per la nettezza urbana e uno studio di pittura. La concessione della Chiesa alla comunità italoalbanese risale al 1959; già da due anni, tuttavia, vi si celebravano liturgie di rito bizantino. La Chiesa con gli annessi locali ad uso della comunità è proprietà del comune di Torino, a carico del quale è la manutenzione ordinaria e straordinaria. La Chiesa è dotata di ampi locali sotterranei che ne costituiscono il centro di incontro sociale, con accesso alla attigua piazza Cavour, così come l'abitazione del parroco. Giuridicamente la Chiesa è affidata ai cattolici di rito orientale in Torino, non specificamente agli Italoalbanesi, che ne rappresentano comunque tuttora una stragrande maggioranza. Lo spazio interno del tempio, a unica navata, è di circa 350 metri quadri e può ospitare, con relativa comodità, circa 250 fedeli. L'antico fonte battesimale in pietra di Chivasso occupa una delle absidi laterali; è inamovibile e viene usato quasi esclusivamente per le funzioni di benedizione delle acque (il parroco ha tuttavia un progetto di trasformazione del fonte per renderlo idoneo ai battesimi per immersione pur salvaguardandone l'integrità architettonica). La chiesa è stata dotata di una iconostasi fin dall'inizio delle celebrazioni in rito bizantino. Tranne alcune icone provenienti dalla Grecia, quasi tutte le icone della chiesa (e in particolare tutte quelle dell'iconostasi) sono state dipinte da membri della comunità usando l'antica tecnica della tempra all'uovo. Lo stile delle icone regali del Salvatore e della Deipara è reminiscente di quello delle celebri icone regali dipinte a Roma da Pimen Sofronov, un famoso iconografo russo contemporaneo, erede della tradizione iconografica dei Vecchi Credenti (noto per aver affrescato negli anni sessanta la cattedrale russa di San Francisco dedicata all'icona della Madre di Dio "gioia di tutti gli afflitti"). Riproduzioni delle icone regali di Pimen Sofronov accolgono i visitatori dalla finestra della bussola di ingresso. La Chiesa è quindi in grado di sopperire alle proprie necessità iconografi che anche se non vi funziona una vera e propria scuola di iconografi a 4. Dopo i prossimi restauri in corso, si potrà assistere a un'estensione del patrimonio iconografi co della Chiesa, in particolare con l'utilizzo di aree parietali che un tempo ospitavano tele a soggetto religioso. Due particolari distintive del santuario (in greco, vima) sono il ciborio (Baldacchino sorretto da colonne che circonda la tavola dell'altare) e l'artoforio (tabernacolo) pensile a forma di colomba. Il primo ricorda i Martoria o edicole che sorgevano sopra alle tombe dei martiri cristiani dei primi secoli, la seconda è una forma di custodia eucaristica tipica delle chiese italoalbanesi, per quanto la Chiesa possieda anche un tabernacolo a forma di piccola chiesa che è il modello tipicamente usato nella tradizione liturgica slava e romena. La chiesa di San Michele è l'unico centro religioso degli Arbëreshë del Piemonte e soprattutto per chi abita fuori Torino non è sempre facile una frequenza regolare. Secondo la stima, tuttavia, quasi tutti i fedeli sono presenti in Chiesa 9 o 10 volte all'anno (questo permette alle famiglie di mantenere un collegamento costante con la vita della Chiesa) e vi fanno comunque riferimento per battesimi, matrimoni e funerali. Vi è purtroppo un reale pericolo di perdita del rito (soprattutto tra i giovani e in generale per le generazioni dei nati a Torino dopo l'immigrazione) attraverso l'integrazione in parrocchie latine e per l'aumento del fenomeno dei matrimoni misti (che rimaneva pressoché sconosciuto nei paesi italoalbanesi dell'anteguerra). La Chiesa si riempie in occasione di visite di vescovi delle Eparchie sia di Lungro che di Piana degli Albanesi, di feste (Natale, Epifania, Pasqua), feste patronali e nei giorni del triduo pasquale (il venerdì e sabato santo il numero di fedeli supera la capacità del tempio). Le lingue liturgiche utilizzate nelle funzioni sono il greco e l'arbëreshe (nelle celebrazioni pasquali e in alcune feste si includono anche parti di slavo). Come supporto liturgico per i fedeli, il circolo culturale della Chiesa produce un foglio con le parti variabili della Divina Liturgia, le letture domenicali e note di catechismo in greco, arbëreshe e italiano. Il titolo del foglio è La Domenica (E DIELA in arbëreshe, H KYPIAKH in in greco). Il Typikon (insieme di norme e rubriche culturali per lo svolgimento delle celebrazioni) è quello di Costantinopoli e i Minea ("libri dei mesi" corrispondenti al proprio dei santi e delle feste del ciclo fi sso) provengono da base greca. L'altro Typikon in uso nelle chiese di rito bizantino in Italia è quello "criptense" di Grottaferrata. Esso, tuttavia, è usato solo dai monaci. La Chiesa adotta il calendario giuliano riformato (lo stesso delle chiese ortodosse di nuovo calendario tra cui quella greca e quella romena). Tale soluzione, oltre a venire incontro ai frequentatori di origine greca, fa sì che le celebrazioni pasquali cadano per la maggior parte in date differenti da quelle delle parrocchie latine. Questo permette agli Arbëreshë piemontesi di festeggiare il ciclo pasquale alla chiesa di San Michele riservandosi nello stesso tempo i periodi di ferie della pasqua "latina" per ritornare ai comuni d'origine. L'alta percentuale di operai tra gli Arbëreshë dà per scontato il mese di agosto come un periodo di vacanza nei paesi natii. Per questo motivo la Chiesa rimane solitamente chiusa per tutto il mese di agosto. La Chiesa non ha altri membri del clero oltre al Ret72 tore che è comunque coadiuvato da laici per il servizio all'altare e il coro. Il coro della Chiesa conta circa una decina di ragazzi e ragazze. Altri laici offrono un valido contributo di volontariato per le visite agli ammalati e per le necessità della Chiesa. Spesso il Rettore è chiamato per la celebrazione di sacramenti di iniziazione cristiana e di matrimoni presso parrocchie di rito romano con le quali vi sono ottimi rapporti. Sul piano delle attività ecumeniche, bisogna ricordare l'ospitalità data alla comunità ortodossa romena negli anni dello sviluppo di quest'ultima a Torino; proprio nella chiesa di San Michele fu ordinato sacerdote nel 1979 Padre Genghe Vasilescu, attuale parroco della chiesa ortodossa romena di Santa Parascheva a Torino. Fino al momento in cui la parrocchia di Santa Parascheva ebbe la propria sede, la liturgia domenicale della comunità romena aveva luogo dopo quella della chiesa di San Michele. Per ora, la Chiesa non ha ancora ricevute visite episcopali ortodosse, con l'eccezione dei vescovi romeni. Tramite questa offerta di ospitalità liturgica e la sensibilizzazione verso il rito bizantino promossa in diversi ambienti del mondo cattolico, la chiesa di San Michele Arcangelo promuove un discorso di dialogo ecumenico legato alla stessa ragion d'essere della minoranza italoalbanese; tuttavia, proprio per le sue specifi cità di identità culturale e religiosa, la comunità mantiene un'attitudine negativa verso il biritualismo ritenendolo una modalità sbagliata di approccio ecumenico tra Occidente e Oriente. L'elemento culturale ha un peso elevato nella formazione della comunità italoalbanese a Torino, visto l'alto interesse per il mantenimento di lingua, costumi e tradizioni secolari. Le attività culturali, inoltre, sono un momento di aggregazione anche per gli Arbëreshë che hanno perduto il rito (per esempio quelli dell'Abruzzo e del Molise dei quali si hanno nuclei di immigrati in Torino). L'associazione culturale Jeta (in albanese, vita), fondata nel 1972, ha dato un grande contributo all'aumento di frequentazione della chiesa di San Michele Arcangelo promovendo ogni sabato, accanto al catechismo, una serie di iniziative culturali. Per molte attività ci si è serviti dell'ampio salone seminterrato della Chiesa, fi nché non ne è stata dichiarata l'inagibilità nel 1996. Già dal 1985 la comunità faceva comunque pressione sull'amministrazione comunale per giungere ai tanto sospirati lavori di restauro che sono stati comunque avviati nel 1998. Il salone non è stato tuttavia l'unico centro di ritrovo. Nel corso di anni passati, due ristoranti della città (tra cui il "Vecchia Torino") sono stati gestiti da famiglie arbëreshe e sono serviti come sede per agapi della comunità. Nel 1989, in seguito ad un conflitto con i dirigenti dell'associazione Jeta, accusati di 73 abbandono delle tradizioni e della fede dei padri, la comunità ha ricostituito una propria associazione, tutt'ora viva, denominandola Circolo Culturale Ricreativo Italoalbanese (CI.C.R.I.A.) ovvero Rreth Kultural i Gezuar Arberesh[ii]. Momenti intensi di vita parrocchiale si sono avuti in una serie di gite sociali, talora di interesse prevalentemente culturale e ricreativo, ma a volte anche con specifi ci obiettivi religiosi (come abbazie e santuari). In questi casi, la parrocchia ha modo di far conoscere le celebrazioni di rito bizantino agli altri frequentatori dei centri di pellegrinaggio. La Chiesa, caso unico tra le comunità cristiane orientali in Piemonte, ha una sua tipografi a interna che permette la tiratura in proprio di periodici di alta qualità tipografica (incluse le riproduzioni di fotografi e a colori). La prima rivista pubblicata dall'associazione Jeta (dal 1972) fu Il Meteco 8, seguito nel 1980 da Arberesh. Il CI.C.R.I.A. ha curato e cura la rivista Arberesh Piemonte con una tiratura di 3.000 copie. Il Rettore ha contribuito ai periodici della comunità con articoli sul rito orientale, l'arte e la letteratura bizantina e su una varietà di argomenti teologici e storici; vi sono stati suoi contributi anche in riviste eminenti del mondo religioso. I periodici cercano di trattare tutti gli aspetti di vita spirituale e culturale della comunità e sono un prezioso strumento di collegamento tra gli Arbëreshë in Piemonte, oltre che una ricca fonte di dati culturali. Le aree di interesse generale includono la storia generale degli Arbëreshë, le descrizioni dei loro paesi storici, note sulla lingua e la letteratura albanese, considerazioni politico-storiche sulla realtà dell'Albania e del Kossovo, raffronti con altre minoranze etnico-linguistiche in Italia, poesie, leggende e costumi Arbëreshë, cenni biografi ci di celebri albanesi (tra cui Maria Teresa di Calcutta) e notizie generali della comunità piemontese. La parrocchia italoalbanese è indubbiamente, tra le comunità cristiane orientali in Piemonte, quella con le più solide radici e il futuro più sicuro. A prima vista ci si può stupire che una parrocchia dalla base così numerosa e dai legami interni tanto forti, non abbia avuto una maggiore espansione nel corso di più di 40 anni di attività. È però necessario ricordare come, a fianco della vita di culto, buona parte dell'energia viene spesa nel mantenimento (non sempre facile) di lingua e tradizioni. Se il problema del mantenimento della identità arbëreshe ha dato origine ad una fervente vita culturale, è anche vero che questo alto senso di coesione interna ha creato un confine al di là del quale lo specifico messaggio religioso del cattolicesimo orientale 74 rischia di venire interpretato come folklore. Questo potrebbe rivelarsi particolarmente triste per la nuova immigrazione albanese in Torino che, spinta da motivazioni molto diverse da quelle che portarono i primi Arbëreshë in Italia rischia di perdere il supporto di questa comunità. Idealmente, la parrocchia di San Michele potrebbe vedere tra i suoi obiettivi una fusione della propria eredità albanese con un attento programma di evangelizzazione dei recenti profughi che può aprire senza dubbio spiragli significativi di azione pastorale. Il rischio da valutare, tuttavia, sarebbe un forte riadattamento di quei tratti della cultura arbëreshe che oggi possono apparire arcaici e insignificanti ai nuovi immigrati. Questo problema e molti altri riceveranno senza dubbio la giusta attenzione ora che, finiti i restauri, la comunità potrà di nuovo contare su locali adeguati a una più intensa vita sociale.

Riferimenti bibliografici

Sanfilippo M., Tipologie dell'emigrazione di massa. In: Storia dell'emigrazione italiana. Partenze. Piero Bevilacqua ed., Roma, Donzelli, 2001, pp. 79-84.

Castronovo V., Una nuova realtà umana e sociale. Storia d'Italia per regioni. Il Piemonte. Torino, Einaudi Editore, 1978, pp. 613-619.

Tranfaglia N., Storia di Torino. Torino, Einaudi Editore, 1999, p. 75. AA. VV., I nuovi immigrati. Milano, Touring Club Italiano Editore, 1997, p. 31.

Derossi Z., L'inserimento nel lavoro degli immigrati meridionali a Torino, immigrazione e industria. Milano, Edizioni di Comunità, 1962.  

 

 

Testo tratto da Studio antropologico della comunità arbëreshe della provincia di Torino a cura di Antonio Tagarelli

 

 



[1] I recenti immigrati d'Albania si trovano in una situazione molto diversa da quella dei secoli passati: la politica di annichilazione della religione del regime comunista ha portato forme di indifferentismo religioso che formano un contrasto stridente con l'attaccamento degli Italoalbanesi alle radici della propria fede; inoltre, le forme arcaiche mantenute dalla lingua arbëreshe creano talora ostacoli linguistici (anche nella comprensione dei riti) agli Albanesi appena giunti in Italia.



[i] Il nuovo codice garantisce una tutela molto più ampia ai fedeli cattolici di rito orientale richiedendo, per le aree dove esistono parrocchie o chiese funzionanti, che i fedeli di rito orientale vi facciano riferimento per i sacramenti dell'iniziazione cristiana e del matrimonio. Pena per il conferimento dei medesimi senza dispensa speciale in chiese di rito romano è l'illiceità del battesimo e la nullità dei matrimoni e cresime

[ii] Bugliari G., Perché Arberesh Piemonte. In: Arberesh Piemonte, giugno 1989, pp. 3-5

 


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